Archivi categoria: satira

Gli sdoppiati: Antonio Azzollini

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2010/03/azzollini_kali.jpg

La puntata di Report dello scorso 21 marzo 2010 si è occupata dei parlamentari che hanno anche incarichi amministrativi.
Nel 2008 Antonio Azzollini era già Senatore del PdL e Sindaco di Molfetta. Alla caduta del governo Prodi si dimise da Sindaco per potersi ricandidare al Senato. Dopo l’elezione però, si candidò nuovamente alla carica di Sindaco e venne rieletto. A queste due cariche assomma anche quella di Presidente della Commissione Bilancio.
L’accumulo delle cariche è vietato da una legge e prima del 2002 tale legge è stata rispettata. Poi i nostri bravi politicanti hanno trovato il modo di aggirarla e il nostro sindaco ne ha approfittato abbondantemente.

MILENA GABANELLI IN STUDIO
[…] dal dopoguerra al 2002 il doppio incarico non è mai stato concesso. Questa è la lista di quelli che in 60 anni ci hanno provato e sono sempre stati dichiarati tutti incompatibili. Cosa è successo allora nel 2002? L’onorevole Cammarata si candida sindaco a Palermo, viene eletto e a quel punto la giunta delle elezioni gli dovrebbe dire: da uno dei 2 incarichi ti devi dimettere, Cammarata non molla, la giunta delle elezioni guarda la legge e la interpreta, la pensata è questa: la legge dice il presidente di provincia e il sindaco non può fare i parlamentare, ma non dice il contrario, quindi il parlamentare può fare il sindaco. Nasce cosi la "Giurisprudenza Cammarata", e da allora in poi avanti tutta, ad occupare poltrone e potere. Anche a costo di far commissariare il comune.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO
Antonio Azzolini, del popolo delle libertà, dal 2006 è sindaco di Molfetta e anche senatore, nel 2008 cade il governo e si va alle elezioni politiche. Per ricandidarsi al senato deve dimettersi dalla carica di sindaco. Che vuoi dire commissariamento per il comune.

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO
Quando io mi sono candidato al senato non ero più sindaco perché attenendomi rigorosamente alla legge …

BERNARDO IOVENE

Si è dimesso?

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO
Mi sono dimesso, il termine che prevede la legge.

BERNARDO IOVENE
Altrimenti era ineleggibile.

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO
Certamente, certamente!

BERNARDO IOVENE
Per cui lei cosa ha fatto … ha lasciato vuoto il comune.

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO
E infatti c’è stato il Commissario …

BERNARDO IOVENE
Il Commissario … Lei ha fatto arrivare il Commissario per potersi candidare …

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO
No, ho fatto arrivare io. Se un sindaco si dimette …

BERNARDO IOVENE

Lei si è dimesso per candidarsi diciamo?!

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO

Mi sono dimesso e certo …

BERNARDO IOVENE

Per candidarsi al Senato?!

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO
E certo!

BERNARDO IOVENE

E ha fatto arrivare il commissario di conseguenza …

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO
Non l’ho fatto arrivare io. Il prefetto ha nominato un commissario per 40 giorni.

BERNARDO IOVENE
Ho capito. Però ha fatto arrivare lei il commissario diciamo … è una conseguenza, è la conseguenza.

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO
E’ la conseguenza. Insisto io non faccio arrivare nessuno non ho questo potere. Il potere ce l’ha il prefetto.

BERNARDO IOVENE FUORI CAMPO
Azzolini è stato rieletto senatore e poi si è ripresentato qui come sindaco, oggi ha le due cariche ed anche una terza è presidente della commissione bilancio, la più operativa del parlamento, poi la domenica va a vedere il basket, omaggiando l’arbitro con un bel paio di corna. Dice di non avere neanche il tempo per mangiare.

BERNARDO IOVENE
Lei fa anche il senatore ma anche in aula deve anche spingere i bottoni.

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO
Certo, certo, devo anche spingere i bottoni.

BERNARDO IOVENE
E lo deve fare altrimenti insomma?

