Archivio mensile:ottobre 2009

Come si vuole imbavagliare l'informazione

 

di Matteo d’Ingeo

Sento il dovere di ringraziare pubblicamente il mio collegio di difesa, Paola Zaza, Annamaria Caputo e Michele Jacono per aver smontato, in questi mesi, con tenacia e professionalità, l’impianto accusatorio di 22 pagine a firma di Vincenzo Ciccolella, ex amministratore unico della Società "Powerflor s.r.l.", contro il sottoscritto con l’accusa di diffamazione.

L’udienza di ieri 30 ottobre ha segnato un altro punto a sfavore dell’accusa quando è stato ascoltato un loro teste che ha smentito le accuse nei miei confronti, con la classica frase “…non ricordo, … è passato molto tempo…”. La prossima, e forse ultima udienza, è prevista per il 30 aprile 2010.

 

Si riportano di seguito alcuni stralci delle 22 pagine dell’atto di citazione, lascio a voi le dovute riflessioni e conclusioni.

 

"…l’impianto Powerflor, da diversi mesi ed ancorché in fase di costruzione, è divenuto lo snodo centrale di un vortice di polemiche, sostanziatesi in una vera e propria campagna diffamatoria, orchestrata e sostenuta dal Sig. Matteo d’Ingeo, leader del Liberatorio Politico di Molfetta ed accanito avversario di tale progetto.

 

 …Il Sig. d’Ingeo, avvalendosi anche del supporto della testata giornalistica Molfettalive (on line), ha condotto – e tutt’ora conduce-  una vera e propria battaglia contro la costruzione della centrale, individuando il bersaglio di tale campagna nel Gruppo Ciccolella Holding, cui la società istante è riconducibile.

Si vedrà come i numerosi articoli pubblicati, lungi dal costituire un legittimo esercizio dei diritti cronaca e di critica, concretino, in realtà, una vera e propria attività diffamatoria ai danni dell’attrice medesima, consistente nella reiterata diffusione di notizie false e denigratorie, che ingenerano nella collettività l’erroneo convincimento che l’impianto possa avere delle ripercussioni negative in termini di impatto ambientale…

 

La Società Powerflor subisce, come si è detto, da molto tempo gli effetti di un’acerrima campagna diffamatoria, estrinsecatasi nella pubblicazione di scritti offensivi e sgradevoli, attuata dal Sig. D’Ingeo per mezzo degli organi di stampa locali ed in concorso con la testata giornalistica “Molfettalive.it”, al solo scopo di denigrare pretestuosamente il progetto di Contrada Ciardone. 

 

 … "Nel maggio 2007, la testata giornalistica “Laltramolfetta” pubblicava un articolo a firma del Sig. Matteo d’Ingeo, dal titolo “Il salto di qualità della “Ciccolella” s.p.a.”, con il sottotitolo “Dagli ortaggi ai fiori, dall’uncinetto all’energia elettrica”.Il leader del Liberatorio Politico, con tono invettivo e dileggiante, passava in rassegna la lunga tradizione commerciale della famiglia Ciccolella, deducendo testualmente: “Il più grande giardino del mediterraneo, così si presenta il Gruppo Ciccolella Holding sul sito ufficiale. Il gruppo nasce negli anni ‘60 come azienda agricola a conduzione familiare che coltiva e vende melanzane e peperoni; poi lasciano perdere gli ortaggi per dedicarsi ai fiori, in particolare crisantemi e garofani, e li vendono davanti al cimitero di Molfetta. Negli anni Settanta la nuova svolta: buttano a mare crisantemi e garofani per dedicarsi prima alle rose e in seguito anche agli anthurium .… (…) Ma Corrado Ciccolella decide di quotare la società in borsa e prima di Natale dello scorso anno il regalo è arrivato. La nuova società Ciccolella s.p.a., che chiudeva con un fatturato di 60 milioni di euro per il 2006, conquista piazza affari e i suoi titoli si impennano improvvisamente..”; riferendosi alla costruzione della centrale, aggiungeva: “Ma la Ciccolella Holding vuole ancora di più, e a Molfetta l’energia per alimentare le sue serre vuole produrla in proprio”. Dopo un incipit privo di qualsivoglia finalità di pubblico interesse, che evidentemente trascende ad un attacco personale verso le persone che costituiscono l’anima e la tradizione del Gruppo Ciccolella, l’autore dell’articolo, con riguardo all’iter formativo dell’autorizzazione alla costruzione dell’impianto, affermava:“Non si comprende il motivo per cui il Dirigente del Settore dell’ecologia, dott. Luca Limongelli, non abbia ritenuto che un simile impianto non fosse sottoposto a valutazione di impatto ambientale. Eppure la normativa in materia è chiara. La Legge Regionale n. 11 del 12.04.2001 ( Norme sulla valutazione dell’impatto ambientale) tra gli elenchi dell’allegato B.2 (interventi soggetti a procedura di verifica di assoggettabilità a V.I.A. di competenza della Provincia) riporta gli impianti termici per la produzione di energia vapore e acqua calda con potenza termica complessiva superiore a 50 MWt. E allora, caro dott. Limoncelli? Come mai l’impianto dei Ciccolella che ha una potenza di 77 MWt non è stato sottoposto a V.I.A.? Eppure l’impatto è notevole (..). Noi siamo contenti dello sviluppo delle vostre aziende ma, per cortesia, rispettate la nostra città e se volete riscaldare le vostre serre, senza inquinarci, trovate altre soluzioni e.. se son rose fioriranno”.Il Sig. D’Ingeo, sin dai primordi della sua battaglia avverso l’impianto de quo, ha consapevolmente creato grande confusione tra due procedimenti amministrativi distinti: una cosa, infatti, è la “procedura di assoggettabilità a V.I.A.”(Valutazione di Impatto Ambientale), altro è la “V.I.A.”.L’impianto, infatti, soggiace al rispetto delle statuizioni contenute nella L.R. n. 11/2001, recante “Norme sulla valutazione dell’impatto ambientale”; esso consta di una struttura per la produzione di energia elettrica di circa 39 MW e, con potenza termica complessiva pari a 77 MWt (superiore, pertanto, ai 50 MWt), e rientra tra gli “interventi soggetti a procedura di verifica di assoggettabilità a V.I.A.”, più precisamente tra i “progetti di competenza della Provincia” (fino al 30.06.2007 di competenza della Regione), in quanto “Impianti termici per la produzione di energia, vapore e acqua calda con potenza termica complessiva superiore a 50 MWt”.Al contrario di ciò che si intende far credere, la procedura di verifica di assoggettabilità a V.I.A. è stata regolarmente espletata, ai sensi di legge, presso l’Assessorato all’Ecologia, settore V.I.A., della Regione Puglia.Con riguardo al progetto presentato dalla Powerflor s.r.l., con determinazione n. 145 del 20.03.2006, l’Assessorato all’Ecologia della Regione ha escluso, mediante provvedimento motivato, l’impianto in oggetto dall’applicazione della V.I.A."

 …Di qui la assoluta infondatezza delle asserzioni del d’Ingeo, che per le modalità ed i contesti in cui sono state esposte, assumono valenza manifestamente e gratuitamente diffamatoria.

 

In data 28.11.2007 la testata giornalistica “Laltramolfetta” pubblicava l’articolo intitolato “Basta centrali elettriche in Puglia”, il quale riportava testualmente: “Matteo D’ingeo continua lo sua battaglia contro le centrali elettriche a Molfetta e in Puglia. Domani (…) ci sarà un incontro dal titolo “Nuove centrali elettriche? La Puglia non ne ha bisogno e Molfetta neanche!” (…). Secondo il comitato “No centrale” la Puglia già oggi produce energia elettrica per circa il doppio del suo fabbisogno e, a livello nazionale, si pone al secondo posto dopo la Lombardia. Nonostante questo, vengono autorizzate in tutta la regione ulteriori centrali che non rispondono ad alcun motivo di pubblica utilità, ma servono solo a creare profitto a chi le costruisce. Con la stessa logica, nel nostro territorio, in piena zona agricola, la Powerf1or s.r.l. sta costruendo una centrale elettrica che non solo non comporta alcuna ricaduta positiva per i molfettesi, ma, al contrario, costituisce una nuova seria minaccia ambientale. Abbiamo già in mare una nave di veleni e bombe all’iprite, un’atmosfera sempre più inquinata e casi di leucemia e cancro in preoccupante aumento”.

