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La legalità si impara a scuola


Dieci istituti molfettesi hanno preso parte al Pon “Le(g)ali al Sud”. E venerdì si sono dati appuntamento per parlarne

di Leonardo Albanese – www.molfettalive.it


Foto: © MolfettaLive.it

Si chiama “Le(g)ali al Sud” ed è un progetto Pon finanziato con fondi europei, quello che ha permesso a dieci scuole molfettesi, dalle elementari sino alle superiori, di affrontare tematiche relative alle quattro macro aree dell’iniziativa: Legalità, Diritti umani, Intercultura e Ambiente. 

Tutti hanno sviluppato un percorso differente scegliendo uno dei temi proposti e, compiendo esperienze dirette con l’aiuto di diversi partner esterni, hanno prodotto risultati tangibili. Ecco perché a circa un anno dall’inizio del progetto, sette delle dieci scuole partecipanti hanno deciso di accettare l’invito di Libera (l'associazione antimafia di don Ciotti è tra i partner di diverse scuole) e hanno raccontato le loro testimonianze e i loro risultati nella sala Finocchiaro della Fabbrica di san Domenico. 

Così mentre gli alunni della “Cesare Battisti” hanno approfondito il tema dei diritti e dei doveri dei cittadini e, riscoprendosi giornalisti in erba, hanno pubblicato e distribuito il loro giornalino “L’ora legale”; i loro coetanei della scuola elementare “Alessandro Manzoni” hanno invece descritto il ciclo dei rifiuti e l’esperienza fatta assieme a Legambiente. 

Poi tocca ai ragazzi del professionale “Mons. A. Bello” parlare del loro “Liberiamoci dalle mafie” svolto assieme a “Libera” e che ha previsto unavisita anche al Parlamento Europeo. Con la stessa partnership l’istituto magistrale “V. Fornari” ha potuto incontrare la mamma di Michele Fazio (un ragazzo barese ucciso per sbaglio dalla mafia dieci anni fa) nell’ambito dell’iniziativa “A scuola con la Costituzione”, mentre il liceo classico “L. da Vinci” oltre che una serie di incontri per discutere delle diseguaglianze ha partecipato alla manifestazione contro le mafie svoltasi a Potenza, che come ricorda Matteo: «Non è stata una semplice giornata del ricordo per le vittime di mafia, ma ci ha fatto capire che dobbiamo essere partecipi di questa società». 

Anche i ragazzi del “Salvemini” hanno sviluppato lo stesso tema e così anziché raccontare soltanto il loro viaggio a Casal di Principe hanno scelto di far assaggiare i prodotti di quelle terre confiscate alla camorra e coltivate da operative di ragazzi come loro. 

“Dal mio piccolo al nostro grande” è invece il titolo del video sul risparmio energetico e sul cambiamento climatico presentato dai ragazzi del liceo scientifico “A. Einstein”, che ha partecipato e vinto il concorso “Europa Giovani 2020”. L'Itis “G. Ferraris” si è addirittura “fatto in due”, da un lato presentando due spot pubblicitari per il loro “Legalità su strada”, dall’altro parlando del manifesto “Il mondo che vogliamo” nato dall’incontro con Gino Strada e la visita alla sede operativa di Milano della onlus Emergency, oltre che quelle agli ospedali della stessa associazione di Marghera e Palermo. 

«Abbiamo concluso un lavoro di rete che serve a portare dei cambiamenti nella società», dice in chiusura il responsabile provinciale dei presidi di Libera, Mario Dabbicco. «Tutti insieme si può».

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BORSELLINO, L'ULTIMA VERITÀ

inchieste.repubblica.it

"Io so di via D'Amelio perché l'auto imbottita di tritolo l'ho rubata io". Comincia così la narrazione con cui Gaspare Spatuzza riscrive la strage di Borsellino e della sua scorta e scagiona otto palermitani condannati all'ergastolo per quel reato. Una testimonianza ricca di dettagli, compresa la descrizione di un misterioso cinquantenne, "non di Cosa Nostra", che aspettava la Fiat 126 nel garage dove fu trasformata in autobomba: un uomo che potrebbe essere il collegamento con i servizi deviati.

Tutto cominciò con una soffiata. Ancora oggi non si sa esattamente da dove è venuta. Forse dal Sisde, il servizio segreto civile che l’ha trasmessa alla polizia di Palermo. O forse dalla polizia di Palermo, che l’ha trasmessa al Sisde. Era una soffiata fasulla. Sull’auto che aveva fatto saltare in aria Paolo Borsellino e sui mafiosi che l’avevano rubata. Dopo quasi vent’anni, è arrivato però Gaspare Spatuzza che ha riscritto la storia delle stragi siciliane. Lo  racconta lui come hanno ammazzato, il 19 luglio del 1992, l’erede di Falcone. Cancellando con le sue confessioni indagini pilotate e processi passati al vaglio della Cassazione, indicando depistaggi e piste ingannevoli. Un romanzo nero riscontrato punto dopo punto negli ultimi due anni. 
In una drammatica narrazione Gaspare Spatuzza rivela come i boss – e probabilmente qualcun altro – prepararono ed eseguirono il massacro.