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO
E certamente che lo faccio. Ma le devo dire che è particolarmente faticoso. Spesse volte proprio mentre in aula c’è una discussione su un emendamento bisogna vederne i profili di onerosità e quindi devo ricorrere in commissione e ritornare.

BERNARDO IOVENE
Senta per cui tra senatore, presidente di commissione insomma basta e avanza, no?

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO
Ah beh certo … Si, si, si, si, si lavora!

BERNARDO IOVENE
Ma perché va a fare anche il sindaco di Molfetta?

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO

Perché la politica non è un lavoro è un’attività ed è anche un’inclinazione personale, uno sceglie di sacrificarsi per tutta la settimana ed è una scelta che affida alla sovranità popolare.

BERNARDO IOVENE

Però i cittadini di Molfetta c’hanno un sindaco a mezzo servizio!

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO

No credo lo abbiano a tempo pieno se mi hanno anche riconfermato.

BERNARDO IOVENE

Come a tempo pieno se le dice che …

ANTONIO AZZOLINI – SINDACO DI MOLFETTA SENATORE PDL – PRESIDENTE DELLA COMMISSION BILANCIO DEL SENATO
Certo per esempio tantissimi sindaci che ogni settimana si recano a Roma per un certo tempo, proprio per reperire i finanziamenti. lo non devo nemmeno girare molto per Roma, ho il leggero vantaggio di poterlo fare anche nel senato.

L'abuso di potere e il decreto legge 5 marzo 2010, n. 29

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2010/03/23433_361584032544_220935142544_3682973_5538863_n.jpg

 IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Visti gli articoli 77 e 87 della Costituzione;
Vista la legge 17 febbraio 1968, n. 108;

Ritenuta la straordinaria necessita’ e urgenza di consentire il corretto svolgimento delle consultazioni elettorali per il rinnovo degli organi delle Regioni a statuto ordinario fissate per il 28 e 29 marzo 2010 tramite interpretazione autentica degli articoli 9 e 10 della legge 17 febbraio 1968, n. 108, e dell’articolo 21 del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, assicurando il favor electionis secondo i principi di cui agli articoli 1 e 48 della Costituzione;

Ritenuto che tale interpretazione autentica e’ finalizzata a favorire la piu’ ampia corrispondenza delle norme alla volonta’ del cittadino elettore, per rendere effettivo l’esercizio del diritto politico di elettorato attivo e passivo, nel rispetto costituzionalmente dovuto per il favore nei confronti della espressione della volonta’ popolare;

Ravvisata l’esigenza di assicurare l’esercizio dei diritti di elettorato attivo e passivo costituzionalmente tutelati a garanzia dei fondamentali valori di coesione sociale, presupposto di un sereno e pieno svolgimento delle competizioni elettorali;

Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del 5 marzo 2010;

Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Ministro dell’interno;

Emana il seguente decreto-legge:

 

Art. 1

Interpretazione autentica degli articoli 9 e 10 della legge 17 febbraio 1968, n. 108

1. Il primo comma dell’articolo 9 della legge 17 febbraio 1968, n. 108, si interpreta nel senso che il rispetto dei termini orari di presentazione delle liste si considera assolto quando, entro gli stessi, i delegati incaricati della presentazione delle liste, muniti della prescritta documentazione, abbiano fatto ingresso nei locali del Tribunale. La presenza entro il termine di legge nei locali del Tribunale dei delegati puo’ essere provata con ogni mezzo idoneo.

2. Il terzo comma dell’articolo 9 della legge 17 febbraio 1968, n. 108, si interpreta nel senso che le firme si considerano valide anche se l’autenticazione non risulti corredata da tutti gli elementi richiesti dall’articolo 21, comma 2, ultima parte, del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, purche’ tali dati siano comunque desumibili in modo univoco da altri elementi presenti nella documentazione prodotta. In particolare, la regolarita’ della autenticazione delle firme non e’ comunque inficiata dalla presenza di una irregolarita’ meramente formale quale la mancanza o la non leggibilita’ del timbro della autorita’ autenticante, dell’indicazione del luogo di autenticazione, nonche’ dell’indicazione della qualificazione dell’autorita’ autenticante, purche’ autorizzata.