In data 29.11.2007, nella Fabbrica di San Domenico in Molfetta, si teneva l’incontro “Nuove centrali elettriche? La Puglia non ne ha bisogno e Molfetta neanche!” , organizzato e diretto dal Sig. D’Ingeo, il quale, nel suo intervento, si complimentava con la testata giornalistica “Molfettalive.it”, unico organo, a suo dire, capace di “fare libera informazione”. Il Sig. D’Ingeo affermava, infatti, testualmente: abbiamo scoperto che alcuni giornalisti vengono invitati ad Amsterdam da Ciccolella per scrivere servizi” Quindi è normale che non possano scrivere sulla Gazzetta o sui Network in rete, nelle loro testate giornalistiche, di Ciccolella e di quello che sta facendo”. Come si mette in evidenza, il leader del Liberatorio Politico è addirittura giunto ad accusare di connivenza gli organi di stampa con la Powerflor ed i suoi rappresentanti, gettando discredito sul Gruppo Ciccolella Holding e sulla categoria dei giornalisti. Affermazioni, quindi, estremamente denigratorie, divulgate in maniera travisante e tendenziosa, vere e proprie invenzioni, che inducono l’opinione pubblica a formulare un giudizio errato sui fatti e negativo sul progetto dell’impianto Powerflor.

 In data 30.11.2007, “Molfettalive” pubblicava il resoconto dei lavori della conferenza di cui al paragrafo precedente, per il tramite dell’articolo intitolato “Powerflor, conferenza del Comitato “No centrali””: “(…)i dubbi di D’Ingeo, introduttore dei lavori, si concentrano sul silenzio che ha caratterizzato la richiesta delle due autorizzazioni e l’approvazione della prima: “trattandosi di una variante al Piano Regolatore, doveva passare al vaglio del Consiglio Comunale, invece tutto è stato avvolto dalla più totale indifferenza delle istituzioni e degli organi informativi”. Il leader del Liberatorio, che si è complimentato con Molfettalive.it, unica testata capace, a suo dire, di fare libera informazione, si è scagliato contro quegli organi informativi “che hanno deciso di censurare l’argomento”.”

La testata giornalistica on line “Molfettalive”, inoltre, con pubblicazione del 3.12.2007 dal titolo “Il Liberatorio Politico e il Comitato cittadino “No centrali”: “FERMIAMO I LAVORI DELLA CENTRALE POWERFLOR”, metteva al corrente la cittadinanza della promuovenda raccolta delle firme, ai sensi degli artt. 60 e 61 dello Statuto Comunale, al fine di inoltrare, al Sindaco e al Consiglio Comunale di Molfetta, petizione popolare avverso l’impianto Powerflor in costruzione.“Se è vero che questa città ha uno strumento urbanistico che si chiama Piano Regolatore” -si riporta testualmente- non si comprende come mai qualcuno ha permesso di costruire in una Zona “E” tipizzata ad attività agricole, un’opera così imponente in beffa alle volumetrie e alle tipologie costruttive che il P.R.G. prevede”.

Il periodico “L’Altramolfetta” pubblicava, infine, nel mese di dicembre 2007, l’articolo dal titolo “Powerflor: la centrale della discordia”, recante il sottotitolo “A Molfetta ci sarà una centrale termoelettrica riconducibile alla famiglia Ciccolella”.Con riguardo ai combustibili che saranno utilizzati nell’impianto Powerflor, veniva evidenziato: “(… )altro punto interessante da segnalare è la provenienza degli oli vegetali: le cosiddette biomasse liquide, che andranno a carburare i motori della centrale, proverranno da paesi esteri e non saranno prodotti in zona (…). Secondo D’1ngeo, per poter essere realmente energia rinnovabile, (le biomasse liquide) dovrebbero essere coltivate nelle zone in cui si utilizzano”.

 

 

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L’attività del d’Ingeo e dei suoi sodali si è, con palmare evidenza, concretata – e tutt’ora continua a concretarsi – in consapevole, gratuita e strumentale diffamazione ai danni della Società deducente, la cui reputazione è stata gravemente lesa ed indebitamente offesa, riportando gravissimi danni di cui è doveroso richiedere un esemplare risarcimento.

Il contesto ambientale in cui il disegno diffamatorio è stato ordito, e le modalità stesse con cui è stato di poi attuato, inducono a ritenere la sussistenza di un concerto tra il d’Ingeo e gli altri soggetti come innanzi individuati, tutti implicati a vario titolo nelle vicende per cui è causa.

La S.r.l. Powerflor, pertanto, si vede costretta ad adire il giudice competente al fine di ottenerne ogni e più opportuna tutela, e conseguentemente chiede di:

A)  Accertare la natura diffamatoria ed illecita delle condotte descritte in narrativa, e quindi dichiarare la responsabilità, in solido ovvero disgiuntamente, dei convenuti tutti;

B) Condannare per le stesse ragioni le parti convenute, in solido, ovvero subordinatamente e salvo gravame, disgiuntamente e pro quota, al risarcimento del danno derivante dalla lesione all’immagine della Società convenuta nella misura che sarà ritenuta di giustizia dall’ On.le Giudice adito, e comunque nella misura non inferiore a € 1.000.000; 

C) Ordinare alla parti soccombenti la pubblicazione dell’estratto della emananda sentenza, a spese dei convenuti tutti, sui periodici “L’Altramolfetta” e “Molfettalive”, nonché sui quotidiani “La Gazzetta del Mezzogiorno”, il “Corriere del Mezzogiorno”, “La Repubblica” ed “Il Sole 24 Ore”.

Vite spezzate

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Quando si parla di “vite spezzate” si pensa subito a giovani vite stroncate da improvvise tragedie, ed anche la vita della signora Giulia Samarelli, pur novantenne, è stata spezzata da un destino e da una tragedia improvvisa.
Così come ci lascia impotenti la morte di giovani incolpevoli stroncati da incidenti stradali o da malattie incurabili, ci rattrista ancor più pensare alla morte di una donna, una delle nostre tante donne, vissuta in discreta solitudine, abbandonata dal proprio compagno e ancora speranzosa di ritrovarlo; una di quelle donne d’altri tempi che ha costruito il proprio futuro, giorno dopo giorno, nella consapevolezza di dover gestire la propria vita dignitosa senza certezze.

Dall’altra parte due “bulli”, si direbbe. Michele de Bari, figlio del più noto Gino, come altri suoi cugini e zii, arcinoto alla cittadinanza e alle forze dell’ordine.

Pietro Gadaleta, al momento dell’arresto, sembra che abbia dichiarato laconicamente “che era la prima volta” che partecipava ad uno scippo. Rivedendo la padronanza e la freddezza dei suoi gesti nel video, diffuso dai Carabinieri, non si direbbe.

Abbiamo elementi abbastanza concreti per pensare che Gadaleta fosse un “piccolo dottor Jekyll e mister Hyde”.

Dalle foto segnaletiche apparse sui giornali, nonostante il rinnovato look nel taglio di capelli è stato riconosciuto come un bravo ragazzo che operava come volontario in una nota associazione di volontariato cittadino, svolgendo assistenza agli anziani bisognosi di cure.

Anche in questo caso, come accadde per l’assassinio del sindaco Gianni Carnicella, le parole del compianto don Tonino Bello sembrano fotografare bene la realtà.

“È il discorso sul malessere della città. Un malessere che, in modo spesso maldestro, vogliamo rimuovere dalla nostra coscienza e del quale facciamo fatica a prendere atto, forse perché troppo fieri del prestigio del nostro passato. Un malessere che si costruisce su impercettibili detriti di illegalità diffusa, sugli scarti umani relegati nelle periferie, sui frammenti di una sottocultura della prepotenza non sempre disorganica all’apparato ufficiale.

È il discorso sulla rete sommersa della piccola criminalità che germina all’ombra di un perbenismo di facciata. Sulle connivenze col mondo della droga che ormai non risparmia nessun gonfalone. Sui rigagnoli sporchi che inquinano le falde sane di una economia costruita dalla proverbiale laboriosità dei nostri antenati, i quali hanno onorato Molfetta in tutti gli angoli del mondo…”.

Oh, come vorremmo che fossero dei mostri, per poter scaricare unicamente su di loro le responsabilità di questa tragedia! Ma chi ha agito, forse non è neppure un pazzo o un criminale nel senso classico del termine. Questi ragazzi non sono dei “mostri”, purtroppo sono dei “nostri”!

Di Michele e Pietro in città ne girano tanti, dal Borgo Antico a Piazza Paradiso, da via Immacolata ai quartieri periferici, in due senza casco su motorino senza targa e, all’occorrenza, contro senso.

Questa situazione a Molfetta non è straordinaria, non è avvenuta per caso in via Immacolata, ma è una storia di ordinaria illegalità quotidiana dove le regole vengono infrante senza che nessuno ne rivendichi il rispetto.