"Io so di via D’Amelio perché l’auto imbottita di tritolo l’ho rubata io…". Comincia così il primo interrogatorio – il 26 giugno del 2008 – dell’uomo d’onore di Brancaccio con il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari.Repubblica è venuta in possesso delle 1138 pagine della richiesta di revisione con la quale la magistratura di Caltanissetta ha chiesto la "sospensione della pena" per otto imputati ingiustamente condannati all’ergastolo, otto palermitani trascinati nel gorgo delle investigazioni da falsi collaboratori di giustizia e da un’inchiesta poliziesca che oggi è sotto accusa. Se quasi vent’anni fa, poliziotti e pubblici ministeri si erano fidati (dopo quella soffiata "inquietante", come la definiscono i procuratori siciliani) del picciotto di borgata Vincenzo Scarantino che li ha portati verso il nulla, adesso Gaspare Spatuzza spiega come andarono veramente le cose. E parla soprattutto di sé. Di quando lui – e non Scarantino, il bugiardo – rubò quella Fiat 126 che poi servì per l’attentato. Di come la portò in giro per Palermo. Fra garage e magazzini, dalla foce del fiume Oreto fin sotto la casa della madre del magistrato.

Tutte le falsità del pentito Scarantino si erano concentrate proprio sul furto di quella 126. Ecco la nuova versione di Gaspare Spatuzza. Con un disegno di suo pugno del luogo dove rubò l’auto. Con tutte le foto del percorso dell’utilitaria attraverso Palermo: dal box dove fu custodita al box dove fu imbottita di esplosivo.
Parla Gaspare Spatuzza: "Io fui incaricato di un furto di una Fiat 126 da Fifetto Cannella, per ordine del boss Giuseppe Graviano. In quel momento ho pensato subito al giudice Rocco Chinnici, anche lui saltò su una 126… ma non sapevo ancora a cosa mi stavo prestando… L’ho rubata io insieme a Vittorio Tutino, nella notte fra l’8 e il 9 luglio, dieci giorni prima della strage. Poi, l’ho tenuta in diversi magazzini".

Il pentito racconta come preparano la strage, giorno dopo giorno: "Cannella, mi disse che avrei dovuto rubare proprio una 126. Era prima di mezzanotte. L’abbiamo trovata in una stradina che collega via Oreto Nuova con via Fichi d’India… io rimango in macchina… vedendo che lui, il Tutino, aveva perso del tempo… cerco di andare a vedere cosa stava combinando… quindi scendo dalla macchina e gli dico: ‘Ma che fai?’… e lui mi dice: ‘Mi viene difficile a rompere il blocca sterzo’… rimango lì con lui che poi è riuscito a romperlo ma non ce la facciamo a metterla in moto perché aveva rotto tutti i fili, quindi decidiamo di portarla via a spinta". 

L’auto che ucciderà il procuratore Borsellino, dieci notti prima era una carcassa che neanche partiva. 
Ricorda ancora Spatuzza: "La macchina era sul rossiccio e tra l’amaranto e il sangue di bue… comunque era di un colore rosso spento… quindi attraversiamo verso Brancaccio e la portiamo in un magazzino di Fondo Schifano. Percorriamo via Fichi d’India, San Ciro, via San Gaetano fino al capannone dove io avevo già iniziato la ‘macinatura’ dell’esplosivo che era nascosto in alcuni fusti di metallo". Poi Spatuzza e Tutino avvertono Fifetto Cannella e Giuseppe Graviano: "Abbiamo la macchina". Poi ancora Spatuzza incontra da solo il suo boss,Giuseppe Graviano, quello che lui chiama "Madre Natura". Dice: "Mi fa un sacco di domande: mi chiede di questa 126… dove l’avevo rubata, se era intestata a persone di nostra conoscenza e gli ho detto di no, se qualcuno l’aveva già cercata e gli ho detto ancora di no. Gli ho spiegato che c’era la frizione bruciata, e per bruciare la frizione in quel genere… sicuramente la macchina era di una donna perché le donne portano i tacchi… quindi hanno il problema di staccare la frizione. E poi gli ho anche detto che ci ha… il problema della frenatura… che freni non ce ne ha… lui mi dice: ‘Puliscila tutta e di levare tutti i santini e anche l’immagine di Santa Rosalia’. Io quindi la pulisco tutta… levo tutti i segnali di riferimento che si poteva e ho bruciato i documenti, fogli, tutto quello che esisteva l’ho bruciato… anche un ombrello".