3. Il quinto comma dell’articolo 10 della legge 17 febbraio 1968, n. 108, si interpreta nel senso che le decisioni di ammissione di liste di candidati o di singoli candidati da parte dell’Ufficio centrale regionale sono definitive, non revocabili o modificabili dallo stesso Ufficio. Contro le decisioni di ammissione puo’ essere proposto esclusivamente ricorso al Giudice amministrativo soltanto da chi vi abbia interesse. Contro le decisioni di eliminazione di liste di candidati oppure di singoli candidati e’ ammesso ricorso all’Ufficio centrale regionale, che puo’ essere presentato, entro ventiquattro ore dalla comunicazione, soltanto dai delegati della lista alla quale la decisione si riferisce. Avverso la decisione dell’Ufficio centrale regionale e’ ammesso immediatamente ricorso al Giudice amministrativo.

4. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche alle operazioni e ad ogni altra attivita’ relative alle elezioni regionali, in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto. Per le medesime elezioni regionali i delegati che si siano trovati nelle condizioni di cui al comma 1 possono effettuare la presentazione delle liste dalle ore otto alle ore venti del primo giorno non festivo successivo a quello di entrata in vigore del presente decreto.

Art. 2

Norma di coordinamento del procedimento elettorale

1. Limitatamente alle consultazioni per il rinnovo degli organi delle Regioni a statuto ordinario fissate per il 28 e 29 marzo 2010, l’affissione del manifesto recante le liste e le candidature ammesse deve avvenire, a cura dei sindaci, non oltre il sesto giorno antecedente la data della votazione.

 

Art. 3

Entratra in vigore

1. Il presente decreto entra in vigore il giorno stesso della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana e sara’ presentato alle Camere per la conversione in legge.

Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sara’ inserito nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

Dato a Roma, addi’ 5 marzo 2010

NAPOLITANO

Berlusconi, Presidente del Consiglio dei Ministri

Maroni, Ministro dell’interno

Visto, il Guardasigilli: Alfano 

    

L’abuso di potere 

di EZIO MAURO

POICHE’ «la sostanza deve prevalere sulla forma», secondo il nuovo comandamento costituzionale berlusconiano recitato dal presidente del Senato Schifani, il governo della Repubblica ha sanato ieri con una legge di comodo gli errori commessi dal Pdl, che avevano portato all´estromissione di Formigoni dalle elezioni in Lombardia e della lista berlusconiana a Roma. 

Questo gesto unilaterale compiuto dalla maggioranza a tutela di se stessa può sembrare una prova di forza. È invece la conferma di un´atrofia politica di base e di vertice, che somma un vizio finale alle colpe iniziali, rivelando il vero volto che nei sistemi democratici assume la forza quando è senza politica, e fuori dalle regole che la disciplinano e la governano: l´abuso di potere.



Non c´è alcun dubbio che una competizione elettorale senza il principale partito è anomala, e il problema riguarda tutti i concorrenti (non solo gli esclusi), perché riguarda il sistema intero e il diritto dei cittadini di poter esercitare compiutamente la loro scelta, con tutte le parti in campo. Ma se il problema interpella tutti, le responsabilità di questa anomalia – che in forme diverse si è verificata a Roma e a Milano, con firme false e termini per la presentazione delle liste non rispettati – sono di qualcuno che ha un nome preciso: il Pdl. Non c´entra nulla il "comunismo", questa volta, e nemmeno c´entrano le "toghe rosse". È lo sfascio della destra che produce il suo disastro, perché quando la locomotiva della leadership non funziona più, e non produce politica, tutti i vagoni si arrestano, o deragliano senza guida.



Ora chi chiede a tutti i concorrenti di farsi carico del problema nato in Lombardia e nel Lazio, con un gesto di responsabilità politica condivisa nei confronti dell´avversario e del sistema, non ha mai nemmeno pensato di assumersi preliminarmente le sue responsabilità, ammettendo gli errori commessi, chiamandoli per nome, prendendosi la colpa. Non è venuto in mente al leader di dichiarare che si attendono le pronunce delle Corti d´Appello e dei Tar chiamati a dirimere con urgenza i due casi, e deputati a farlo, nella normalità democratica e istituzionale, e nella separazione dei poteri. 