Per volere del suo primo cittadino la nostra città è diventata una “zona franca”.

Gli agenti di polizia municipale, in via Immacolata, li vedrete solo oggi durante la celebrazione dei funerali di Giulia, ma durante l’anno si guardano bene dal gironzolare per i quartieri caldi della città, perché gli ordini di servizio giornalieri devono coprire prioritariamente il salotto buono della città dove per fortuna, almeno in apparenza, si delinque meno. Forse gira, ogni tanto, la pattuglia in auto, ma non serve.

Poi ci sono i giovani “permeati da principi eticamente più leali”, fedeli servitori del SindacoSenatorePresidente, che hanno elogiato in un comunicato stampa, “il servizio di sicurezza-sorveglianza della nostra città, che ha portato alla rapida cattura dei due malviventi”.

Ci dispiace deluderli ma le riprese che hanno incastrato i due scippatori, provengono dalla telecamera privata di un tabaccaio e non da quella pagata fior di milioni situata sulla facciata della chiesa Immacolata.

Quella in piazza Immacolata è una delle tante telecamere che da anni sono montate in città, e non attive, che il sindaco Azzollini in ogni campagna elettorale e in ogni comizio pubblico rifinanzia e promette di far funzionare; ci rimane solo la speranza per le prossime elezioni regionali.

In questi giorni il primo cittadino oltre a ripetere lo slogan, ormai usurato e smentito da tutte le finanziarie governative, della solita richiesta dell’aumento dell’organico per la caserma dei Carabinieri, si è inventato una straordinaria novità.

In una conferenza pubblica ha dichiarato che i problemi di ordine pubblico a Molfetta si risolvono con l’armamento degli stessi agenti di polizia municipale.

Se il sindaco vuol dire che l’abusivismo e l’occupazione di suolo pubblico, le auto in doppia fila, le infrazioni al codice della strada, le auto incendiate, gli scippi, l’uso dei falsi pass per disabili, ecc, ecc, si combattono con l’armamento  della polizia municipale, allora consigliamo a lui e alla sua maggioranza (sperando che non ci sia anche qualche consigliere di minoranza) di farsi un serio esame di coscienza e poi di dichiararsi non all’altezza del compito.

Da oltre dieci anni esiste un buon regolamento di polizia municipale che non è stato mai interpretato ed attuato pienamente.

Basterebbe che quotidianamente gli agenti di Polizia Municipale attuassero alla lettera il regolamento senza sconti e favori a chicchessia; altro che armi.

Alla nostra comunità serve solo un po’ di normalità senza rigurgiti di autorità e autoritarismi; purtroppo non è da tutti, ma abbiamo un gran bisogno di autorevolezza, non solo nella politica ma anche nella Polizia Municipale.
 

Le reazioni. La vittima, lasciata dal marito e senza figli, era sola. Il sindaco: i funerali li paga il Comune

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di
Lucrezia D’Ambrosio (Gazzetta del Mezzogiorno del 17.10.2009)

«Vogliamo pene severe. Quei due delinquenti che non hanno avuto scrupolo per un’anziana di novant’anni devono rimanere in carcere a lungo. Non meritano pietà anche perché loro non l’hanno avuta». Michele Pisani, quarantacinque anni, conosceva di vista la signora Giulia e non riesce a trattenere la sua rabbia. «Anche se non l’avessi conosciuta – conclude – la mia reazione sarebbe stata questa».

Giulia Samarelli era una sarta. Era specializzata nella realizzazione di tende d’arredo. Una vera e propria maestra. Era sposata ma non aveva figli. Suo marito, una volta partito per il Venezuela, fece perdere le sue tracce. E Giulia si ritrovò da sola. Vita difficile, la sua. E ora, Giulia che aveva vissuto una vita nel silenzio, si è ritrovata sotto i riflettori: la sua morte fa male. Troppo violenta. Troppo crudele. Troppo ingiusta.

«Sono profondamente addolorato per la tragica morte di una persona innocente causata da una violenza così inutile e inaudita che altrettanto profondamente mi disgusta», ha detto il sindaco Antonio Azzollini. Il primo cittadino ha disposto che il Comune si faccia carico delle spese relative alle esequie dell’anziana donna.

Nel quartiere Immacolata, dove Giulia viveva da sempre e dove ha trovato la morte, era conosciuta e molto amata. Viveva sola. Era autosufficiente. Era un suo parente di settantacinque anni, figlio di un suo cugino, ad occuparsi di lei. In qualche modo l’uomo rappresentava la sua famiglia.

E sulla questione è intervenuto anche Matteo d’Ingeo, responsabile del Liberatorio Politico: «Non ha senso, adesso, esprimere sentimenti di cordoglio. La verità è che ci sono zone della città dove non c’è controllo. Questo episodio si è verificato, non a caso, nella zona di piazza Immacolata, da sempre teatro di episodi di violenza, di incendi e di reati vari. L’amministrazione vuole armare il corpo di polizia municipale. Non si è ancora compreso che i vigili urbani non hanno bisogno di autorità, ma di autorevolezza. E devono essere presenti in tutta la città, anche nelle zone difficili. Certo è che quello che si è verificato è un episodio di una gravità notevole».

Truffe agli anziani: la denuncia di una lettrice

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Riproponiamo questo post del dicembre 2008 perchè potrebbero esserci dei collegamenti con il tentato scippo avvenuto in via Immacolata in cui è rimasta vittima l’anziana signora 90enne. Uno dei protagonisti arrestati potrebbe essere lo stesso che in veste di operatore di una nota associazione di volontariato molfettese diventava basista di numerose truffe messe in atto a danno dei malcapitati anziani.
Chiediamo collaborazione a tutti i cittadini che potrebbero fornire notizie in merito.

di La Redazione – Molfettalive.it

Con le truffe, soprattutto per chi è più esposto a questi rischi come gli anziani, occorre sempre tenere gli occhi aperti.

Sul tema arriva la segnalazione di una lettrice, «nella speranza di divulgare la notizia a scopo informativo e di allerta: anche i miei nonni ieri sono stati vittima della classica truffa agli anziani finita nel migliore dei modi, senza gravi conseguenze». 

«Questa gente – scrive la lettrice – conosce bene tutte le nostre abitudini, gli orari dei nostri spostamenti, le attività quotidiane ed i pochi intervalli di tempo in cui i nonni sono soli. 

Tra le ore 18 – 19 di ieri sera mia nonna, over 80, è stata gentilmente fermata sulle scale del palazzo di casa (zona rione Paradiso) al rientro dalla spesa quotidiana da una signora giovane, benvestita, modi gentili, bionda che si è presentata come addetta delle Poste Italiane che doveva consegnare un bonus postale a mia madre. 

Per dare maggior credito a questa bugia le ha detto che aveva appena concluso la consegna di un analogo bonus ad una vicina di casa. 

La truffatrice conosceva benissimo l’organizzazione delle giornate in famiglia: gli orari in cui mio nonno va in dialisi in ospedale, che mia madre lo accompagna e lo riprende dopo la terapia, il giorno di ritiro della pensione del nonno e l’addetto di famiglia delegato, gli orari in cui io vado da loro. 

Ha finanche simulato una fantomatica, mai avvenuta, telefonata sul cellulare di mia madre che in quel momento assisteva il nonno in ospedale, con cui avrebbe fatto finta di parlare e prendere accordi per il rilascio di soldi per il ritiro di questo bonus postale. 

La chiamata si è conclusa con una rassicurante quanto falsa certezza che i miei familiari stavano di lì a poco rientrando a casa, così da salire le scale del portone fino al 3°piano dell’immobile e continuare la truffa sulla soglia dell’ingresso dell’appartamento dei nonni senza destare alcun sospetto. 

La truffatrice ha richiesto alla nonna prima 100 euro e 50 euro della pensione ritirata nel mese in corso; le avrebbe indicato sulle 2 banconote un codice alfa/numerico contraddistinto dalla S**** dicendo che tutte le banconote della pensione erano state appositamente contraddistinte da questa lettera alfabetica per il rilascio del bonus da ritirare il giorno dopo in Posta. 

Ovviamente il tutto è falso in quanto tutte le banconote di qualsiasi importo sono contraddistinte dalla lettera S + codice numerico in quanto S indica la <SERIE> e Poste Italiane smentisce e diffida tassativamente da qualsiasi attività porta a porta di addetti postali incaricati a rilascio di bonus o al ritiro di soldi. 

Nel frattempo è rientrato il marito della vicina di casa e all’improvviso questa persona ha licenziato la conversazione con mia nonna, ha preso i soldi ed è andata frettolosamente via». 

Sul sito della Polizia di Stato è possibile consultare un vademecum di consigli, informazioni e attività di prevenzione a favore delle persone anziane per aiutarli a prevenire le truffe o i raggiri di cui rimangono vittime: imbrogli sofisticati messi a segno da falsi operai o dipendenti dell’Inps, finti poliziotti o medici di inesistenti organizzazioni umanitarie e che potrebbero trarre in inganno anche le persone più attente. 

«Chiedo – conclude la lettrice – la solidarietà e l’attiva collaborazione dei cittadini, dei circoli ricreativi per anziani (dopolavoro, centri culturali della 3° età, ecc.), attività commerciali (bar, alimentari, parrucchieri, ecc.), parrocchie affinché stampino e pubblichino questo vademecum nelle loro attività e sedi a scopo informativo e di prevenzione. 

Non rimaniamo indifferenti di fronte a tutto ciò: collaboriamo e denunciamo chi approfitta della buona fede della gente più indifesa».

Scippo finisce in tragedia a Molfetta muore 90enne. Ladri filmati: in manette

 

Fonte: www.ilgiornale.it/…

Uno scippo finito in tragedia: la vittima, una donna di 90 anni, è morta per le gravissime ferite riportate durante l’aggressione. Due giovani a bordo di un ciclomotore hanno tentato di strapparle via la borsetta, che conteneva solo pochi spiccioli: fermati dai carabinieri due 18enni. A nulla sono valsi i tentativi di salvare la vita alla donna, operata due volte in ospedale.

I due scippatori Sono Michele De Bari, di Molfetta, e Pietro Gadaleta, residente a Terlizzi. Entrambi sono già noti alle forze dell’ordine. Quando hanno agito erano a volto scoperto. Il ciclomotore era privo di targa. La donna, da quanto si evince dalle immagini del circuito di videosorveglianza, camminava sul marciapiede sul lato destro della strada: è stata avvicinata alle spalle dal ciclomotore, uno dei due giovani le ha afferrato la borsetta facendola cadere rovinosamente sull’asfalto. Nella caduta la donna ha battuto violentemente la testa sul lato sinistro ed ha riportato gravi lesioni al cranio e al torace. 

Scena ripresa da telecamere Determinanti per l’arresto dei malviventi sono state le immagini di alcune telecamere di sorveglianza installate in due differenti punti della strada che hanno consentito ai carabinieri di ricostruire la dinamica dell’accaduto e identificare i responsabili.

 

Borsellino sapeva della trattativa. Ruotolo convocato dai magistrati di Palermo


di Anna Petrozzi – 9 ottobre 2009
(www.antimafiaduemila.com/…)
Un altro colpo di scena, un altro improvviso lampo di memoria getta un po’ di luce sul mistero delle stragi del ’92 e ’93. 
 
VIDEO E CORRELATI ALL’INTERNO!

 

Durante l’ultima puntata di  Anno Zero è stato addirittura Claudio Martelli, Ministro di Grazia e Giustizia di quell’epoca, a fare la rivelazione delle rivelazioni: Paolo Borsellino sapeva della “Trattativa”, dell’ormai famoso dialogo tra Stato e Mafia avvenuto proprio a cavallo delle stragi.
Secondo la testimonianza dell’ex ministro, andata in onda solo in forma di intervista però, il capitano De Donno si era recato dall’allora direttore degli affari penali, Liliana Ferraro, strettissima collaboratrice di Falcone, per spiegarle che Vito Ciancimino sarebbe stato disposto a passare dalla parte dello Stato a patto di avere copertura politica. La Ferraro “molto opportunamente e senza nemmeno bisogno che mi consultasse”, spiega Martelli, “gli disse di rivolgersi prima di tutto al magistrato competente, cioè Paolo Borsellino.
Questo dialogo, spiega in collegamento da Palermo Sandro Ruotolo, in questi giorni oggetto di minacce ritenute molto pericolose dalla Digos che lo sta proteggendo, sarebbe avvenuto nel trigesimo della strage di Capaci, in occasione della messa a suffragio, quindi il 23 giugno. Dopodiché, ed è questa la vera novità, Liliana Ferraro ne avrebbe parlato direttamente a Paolo Borsellino. 
Tutta questa sequenza di eventi sarebbe stata confermata dall’interessata a Martelli che se ne è fatto garante, telefonicamente, presso Ruotolo.
Da qui sorgono spontanee almeno due domande: la prima, la più ovvia, è perché due “amici” di Giovanni Falcone, come sono stati sempre pubblicamente considerati, Liliana Ferraro e lo stesso Martelli decidono di parlare solo ora.
La seconda è se De Donno, che incontra Borsellino con Mori due giorni dopo la suddetta conversazione, il 25 giugno 1992, nella caserma Carini di Palermo, ne abbia parlato con il giudice così come gli disse la Ferraro. 
Difficile se non impossibile pensare che Borsellino, se fosse già stato informato dei dialoghi tra Ciancimino e De Donno non gliene avrebbe chiesto conto immediatamente in quella riunione che a detta dell’allora colonnello Mori sarebbe stata super riservata. Se così fosse Mori e De Donno non solo non avrebbero mai riferito questa circostanza, ma avrebbero mentito dicendo che in quell’occasione parlarono solo di mafia e appalti.
Un elemento di indagine importantissimo quindi per i magistrati di Palermo che proprio sulla trattativa stanno lavorando da tempo. Il procuratore aggiunto Antonio Ingroia intanto ha convocato d’urgenza Ruotolo per fare chiarezza e vorrà ovviamente sentire anche gli interessati. Se la Ferraro e Martelli dovessero confermare a verbale si potrebbe ampliare ulteriormente quello scenario già all’esame della Corte presieduta da Mario Fontana che sta processando il generale Mori e il colonnello Mauro Obinu per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra.
Secondo l’accusa sarebbe esistito un patto tra Provenzano e alcuni referenti politici per ristabilire l’eterno equilibrio tra Cosa Nostra e Stato, interrotto definitivamente con le condanne all’ergastolo sancite dal Maxi processo e dalla caduta rovinosa della Dc e del vecchio sistema partitico con mani pulite. All’interno di questo accordo ci sarebbe stata la consegna di Riina, la mancata e mai sufficientemente spiegata perquisizione del suo covo, la mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso nel 95 e tutta una serie di eventi che hanno ristabilito con gli anni la pax tra Stato e Mafia diventata oggi la maggior “azienda” del Paese garantita e agevolata da leggi che ne reprimono principalmente la sfera militare.
Per raggiungere questo obiettivo, aveva più volte detto Provenzano ai suoi, c’era da pazientare una decina d’anni e soprattutto era stato necessario eliminare alcuni ostacoli, tra cui Paolo Borsellino e creare il necessario clima di instabilità politica e istituzionale, quindi anche le stragi del ’93.  
Certo, trovare preciso riscontro processuale a tutto questo diabolico progetto è tutt’altro che semplice ed è diventato un carico enorme sulle spalle di pochi magistrati e forze dell’ordine. Proprio tra ieri e l’altro ieri si sono svolte due udienze del dibattimento in questione in cui ha deposto il collaboratore di giustizia Antonino Giuffré, l’ultimo dei pentiti ad avere avuto stretta relazione con Provenzano dopo la cattura di Riina.
Soppesando ogni singola parola l’ex capo mandamento di Caccamo ha spiegato che la priorità per Provenzano era quella di trovare la soluzione ai loro problemi più gravi, accentuatisi con la politica irruenta e di attacco allo Stato voluta da Riina e dalla quale il Provenzano aveva cominciato a dubitare, fin dalla decisione di votare il Psi, proprio di Martelli, al posto della Dc nel ‘87. 
I problemi sono quelli ormai noti dell’ergastolo e quindi della possibile revisione dei processi, i benefici carcerari anche per i mafiosi, il sequestro dei beni, la neutralizzazione dei collaboratori di giustizia contenuti anche nel famoso “papello” consegnato da Riina a interlocutori politici per il tramite di Vito Ciancimino.
Giuffré, senza una parola di troppo, riferisce semplicemente che mentre la fazione di Bagarella e Brusca continuava a mettere a ferro e fuoco il Paese con le “bombe del continente” (Firenze, Milano e Roma) Provenzano lavorava alla “sommersione”, cioè a non fare eccessivo rumore per poter ritornare ai vecchi tempi della coabitazione con lo Stato e del grande business.
Ad un certo punto tra il ‘93 e il ‘94 aveva rassicurato i suoi più intimi di avere le garanzie necessarie e che occorreva prodigarsi per sostenere la nuova forza politica: Forza Italia.
A fare da tramite per questo rinnovato accordo: Marcello Dell’Utri.
La stessa ricostruzione l’ha fornita ieri sera Massimo Ciancimino ad Anno zero ribadendo quanto già riferito ai magistrati.
Ad un certo punto – ha raccontato –  suo padre, don Vito, si era sentito scavalcato. Aveva capito di essere stato utile alla cattura di Riina e quindi alla causa della nuova trattativa che avrebbe riportato la pace tra stato e mafia, ma che ormai la sua funzione era finita.
Un po’ dispiaciuto aveva però finito con condividere la scelta di Provenzano di proseguire nei suoi negoziati con un uomo nuovo in grado di fargli da agente presso la nuova politica: Marcello Dell’Utri.
Anche le dichiarazioni di Massimo Ciancimino sono all’attento vaglio degli inquirenti che lo sentiranno presto a processo, nel frattempo però a deporre il prossimo 20 ottobre sarà invece suo fratello.
Giovanni Ciancimino, avvocato, era rimasto finora al di fuori da tutte le delicate faccende relative al padre. Tuttavia, chiamato dai magistrati, ha confermato di essere a conoscenza della trattativa e del ruolo svolto in questo passaggio dal genitore.
Assieme a lui è stato convocato anche l’onorevole Violante che, pure lui con il lieve ritardo di 17 anni, ha rammentato di essere venuto a conoscenza di questo dialogo tra il Ros e Ciancimino. Le sue dichiarazioni tardive sembrerebbero essere su alcuni punti discordanti, sarà compito delle parti a processo tentare di rimettere in ordine questo intricato periodo storico che ha segnato indelebilmente, piaccia o meno, la storia del nostro Paese.
E’ evidente che siamo in un momento politico assai delicato in cui sembra stiano per emergere pezzi di verità sempre più inquietanti che stanno facendo sperare gli italiani onesti e i tanti famigliari delle vittime. Ieri sera la trasmissione di Santoro si è aperta con una richiesta, sempre aristocratica e composta, di Agnese Borsellino, in cui la moglie del giudice chiede a chiunque sia informato di quei fatti di dire la verità perché ormai i tempi sono maturi. Poiché solo la verità potrebbe restituire dignità al nostro Paese.
Questo compito però, ed è bene che ce lo ricordiamo tutti, non può essere delegato alla sola magistratura, un’altra volta, ma deve essere condiviso. La società civile deve essere attenta, è vero, ma ora si dovrebbero sentire anche la voce degli intellettuali, degli storici, dei grandi giornalisti. Che non si nascondessero dietro le verità processuali, ce n’è abbastanza per analizzare questa fantasmagorica omertà di stato che solo oggi sembra lievemente infrangersi. E poi teoricamente ci sarebbe la politica; se ci fosse una classe dirigente onesta e coraggiosa sarebbe arrivato il momento anche per loro di una bella autocritica. E magari di una bella pulizia.