 





Nulla di tutto questo. Soltanto lo scarico delle responsabilità sugli altri, la tentazione della piazza, la forzatura al Quirinale, l´altra notte, con il Presidente Napolitano, nel tentativo di varare un decreto che intervenisse direttamente sulla normativa elettorale, riaprendo i termini ad uso e consumo esclusivo del partito berlusconiano. Quando il Capo dello Stato si è reso indisponibile a questa ipotesi, la minaccia immediata di due Consigli dei ministri, convocati e sconvocati tra la notte di giovedì e la mattinata di ieri. Una giornata in affanno, per il Premier, anche per il fermo "no" che ogni sua ipotesi di forzatura trovava da parte dell´opposizione, da Bersani a Di Pietro a Casini. Infine, l´abuso notturno del decreto, mascherato dalla forma "interpretativa", che va a leggere a posteriori nella mente del ministro le intenzioni di quando dettò le norme elettorali di procedura, ritagliando a piacere una soluzione su misura per gli errori commessi dalla destra a Roma e a Milano.



Le norme elettorali sono materia condivisa e indisponibile per una sola parte in causa, soprattutto quando opera a palese vantaggio di se stessa, sotto gli occhi di tutti, e per rimediare a quegli stessi suoi errori che violando le regole l´hanno penalizzata nella corsa al voto. Intervenire da soli, ex post, con norme retroattive, a meno di un mese dalla scadenza elettorale, scrivendo decreti che ricalcano clamorosamente gli sbagli commessi per cancellarli, è un precedente senza precedenti, che peserà nel futuro della Repubblica, così come pesa oggi nel logoramento delle normative, nella relativizzazione delle procedure, nella discrezionalità degli abusi, sanati a vantaggio del più forte. In una parola, questo abuso pesa sulla democrazia quotidiana che fissa la misura di se stessa – a tutela di ognuno – in passaggi procedurali che valgono per tutti.



Al Presidente del Consiglio non è nemmeno venuto in mente di consultare direttamente le opposizioni. Di chiedere un incontro congiunto con i suoi capi, di presentarsi dicendo semplicemente la verità, e cioè denunciando gli errori compiuti dal suo schieramento, assumendosene interamente la responsabilità come dovrebbe fare un vero leader, chiedendo se esiste la possibilità di un percorso condiviso di comune responsabilità per rendere la competizione completa e reale dovunque, nell´interesse primario dei cittadini elettori. Tutto questo, che dovrebbe essere un elementare dovere istituzionale e politico, è tuttavia inconcepibile per una leadership eroica e monumentale, che non ammette errori propri ma solo soprusi altrui, mentre prepara abusi quotidiani.



Quest´ultimo, con la falsa furbizia del decreto "interpretativo" (la legge da oggi si applica solo per gli avversari, mentre per noi stessi la si può "interpretare", accomodandola), completa culturalmente la lunga collana di leggi ad personam, che tutelano la sacralità intoccabile del leader, sottraendolo non solo alla giustizia ma all´uguaglianza con suoi concittadini. Anzi, è l´anello mancante, che collega la lunga serie di normative ad personam al sistema stesso, rendendolo in solido oggetto dell´arbitrio del potere: persino nelle regole più neutre, come quelle elettorali, scritte a garanzia soltanto e soprattutto della regolarità del momento supremo in cui si vota.



Nella concezione psicofisica del potere berlusconiano, la prova di forza rassicura il Premier, dandogli l´illusione di crearsi con le sue mani la sovranità stessa, fuori da ogni concerto con l´opposizione, da ogni limite di legge, da ogni controllo del Quirinale. Un´autorassicurazione che nasce dal prevalere della cosiddetta "democrazia sostanziale" rispetto a quella forma stessa della democrazia che sono le regole, la trasparenza e le procedure, vilipese a cavilli e burocrazia. Emerge dallo scontro, secondo il Premier, l´irriducibilità del potere supremo, che rompe ogni barriera di consuetudine e di norma se soltanto lo ostacolano, e non importa se la colpa è sua: anzi, da tutto ciò trae l´occasione di fondare un nuovo ordine di fatto, che basa sullo stato d´eccezione, fondamento vero della sovranità di destra.