DOSSIER TRATTATIVA REALIZZATO DA ANTIMAFIADuemilaLa Trattativa 

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L’Africa e le vie della droga

Ruta: narcotraffico ruolo strategico nell’economia del continente

di Carlo Ruta (http://www.liberainformazione.org/news.php?newsid=8970)

 

Sequestri di cocaina
Sequestri di cocaina
Narcotraffico e affari illeciti delle organizzazioni criminali nel panorama economico internazionale. Muove da questo filone d’inchiesta la terza parte di "Recessione e mafie", approfondimento giornalistico a firma di Carlo Ruta. In questa puntata lo storico – giornalista osserva attraverso una lente d’ingrandimento il continente africano, la condizione attuale della produzione e del commercio di droghe in Africa e i cambiamenti in atto in funzione della recessione economica globale.  


Più di qualsiasi altra parte del globo, l’Africa evoca calamità e regressioni militari, nondimeno costituisce, oggi più che in passato, un mondo eterogeneo, anzitutto sotto il profilo economico. Se l’immensa regione centrale, di cui è emblema Korogocho, la “favela” più popolosa del mondo, rimane infatti irriducibilmente povera, l’intera fascia settentrionale va progredendo, agganciandosi addirittura al trend di paesi come India e Cina, che in questo momento, come detto, fanno argine alla recessione. 

Tutte le regioni continentali sono comunque accomunate da un fenomeno in crescendo, la domanda di narcotici: dalla cannabis che, secondo l’Unodc, copre il 63 per cento dei consumi continentali di droghe, alla cocaina, che copre in Africa il 20 per cento della domanda globale. Tenuto conto delle enormi sacche di povertà del continente, tutto questo può apparire paradossale. Testimonia comunque quanto il narcotraffico possa discostarsi dalle logiche della normalità economica, in taluni casi fino a sovvertirle, traendo vantaggio da emergenze di ogni tipo.

Nel contesto di una economia globale che ha aperto a inedite e impetuose colonizzazioni, su questo continente il narcotraffico ha puntato in modo strategico. I cartelli sudamericani hanno avocato a sé territori importanti, fino a farne appunto un mercato in crescita. Ma hanno fatto di più, aprendo in Africa un corridoio relativamente sicuro per l’introduzione della coca in Europa. Dalle coste del Brasile, la polvere bianca, proveniente dalla Colombia, dal Perù e dalla Bolivia, attraversa l’Atlantico per approdare lungo le coste dalla Guinea Bissau e della Sierra Leone. 

Dopodiché, fatte salve le partite riservate al consumo continentale, risale lungo varie piste, che possono interessare la Mauritania, la Costa d’Avorio, la Nigeria, il Niger, il Ciad, per raggiungere le coste mediterranee del Nord Africa, dal Marocco alla Tunisia, dove viene imbarcata su navi di piccolo cabotaggio e pescherecci diretti in Spagna, in Italia, in Grecia, nelle coste balcaniche. I numeri che vengono proposti dall’Unodc, ricavati dalla curva dei sequestri nell’ultimo decennio, appaiono già considerevoli. Si ritiene infatti che circa la quarta parte dei carichi di narcotici introdotti in Europa dal Sud America segua la rotta africana. Tale stima, che si fonda appunto su certificazioni territoriali, potrebbe essere tuttavia poco indicativa, per difetto, almeno per due ragioni. La prima è politica. Allo stato delle cose è verosimile che determinati paesi vadano rendendosi permeabili al commercio di droghe. La seconda è di terreno. Le aree desertiche del nord, in cui transitano quantitativi importanti di narcotici, sono troppo estese per poter essere sottoposte, laddove pure si volesse, a controlli significativi.

I narcos non sono stati beninteso i soli a puntare sul continente. Seppure con circospezione, si sono mobilitati pure ambienti dell’oppio del sud-ovest asiatico, ravvisando un terreno idoneo nella regione orientale, ma soprattutto nel Corno d’Africa, con la garanzia di una guerra civile endemica che dal 1993 ha reso l’area fuori controllo. È andata delineandosi così un’attività composita, divisa fra interessi interni ed esterni, che vede in causa boss afgani, reti fondamentaliste, clan militari somali, perfino le piraterie del Golfo di Aden. E tale stato di cose, pure per le saldature che rischia di avere con altre situazioni continentali, lascia prevedere risvolti non da poco. 

Va considerato peraltro che quasi l’intera Africa brulica di traffici, di affari eterogenei, mentre in diversi paesi si rendono più sostenuti i disegni di far da sé, di realizzare cioè in via del tutto autonoma l’intero ciclo delle droghe, dalla produzione al rifornimento dei mercati, locali e non solo. Si tratta di focalizzare allora tale processo, che reca peraltro una tradizione importante nel Marocco: ancora oggi fra i primi produttori al mondo di cannabis.

Il Rif, regione montuosa del Marocco settentrionale, sin dagli anni settanta costituisce una immensa distesa di canapa indiana, sostenuta soprattutto dalla richiesta europea. Come il Sud America e il Triangolo d’Oro, ha coniugato e insiste a coniugare quindi povertà e ricchezza fino al paradosso. Al livello più basso stanno intere popolazioni contadine, che traggono dalle coltivazioni solo il minimo per sopravvivere. In alto risultano i boss, marocchini, turchi, tunisini, spagnoli, italiani, che muovono l’affare, proiettando l’hashish lungo i continenti che chiudono il Mediterraneo. Negli ultimi tre anni la situazione è mutata. 

Le leggi del governo di Mohammed VI, indotte dall’Onu, sono divenute più severe. Numerose piantagioni dell’area sono state distrutte. I rilievi ufficiali dell’Unodc stimano addirittura nel 50 per cento la riduzione delle superfici coltivate. Ma tutto questo significa poco. La cannabis viene riconosciuta ancora oggi come la droga più coltivata al mondo, ma soprattutto la più richiesta. In Africa, dove è preponderante l’offerta del Rif, è, come si diceva, allo zenit, coprendo il 63 per cento dei consumi continentali di narcotici. Il dato più rappresentativo continua a venire comunque dalla sponda nord del Mediterraneo. I sequestri effettuati negli ultimi anni in Spagna, Italia, Francia, Grecia, in altri paesi europei, testimoniano infatti che la marijuana prodotta in Marocco, a dispetto degli interventi delle autorità pubbliche, rimane in tali aree la più diffusa.

Il presente dell’Africa non è tuttavia la sola tradizione del Rif: che in termini di commercio clandestino risale almeno al secondo dopoguerra. È anche altro. È soprattutto la Nigeria, dove il narcotraffico è gestito da una mafia locale, fortemente connotata in senso etnico, divenuta di fatto la più coesa su scala continentale: in grado di tenere testa quindi a quella turca sulle rotte che si diramano dal Mediterraneo. 

Particolarmente attivi dagli anni ottanta, quando il paese fu scosso dalla crisi del petrolio, i nigeriani hanno potuto godere nell’ultimo decennio di una rendita strategica. Con l’aprirsi delle rotte africane, il territorio da cui muovono è divenuto infatti un crocevia del narcotraffico globale. Incombe sulla Guinea Bissau, chiudendo il golfo in cui sbarca la coca dei narcos. 

Occupa lo stesso parallelo del Corno d’Africa, dove transitano gli oppiacei da Oriente. Se nei primi periodi i boss centro-africani si sono limitati allora a chiedere l’obolo o reclamare forme minime di partnership, con il tempo si sono meglio organizzati, elaborando un metodo. Per conto dei sudamericani, controllano oggi il traffico di coca continentale e una parte non indifferente di quello europeo. Hanno dato avvio a coltivazioni di papavero, seppure in una misura discreta, mentre continuano a garantire, ai loro facoltosi contraenti, i percorsi dell’oppio afgano. Infine, là dove è possibile, fanno gioco a sé, incentivando soprattutto la coltivazione e la lavorazione della canapa, tanto da rendere il paese africano, un po’ sulle orme del Marocco, uno fra i maggiori esportatori di marijuana e hashish.


RECESSIONE E NARCOTRAFFICO. Come interagisce allora la recessione di oggi con tale stato di cose, nel continente? È il caso di esaminare alcuni aspetti generali. La crisi in Africa, come danno conto gli allarmi lanciati da numerose organizzazioni, sta avendo ripercussioni sociali pesantissime. Il 2009 si chiuderà, secondo Jean Ping, presidente dell’Unione Africana, con 27 milioni di nuovi disoccupati. In aggiunta, i prezzi dei beni primari stanno aumentando in modo esorbitante, con l’effetto di una carestia che le popolazioni, già provate da piaghe ataviche, non sono in grado di fronteggiare, tanto più nei paesi sub-sahariani. Vanno accendendosi quindi tensioni che rischiano di alimentare l’instabilità politica, già notevole, e gli scontri fra etnie. Si è entrati insomma nel tunnel di una emergenza che, come denuncia Amnesty International in un rapporto del maggio 2009, rende l’intero continente una polveriera pronta ad esplodere. In questo clima un peso crescente sta assumendo comunque la questione delle droghe. Nessun risultato statistico, beninteso, può attestare che negli ultimi mesi il traffico e il consumo di tali sostanze nel continente siano alimentati dalla crisi. Esistono nondimeno situazioni di cui va preso atto, a partire dalle aree cruciali del narcotraffico, dove proprio in questi frangenti si registrano evoluzioni drammatiche. 

In Guinea Bissau è  in atto una strategia di delitti che ha assunto il significato di un golpe. Il 2 marzo 2009 è stato ucciso, per mano militare, il presidente Joao Bernardo Vieira, che aveva guidato il paese per 23 anni. A giugno, poco prima delle elezioni, sono stati assassinati: Baciro Dabo, maggiore candidato alla successione; Helder Proença, già ministro della Difesa e stretto collaboratore di Vieira; Faustino Fudut Imbali, primo ministro dello stato africano dal marzo al dicembre 2001. Un altro candidato alla presidenza è stato indotto invece a ritirarsi, per salvare la vita. Le movenze sono quelle di una guerra intestina sul terreno dei narcotici, su cui, oltre le apparenze, hanno puntato con abbondanza tanto i dignitari di Vieira quanto i militari che adesso tengono il gioco. Tutto richiama quindi i cartelli sudamericani, determinati, con i loro contraenti del Golfo, a bruciare i tempi della conquista continentale. Tale situazione appare altresì coerente con quella della confinante Guinea Conakry, dove il 23 dicembre 2008, dopo l’annuncio della morte del presidente Lansana Conté, che aveva mantenuto il potere per 25 anni, si è insediata una giunta militare golpista, guidata dal capitano Moussa Dadis Camara. Il canovaccio è uguale. Il regime di Conté, come si evince da numerosi rapporti, a partire da quelli della Lega guineense per i diritti umani, era sceso a patti con il narcotraffico. La giunta di Camara fa altrettanto, ma con più metodo, malgrado ostenti di aver dichiarato guerra alle droghe.

Gli effetti della connessione afro-sudamericana si fanno in sostanza sempre più preoccupanti. Se ne trova riscontro quindi nelle prese di posizione che vanno sommandosi a tutti i livelli. Di ritorno dal Golfo, Mary Carlin Yates, direttrice della DEA, l’agenzia antidroga dell’FBI statunitense, ha dichiarato che il traffico di narcotici, già gigantesco, sta crescendo ancora, con il rischio di destabilizzare ulteriormente gli stati della regione. Jean Ping, che esprime per certi versi l’opinione generale del continente, ha aggiunto che il narcotraffico di stanza in Guinea e in Sierra Leone sta mettendo a rischio la pace non solo dell’area, ma dell’Africa intera. E del medesimo avviso, sulla scorta di dati tratti dagli uffici di polizia, è il ministro dell’Interno colombiano Fabio Valencia Cassio, trovando la colonizzazione africana dei narcos in netta progressione. Un dettaglio della situazione sul terreno, dall’epicentro della Guinea Conakry, viene offerto comunque dal capitano Moussa Tiégboro, ministro della giunta militare che dovrebbe combattere i narcos: in tutto il paese, a dispetto dei livelli di povertà, fra i più alti su scala continentale, anche le tossicodipendenze sono in aumento.

In modo ugualmente severo sta evolvendo la situazione del Corno d’Africa. Il consumo di Khat, la cui coltivazione costituisce per gran parte delle famiglie contadine l’unica risorsa per sopravvivere, come del resto in Kenia, in Etiopia e altrove, continua a diffondersi con ritmi ascendenti. Prova ne è che nella sola Somalia tale droga muove un giro d’affari di circa 70 milioni di dollari l’anno, più di quanto ne registrano in bilancio gli stati più poveri della regione. Insieme con l’eroina dell’Afganistan, che viene irradiata appunto in tutto il continente e oltre il Mediterraneo, continua ad alimentare quindi i conflitti territoriali. Le ripercussioni sul terreno sono sempre più devastanti, con saldature tattiche fra clan militari, narcotrafficanti dell’oppio, reti terroristiche islamiche, mentre lo stato di indigenza e i disagi della guerra sempre più vanno traducendosi in progressi dell’Aids e in violenza. Un effetto clamoroso di tale impasto fra guerra, povertà e droghe è la pirateria del Golfo di Aden che, dopo decenni di relativa sordina, si trova in piena recrudescenza. L’esercito dei nuovi bucanieri, impinguatosi di anno in anno, con picchi recenti del 200 per cento, conta oggi su circa 2 mila unità. Ha rinnovato strategie e metodi operativi, traendo quanto gli occorre dai sequestri, ma pure dall’eroina e dal Khat. È andato dotandosi altresì di armi sofisticate, tecnologie, mezzi logistici, mettendo a frutto gli accordi che è riuscito a cucire, lungo gli anni, con i mujahedin e i signori della guerra di Mogadiscio. Si tratta uno scorcio beninteso, sullo sfondo dei conflitti dimenticati e del narcotraffico. Quanto accade nel Golfo esemplifica tuttavia i caratteri di una emergenza che si è resa debordante, a dispetto della decisione dell’Africom, a guida statunitense, di intervenire nell’area.

La denuncia che viene da numerose sedi, ufficiali e non solo, è del resto unanime: la faglia del Corno d’Africa rischia oggi di far saltare gli equilibri residui dell’intero continente, al pari di quella delle Guinee ma forse più ancora, perché acutizzata appunto da guerre senza fine.