Ma c´è, invece, qualcosa di crepuscolare e di notturno in questa leadership affannosa e affannata che usa la politica solo per derogare da norme che non sa interpretare nella regolarità istituzionale, mentre è costretta a piegarle su misura della sua necessità cogente e contingente, a misura di una miseria politica e istituzionale che forse non ha precedenti: e non può trovare complici. Le opposizioni, tutte, lo hanno capito. Molto semplicemente, un leader e uno schieramento che hanno bisogno di un abuso di potere in forma di decreto anche per poter continuare a fare politica, non possono avere un futuro.  

 La risposta di Giorgio Napolitano a due lettere di cittadini:



" Egregio signor Magni, gentile signora Varenna, ho letto con attenzione le vostre lettere e desidero, vostro tramite, rispondere con sincera considerazione per tutte le opinioni dei tanti cittadini che in queste ore mi hanno scritto.



Il problema da risolvere era, da qualche giorno, quello di garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici. Non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo, per gli errori nella presentazione della lista contestati dall’ufficio competente costituito presso la corte d’appello di Milano. Erano in gioco due interessi o "beni" entrambi meritevoli di tutela: il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi. Non si può negare che si tratti di "beni" egualmente preziosi nel nostro Stato di diritto e democratico.

Si era nei giorni scorsi espressa preoccupazione anche da parte dei maggiori esponenti dell’opposizione, che avevano dichiarato di non voler vincere – neppure in Lombardia – "per abbandono dell’avversario" o "a tavolino". E si era anche da più parti parlato della necessità di una "soluzione politica": senza peraltro chiarire in che senso ciò andasse inteso. Una soluzione che fosse cioè "frutto di un accordo", concordata tra maggioranza e opposizioni?



Ora sarebbe stato certamente opportuno ricercare un tale accordo, andandosi al di là delle polemiche su errori e responsabilità dei presentatori delle liste non ammesse e sui fondamenti delle decisioni prese dagli uffici elettorali pronunciatisi in materia. In realtà, sappiamo quanto risultino difficili accordi tra governo, maggioranza e opposizioni anche in casi particolarmente delicati come questo e ancor più in clima elettorale: difficili per tendenze all’autosufficienza e scelte unilaterali da una parte, e per diffidenze di fondo e indisponibilità dall’altra parte.



Ma in ogni caso – questo è il punto che mi preme sottolineare – la "soluzione politica", ovvero l’intesa tra gli schieramenti politici, avrebbe pur sempre dovuto tradursi in soluzione normativa, in un provvedimento legislativo che intervenisse tempestivamente per consentire lo svolgimento delle elezioni regionali con la piena partecipazione dei principali contendenti. E i tempi si erano a tal punto ristretti – dopo i già intervenuti pronunciamenti delle Corti di appello di Roma e Milano – che quel provvedimento non poteva che essere un decreto legge.



Diversamente dalla bozza di decreto prospettatami dal Governo in un teso incontro giovedì sera, il testo successivamente elaborato dal Ministero dell’interno e dalla Presidenza del consiglio dei ministri non ha presentato a mio avviso evidenti vizi di incostituzionalità. Né si è indicata da nessuna parte politica quale altra soluzione – comunque inevitabilmente legislativa – potesse essere ancora più esente da vizi e dubbi di quella natura.