Quel dialogo fra Cosa nostra e lo Stato

Maurizio Torrealta: le  stragi  erano  state  annunciate


di
Norma Ferrara 
(www.liberainformazione.org/…)

 

Strage di via dei Gergofili
Strage di via dei Gergofili
Solo pochi giorni fa ai microfoni di Annozero Claudio Martelli, Ministro della Giustizia negli anni delle stragi, racconta: Borsellino sapeva della trattativa. Dice di essere stato illuminato dalle parole di Massimo Ciancimino sul dialogo fra mafia e Stato e di aver cosi ricordato che l’allora direttore degli affari penali del Ministero, Liliana Ferraro, in occasione del trigesimo della strage di Capaci avrebbe avvertito Borsellino del contenuto di  una visita ricevuta dal capitano De Donno. De Donno avrebbe riferito della disponibilità dell’ex sindaco di Palermo Vtio Ciancimino ad aprire un canale di comunicazione con Cosa Nostra se avesse ricevuto una copertura politica. Nel gennaio del 1993 Salvatore Riina viene arrestato e il  giornalista Maurizio Torrealta di Rainews 24  descrive attraverso il racconto del capitanoUltimo l’arresto del latitante numero uno di Cosa nostra. In quelle pagine non c’è traccia di questa trattativa fra mafia e Stato che portò anche all’arresto del boss corleonese. Nel 2002 Torrealta pubblica in un altro libro intitolato "La Trattativa" , il resto di quel racconto. Lo abbiamo sentito per parlare con lui di questa inchiesta e della riapertura delle indagini sulle stragi di  Capaci e via d’Amelio. 

 
Dopo aver scritto dell’arresto di Riina lei pubblica nel 2002 "La Trattativa". Da quale spunto investigativo riparte la sua analisi di quel tragico biennio di stragi?

Solo alcuni anni dopo l’intervista al capitano che arrestò Riina mi resi conto che le cose che mi aveva raccontato erano solo quelle che lui mi aveva voluto raccontare, quelle che aveva voluto vedere. E soprattutto mi resi conto di quello che mi aveva taciuto: la trattativa. Fu invece intorno alla seconda metà degli anni novanta che iniziai a leggere la sentenza di via dei Gergofili, nella quale, senza alcuna ambiguità, si parlava di una trattativa portata avanti dal capitano De Donno e dal colonnello Mario Mori. I due violando i compiti cui erano preposti in quegli anni, incontrarono Ciancimino e provarono a trattare con Provenzano, non si sa per conto di chi. La trattativa avrebbe avuto successo solo se fosse stata tenuta segreta all’opinione pubblica e agli altri organi investigativi. Intorno a questa trattativa di cui noi conosciamo soltanto alcune fasi ci sono anche una serie di episodi molto strani. Non ultimi, ma questa è solo una mia opinione, la morte di Gabriele Chelazzi, Pm che stava seguendo le indagini sulla trattativa e il suicidio della direttrice del carcere di Sulmona, Armida Miserere. Il mio lavoro d’inchiesta cominciò quindi dalla lettura degli atti di Firenze ma anche dalla richiesta di archiviazione del magistrato Antonio Ingroia “Sistemi Criminali”. L’inchiesta nonostante fosse una richiesta di archiviazione conteneva al suo interno elementi oggettivi di estremo interesse di cui non potevamo essere a conoscenza mentre accadevano.

Quali elementi?

Primo. Le stragi erano state annunciate, almeno un paio di volte. La prima volta da Elio Ciolini, un neofascista, già condannato per diffamazione che aveva inviato una lettera al giudice Leonardo Grassi, annunciando l’inizio di una stagione di stragi in Italia. Ciolini in questa e in una seconda arrivata dopo l’omicidio di Salvo Lima, precisa che queste decisioni erano state prese in alcune riunione tenutesi in Croazia. La strage di Capaci inoltre venne annunciata 48 ore prima da una piccola agenzia di stampa,Repubblica,  vicina ai Servizi segreti. A scriverlo fu in un articolo Vittorio Sbardella, secondo uomo di fiducia di Andreotti, per annunciare che ci sarebbe stato un “botto” che avrebbe modificato l’andamento delle elezioni. Sbardella è interessante anche per le cose che scriverà dopo intorno al cosiddetto “pericolo Golpe”. A questi seguirono una serie mai vista di episodi: attentati contro palazzi fiorentini e romani, fatti in luoghi di potere molto specifici, non quelle dei partiti ma luoghi simbolo del potere, delle istituzioni e della massoneria.

Massoneria, poteri forti e equilibri politici internazionali fanno da sfondo al biennio stragista. Ma non solo. Nella sua inchiesta lei si occupa anche della nascita e del ruolo dei movimenti secessionisti nel Paese. Perché?

Grazie ad un lavoro straordinario della Digos nel nostro Paese sono stati ricostruiti alcuni scenari all’epoca sconosciuti. All’inizio degli anni ’90 nacquero diverse organizzazioni, una sorta di Leghe del sud. In una di queste comparivano persino Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, neofascista pluriindagato. Viene da pensare che ci fossero nuovi equilibri politici in bilico e l’interesse a creare più un’ Europa delle regioni che delle nazioni. Questo progetto non si è poi sviluppato ma questa ricerca di nuovi equilibri è rimasta e la trattativa è poi avvenuta su un altro versante: quello della ricerca di una situazione politica che garantisse Cosa nostra, messa in difficoltà dal maxi processo. Siamo negli anni novanta infatti, le condizioni internazionali cambiano, è crollata l’Urss e il nemico comunista è stato sconfitto. In quel periodo Cosa nostra percepisce che le forze che avevano utilizzato gli enormi capitali di cui disponeva, per fini politici contro il comunismo, stavano per cancellarli dal panorama politico, come dire: il loro ruolo terminava li. Così diventò importante attirare l’attenzione con azioni capaci di arrivare anche al di là dell’Atlantico per garantire la sopravvivenza di Cosa nostra.

Quali gli elementi nuovi emersi dopo il 2002 data della pubblicazione de La Trattativa, ad oggi?

La strage di via d’Amelio è stata completamente riletta. Si è scoperto che le confessioni di un pentito sono state  inquinate, fatte ad arte per sviare tutte le indagini mentre adesso ci sono nuovi collaboratori di giustizia che raccontano come si è sviluppata questa strage, il coinvolgimento dei servizi segreti.  Ma anche la trattativa. Per anni si era concentrata l’attezione sull’uomo di fiducia di Riina, il medico Antonino Cinà. Sembra che abbiano avuto un ruolo altri uomini politici già condannati per associazione mafiosa e senatori della Repubblica. Ci sono nuove indagini anche se devono emergere ancora elementi chiari e precisi tali da poter dire con certezza…

Beh, un nome circola da mesi, da dichiarazioni di pentiti e in ultimo anche dalla voce di Massimo Ciancimino nell’ultima puntata di Annozero. Si tratterebbe di Marcello dell’Utri…

Ciancimino può fare questo nome, noi dobbiamo attendere riscontri precisi.

Prima ricordava della rilettura di Via d’Amelio… qual è stato il ruolo, se c’è stato, dei servizi segreti nelle stragi?

Ci sono prove della loro presenza nella strage di Capaci ma soprattutto in quella di via d’Amelio, ovvero quella che sembra davvero inverosimile possa essere stata organizzata da Cosa Nostra. Per varie ragioni ma soprattutto perché avviene in un momento in cui sono in via d’approvazione pesanti leggi antimafia e non poteva esservi mossa più dannosa per Cosa nostra che alzare il tiro contro lo Stato. Su via d’Amelio ricordo personalmente le parole del pentito Salvatore Cancemi, quando gli chiesi di questa strage mi disse: “non parlo” e disse delle altre mezze frasi che lasciavano intendere era opera di “menti raffinatissime”.

I pentiti, siciliani, calabresi, pugliesi, parlano di quegli anni anche quando decidono di non spingersi oltre alcuni episodi. Quella che sembra rimanere in silenzio è la politica. Perché?

A questo proposito cito un episodio significativo che riguardava l’allora Ministro Scotti, accaduto durante il processo per la strage di via dei Gergofili. Gli inquirenti chiesero al Ministro come mai “si fosse addormentato da Ministro degli interni e risvegliato Ministro dell’industria” senza episodi specifici che giustificassero questo cambiamento di ruolo. Lui sorrise ma non rispose, tant’è che alla fine gli inquirenti chiesero che fosse messo agli atti il sorriso di Scotti, perché quel sorriso significava “non posso parlare”. Quello che sappiamo ad oggi è che al suo posto andò Nicola Mancino e viene da pensare che questo cambiamento avesse a che fare con la trattativa. Mancino ha sempre smentito e non esistono al momento prove che possano dimostrare il contrario. Quello che sembra evidente è che la trattiva trovò un consenso trasversale nella politica.

In questi ultimi anni l’attenzione verso il reperimento di prove che dimostrerebbero la trattativa Mafia – Stato è stata diretta verso il famoso “papello”, elenco scritto di contro richieste della mafia allo Stato. Ma è plausibile che funzionari dello Stato si fossero recati a parlare con un personaggio come Vito Ciancimino più volte, senza alcuna tutela? Penso a l’uso di registratori… ad esempio. Potrebbero esserci altre prove di questa trattativa oltre al "papello"?

Se fossi in chi conduce le indagini e fossi venuto a conoscenza di queste prove sarebbe di certo l’ultima cosa di cui parlerei sino a quando non giungerebbero in un’ aula di tribunale. Credo comunque che il filone del Papello avrà degli sviluppi importanti e non potrà essere licenziato rapidamente….

Dopo 17 anni Sandro Ruotolo prepara una puntata per AnnoZero e riceve delle minacce. Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, partecipa ad una trasmissione di Rainews24 sulle stragi e subisce il furto della sua auto. A chi fa ancora paura  questa verità?

Stiamo parlando di forze trasversali ai partiti che hanno governato il Paese prima e continuano ad influenzarne l’andamento anche adesso. Negli anni le condizioni sono cambiate molto, potranno esserci degli sviluppi importanti ma i tempi della giustizia sono lunghi e complessi. Sarà difficile portare avanti questi processi ma oggi sembrano esserci le condizioni e se si riuscirà ad arrivare alla verità sarà il primo caso in Italia in cui saranno identificati i mandanti  esterni di una strage.

 

“Lucera Città Aperta” 4 ottobre 2009.

I cittadini, le istituzioni locali, i mezzi di comunicazione assenti hanno caratterizzato l’incontro-dibattito del pomeriggio all’Oasi Betania alla presenza di figure di spicco e di fronte a temi di indiscusso valore

Dopo la conferenza stampa svoltasi lo scorso 4 ottobre davanti ai cancelli della Alghisa la mattina, gli organizzatori hanno dato appuntamento pomeridiano presso l’Oasi Betania, situata a 4 km. circa sulla s.s. 17 per Troia, dove dalle ore 16:00 si è tenuto un incontro-dibattito che si è protratto fino alle ore 20:00. Ad emergere l’inquietante assenza di cittadini (tanto che l’on.Pierfelice Zazzera alla fine ha detto laconicamente: «Voglio parlare più alle sedie vuote che a quelle occupate»), delle istituzioni locali e dei mezzi di comunicazione pur di fronte a temi di indiscusso valore che, partendo dalle criticità ambientali, hanno analizzato le cause e gli effetti di incresciose situazioni verificatesi negli ultimi decenni che hanno tenuto legata e prigioniero il potenziale socio-economico della città e dell’intera Capitanata, senza contare la testimonianza di Tino Ferrulli del "Comitato Pro Ambiente" di Modugno e dei luoghi che hanno visto scendere in piazza circa 20mila persone per contrapporre il proprio diniego a quegli impianti che nascono come strutture di biomasse e che poi, presto, si trasformano (dopo cinque anni è la legge che lo permette a quanto sembra) in veri e propri inceneritori.
«La vicenda dell’Alghisa – ha detto Liliana Toriello – è stata scelta come caso emblematico non solo per l’inquinamento che essa può produrre, ma anche perché si denota un arresto dello sviluppo da tempo programmato».

video della presentazione dell’incontro all’Oasi Betania

Aperto l’incontro-dibattito con queste parole, si è posta quindi l’attenzione sulla «mancanza degli strumenti primari della programmazione per la collettività, come per esempio un Piano Urbanistico Generale (Lucera purtroppo è ferma al Piano Regolatore Generale del 1973), un Piano di Insediamenti Produttivi, due elementi che rappresentano lo sbocco naturale per far crescere la città» e sui quali sembra che la nuova amministrazione capeggiata dal sindaco Pasquale Dotoli voglia puntare molto e nell’immediato, perché non ha torto chi ha fatto rilevare che l’assenza di quelle due componenti sociali ed economiche rappresentano «un fatto anomalo non rispetto all’Italia, ma rispetto alla provincia di Foggia».
Lucera viene sempre più paragonata ad una città «crollata economicamente e socialmente, pur vivendo in regime di monopolio. Ecco perché continuo a chiedermi – ha affermato la Toriello del Comitato "Salute e Territorio" di Lucera ed animatrice con il Coordinamento dei Comitati Regionali Bari/Puglia della giornata su "Salute, Legalità, Vita" – di chi è questa città. Continuo a chiederlo perché sento che non è la mia e degli altri cittadini di Lucera, ma sento che è di poche persone, che vivono e possono vivere solo perché c’è questo regime di monopolio che viene a controllare tutta la situazione della città».
E allora ecco perché l’Alghisa viene visto come un segnale non solo ambientale ma «se andiamo a leggerlo negli anni, vediamo che ha rappresentato un potenziale economico per la città di imprenditori capaci che hanno dovuto attraversare tante traversia per essere soffocati, emarginati, rottamati come le loro fabbriche».

«Verità e giustizia. Colpire e emarginare Cinquia»

Argomenti, questi, «che ritengo debbano essere affrontati – ha rimarcato Toriello nell’introdurre l’incontro-dibattito pomeridiano – nello spirito di verità e giustizia che deve sempre guidare non solo i cittadini che si impegnano nel sociale, ma anche i giornalisti che dovrebbero poter parlare di questi problemi e rendere notizie vere, attendibili e rispondenti a dati oggettivi».
Un pensiero poi è stato rivolto al Frizzoed al clima che il nostro net-journal «subisce in questa città», mettendo in evidenza che «tutti gli altri invece sono assenti». Poi, la solidarietà «anche a nome, credo, degli amici del Coordinamento Regionale, in quanto nell’ultimo periodo si è verificato un dato ancora più preoccupante, avendo Il Frizzo ospitato degli articoli (si tratta, più precisamente, di lettere, ndr) dell’ing. Cinquia, il quale è l’unico, da tanti anni, esprimendo dei concetti che motiva anche attraverso la sua professione come responsabile tecnico all’interno del Comune di Lucera». La Toriello ha fatto riferimento al fatto che «sono stati denunciati entrambi – per diffamazione in concorso per avere l’uno scritto e l’altro pubblicato dei contenuti dell’ing. Cinquia». Scritti che riguardano «casi drammatici – ha precisato – che da forse trent’anni e più la città vive. E allora noi chiediamo formalmente alla magistratura: siccome l’ing. Cinquia, sugli stessi argomenti per cui oggi è fatto oggetto di comunicazione giudiziaria ha presentato, tre anni fa, un dossier dettagliato nell’esercizio delle sue funzioni sulla vicenda Sacco, come mai l’ing. Cinquia non è stato assolutamente né sentito né chiamato se è vero, com’è vero, che gli attacchi che ha subito e per cui è stato avvisato all’incirca un mese fa assieme a Roberto Notarangelo, sono gli stessi argomenti di cui si fanno portatori coloro i quali lo hanno denunciato, cioè il gruppo politico dell’ex sindaco Labbate?». Quindi il timore «che volendo estrapolare da un contesto molto più preciso delle semplici frasi di singoli scritti, lo si voglia colpire ed emarginare e non si voglia, invece, approfondire uno degli argomenti più scottanti della città che ha creato e creerà prossimamente un buco finanziario tra gli 8 e i 10 milioni. Infatti dice Cinquia: "Io non lo faccio per me stesso, io svolgo un ruolo di garanzia istituzionale e in bas a questo ruolo io devo, nell’esercizio delle mie funzioni, contrastare la mafia". E allora – ha concluso Toriello – detto da un pubblico ufficiale, credo che questo debba innalzare il livello di attenzione».
Prima di cedere, poi, la parola a Tino Ferrulli, ha voluto ricordare che «oggi è la giornata in cui ricorre San Francesco d’Assisi, ed è la giornata ideale per una riflessione sull’ambiente», ricordando ancora che «la violenza sulla natura e, quindi, sull’uomo e sul territorio, è soprattutto la violenza che noi facciamo alle generazioni future».
Infine, "Il cantico delle creature" interpretato dalla prof.ssa Lucianna Modola dell’associazione Mythos di Lucera (leggi).