La vicenda è stata molto spinosa, fonte di gravi contrasti e divisioni, e ha messo in evidenza l’acuirsi non solo di tensioni politiche, ma di serie tensioni istituzionali. E’ bene che tutti se ne rendano conto. Io sono deciso a tenere ferma una linea di indipendente e imparziale svolgimento del ruolo, e di rigoroso esercizio delle prerogative, che la Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica, nei limiti segnati dalla stessa Carta e in spirito di leale cooperazione istituzionale. Un effettivo senso di responsabilità dovrebbe consigliare a tutti i soggetti politici e istituzionali di non rivolgersi al Capo dello Stato con aspettative e pretese improprie, e a chi governa di rispettarne costantemente le funzioni e i poteri."
Cordialmente, Giorgio Napolitano  
 

Più poltrone per tutti

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/08/azzollini_kali.jpg

di Antonello Caporale (www.repubblica.it/…)

Poltronismo, poltronite. La malattia è presto definita: raccogliere sotto lo stesso corpo più incarichi possibili. La prima poltrona dà potere e visibilità. La seconda fiducia e tranquillità. Se casco lì, rimango in piedi qui. O viceversa.

La Prima Repubblica aveva molti difetti ma alcune virtù nascoste. Tra queste separare in modo indiscutibile la guida degli enti locali con l’impegno da parlamentare. Il divieto, contenuto in una legge del 1957 e limitato ai centri con più di ventimila abitanti e alle province, tutte, trovava fondamento nell’idea di offrire parità di condizioni ai candidati. Un deputato che fosse in corsa per fare il sindaco aveva più possibilità di captare voti. Dunque avrebbe violato la par condicio.

Per anni norma osservata, e disciplina dei sensi unici assoluta. Con Tangentopoli il mercato della politica si è però ristretto. Molti presentabili sono divenuti impresentabili. Molti politici in carriera si sono ritrovati in panchina. Molti altri colleghi addirittura oltre le tribune, fuori dal gioco, alcuni dietro le sbarre.

Col favore delle tenebre, nel silenzio assoluto e nella distrazione collettiva, il 2 giugno del 2002 la Giunta per le elezioni, organo politico a cui sono affidati poteri giurisdizionali, cambia i sensi, inverte i passaggi. Chi fa il sindaco di una città che abbia più di ventimila abitanti o il presidente della Provincia non può candidarsi a deputato o senatore. Ma chi è parlamentare può. Senso inverso possibile. La cosa è piaciuta ai più: fare il sindaco-deputato è molto meglio che fare soltanto il sindaco. E se è vero che le indennità non sono cumulabili è certo che le prerogative invece lo sono. Esempio su tutte: l’immunità.

E quindi è iniziata la processione. Prima quello, poi quell’altro. Dopo di te io. E allora io. Un deputato è sindaco a Viterbo, un senatore è sindaco a Catania; una deputata è presidente della Provincia di Asti, un senatore presiede quella di Avellino. Un deputato è sindaco a Brescia, un collega è presidente a Napoli. E via così…

I più hanno trasmesso ai nuovi uffici la stessa foto di rappresentanza data agli uffici parlamentari. Quando serve siamo qui. Col tesserino. Quando non serve siamo lì. Con la fascia tricolore. E’ un bel segno in questi tempi di crisi: più poltrone per tutti.

DEPUTATI E SENATORI CON DOPPIO INCARICO

– on. Armosino Maria Teresa, presidente provincia di Asti

– on. Pepe Antonio, presidente provincia di Foggia

– on. Cirielli Edmondo, presidente provincia di Salerno

– on. Iannarilli Antonello, presidente provincia di Frosinone

– on. Cesaro Luigi, presidente provincia di Napoli

– on. Giulio Marini, sindaco di Viterbo

– on. Adriano Paroli, sindaco di Brescia

– sen. Sibilia Cosimo, presidente provincia di Avellino

– sen. Stancanelli Raffaele, sindaco di Catania

– sen. Nespoli Vincenzo, sindaco di Afragola (Na)

sen. Azzolini Antonio, sindaco di Molfetta (BA)

Svelato il mistero della NUTELLA. Ora Azzollini deve scegliere.

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2008/05/nutellaparty.gif

Il Senatore Azzollini ha promesso ad alcune scolaresche di organizzare all’inizio del prossimo anno scolastico un “Nutella Party”, in piazza Municipio, per poter gustare con loro tutte le varietà della Nutella. Ma dopo le scoperte sul segreto della ricetta della NUTELLA il Sindaco forse dovrà rivedere la promessa fatta. Sembra che la morbosità con cui il sindaco divori la Nutella, non solo dopo le prestazioni elettorali, sia legata ad un ingrediente segreto che la Ferrero ha tenuto nascosto fino ad oggi. Si tratterebbe delle frazioni nobili dell’olio di palma.
Ma lo stesso olio di palma servirà ad alimentare la centrale della Powerflor a Molfetta. Un bel problema per il Sindaco Senatore.
Ora dovrà scegliere tra la NUTELLA e la Centrale POWERFLOR perché le notevoli quantità di olio di palma provenienti dall’Indonesia e Malesia non saranno sufficienti a soddisfare tutti. A questo punto incrociamo le dita e speriamo che il Sindaco non scelga nessuna delle due a favore della propria e dell’altrui salute.

Una nuova “camicia” per il più “amato” dei molfettesi.

Cara, che partito mi metto oggi?

Altro che V-Day, bisognerebbe organizzare per il prossimo Consiglio comunale l’occupazione della massima assise cittadina per chiederne le dimissioni in massa.
Nel nostro Consiglio Comunale non solo “spariscono i fatti” per dirla alla Marco Travaglio ma anche i consiglieri comunali eletti dal popolo.
Molti degli attuali consiglieri sono “abusivi”, perché, prima eletti “democraticamente” dai cittadini, e poi “migrati” verso altre sponde più remunerative.
Ci sono quelli che hanno cambiato casacca, quelli che si sono trasferiti in altre amministrazioni, quelli che si sono dimessi, quelli che sono indagati o in attesa di giudizio, quelli condannati in primo grado, quelli che hanno abbandonato il loro partito in attesa di promozioni, quelli che sono passati da destra a sinistra e da sinistra a destra, quelli che si apprestano a formare nuovi partiti, e soprattutto chi, dopo aver offeso la città per aver promosso alle ultime elezione amministrative una candidata sindaco “fantasma” si rende ancora protagonista di un ennesimo vergognoso cambio di casacca.
Non sappiamo ancora se il nostro consigliere più “amato” ha fatto la scelta definitiva, ma è certo che la sua nuova “casacca-camicia” gli si addice e lo rende irresistibilmente somigliante a qualcuno molto vicino alla storia del suo nuovo partito.
Lo avevamo già dichiarato un mese fa ed oggi lo possiamo ribadire;
non ci stupisce la scelta di Amato perché lo conosciamo bene e se ci fosse a Molfetta la Lega Nord non esiterebbe forse a chiedere la tessera anche a quel partito.
Crediamo che il guinness dei primati l’abbia raggiunto, e la sua unicità, sta proprio nell’aver attraversato quasi tutto l’arco costituzionale, nelle più variegate coalizioni di destra e di sinistra, dai Verdi ad Alleanza Nazionale.
La nostra democrazia è veramente in serio pericolo, non tanto per il fatto che un partito come Alleanza Nazionale  decida di accettare tra i propri iscritti uno dei tanti trasformisti della partitocrazia, ma la cosa più scandalosa è che si accetta il “pacchetto di voti” che costui rappresenterebbe e porterebbe in dote.
La vera vergogna è questa, il mercimonio di voti tra chi vende e chi compra ci conferma che all’interno del sistema, chi offre e vende i propri “pacchetti di voti” è certo di poterli controllare.
Gli “abusivi” della degenerazione della partitocrazia non sono solo in Parlamento ma si annidano anche nella nostra amministrazione. All’indomani del primo turno delle elezioni amministrative dell’anno scorso avevamo chiesto al Prefetto di sospendere le operazioni di voto del ballottaggio e comunque la proclamazione del nuovo consiglio comunale per tutto ciò che era accaduto in campagna elettorale.
Oggi i fatti ci danno ragione dei nostri dubbi e chiediamo agli organi giudiziari di accelerare i procedimenti in corso che coinvolgono a vario titolo alcuni consiglieri comunali.
Noi auguriamo a tutti che i “fatti non sussistano”, ma il nostro giudizio politico non cambierà nei confronti di chi sta trasformando la politica in un grande circo dove riescono ancora ad essere protagonisti solo  pagliacci che non fanno neanche più sorridere.