Dopo due giorni Gaspare Spatuzza sposta l’auto in un altro suo magazzino di corso dei Mille, dove poi porta un meccanico. "Sono andato a cercare a questo Maurizio Costa e gli ho detto che dovevamo fare un lavoretto nella 126, gli ho spiegato che si doveva fare la frenatura ma non gli ho detto altro. Gli ho fatto capire che l’auto era di un latitante e gli ho fatto capire anche che non doveva parlare. Quindi sono andato a comprare i ganasci, olio e altri pezzi. Ho speso quasi centomila lire". Spatuzza riceve da Vittorio Tutino due batterie e un antennino da collegare a un telecomando. E anche l’ordine di rubare due targhe di altre Fiat 126 per metterle sopra all’autobomba. Il boss Graviano gli raccomanda di rubare le targhe il sabato mattina, il 18 luglio. Così il furto, probabilmente, verrà denunciato solo il lunedì successivo. Dopo la strage.

E’ a quel punto che venerdì 17 luglio, verso le tre del pomeriggio, una Fiat 126 color amaranto scivola per le vie di Palermo carica di tritolo. Alla guida c’è Gaspare Spatuzza, accanto a lui Fifetto Cannella. Appena s’infila in corso dei Mille, Spatuzza incrocia con lo sguardo Nino Mangano, il capo del mandamento di Brancaccio che gli fa da battistrada su un’altra automobile. Spatuzza è sorpreso, poi capisce che è lì un po’ per controllarlo e un po’ per proteggerlo. Corso dei Mille, via Roccella, via Ventisette Maggio, piazza dell’Ucciardone dove c’è il vecchio carcere. Proprio, in quella piazza, c’è un posto di blocco della Guardia di Finanza. La staffetta Mangano avverte Spatuzza, che svolta all’improvviso verso il Borgo Vecchio. Si ferma a un chiosco, prende tempo. Quando Nino Mangano gli dice che la strada è libera, la Fiat 126 ritorna indietro, supera l’Ucciardone e punta verso la via Don Orione. Dopo poche decine di metri l’utilitaria sparisce dentro un garage di via Villasevaglios 17.

C’è uno scivolo di cemento, c’è un cancello di ferro e poi una saracinesca. Quando sale, Gaspare Spatuzza infila il muso della Fiat 126 lì dentro, dove ci sono ad aspettarlo due uomini. Uno è Renzo Tinnirello della "famiglia" di corso dei Mille, l’altro è Ciccio Tagliavia di Brancaccio. Ma alle loro spalle, nell’ombra, c’è anche uno sconosciuto, un uomo di una cinquantina d'anni che non è un mafioso. Nel 2009 Gaspare Spatuzza aveva indicato quell’uomo, con nome e cognome, come un appartenente ai servizi segreti. Nel 2010 ha fatto marcia indietro, parlando solo "di una certa somiglianza". Spento il motore della Fiat 126, Tinnirello dice a Spatuzza di pulire lo sterzo per cancellare le sue impronte digitali. Poi Tinnirello e Tagliavia imbottiscono l’auto e preparano l’innesco. Gaspare Spatuzza torna verso la sua Brancaccio, passa dall’Ucciardone ("il posto di blocco della Finanza non c’era più") e intuisce – dalla vicinanza con la casa della madre di Paolo Borsellino – a cosa servirà quella Fiat 126.

Era dalla prima settimana di luglio che erano cominciati gli appostamenti in via Mariano D’Amelio. Il primo sopralluogo. Poi, il secondo sopralluogo "circa una settimana prima della strage". Li avevano fatti Fabio Tranchina e Giuseppe Graviano. Il boss aveva chiesto a Tranchina  di procurarsi anche un appartamento lì vicino ("senza agenzie, mi raccomando…") ma poi aveva visto un giardino dietro la casa della madre del magistrato e aveva deciso di piazzarsi lì con il telecomando. Sabato 11 luglio il boss Salvatore Biondino e i due cugini Salvatore Biondo e Giovan Battista Ferrante (uno detto "il  lungo" e l’altro "il corto") provano il telecomando in campagna. Lunedì 13 luglio i Ganci della Noce contattano Antonino Galliano e lo avvertono di "tenersi pronto per pedinare" Borsellino la domenica successiva. Il 16 luglio Salvatore Biondino dice a Giovanni Brusca che è "sotto lavoro" ma che non ha bisogno di aiuto per la strage. Il 17 luglio Biondino chiama Ferrante e gli ordina "di tenersi libero per domenica che c’è da fare". Sabato 18 luglio Raffaele Ganci informa Salvatore Cancemi che, il giorno dopo, Borsellino morirà.

Alle sette del mattino di domenica 19 luglio i mafiosi delle "famiglie" della Noce, di San Lorenzo e di Porta Nuova sono "in osservazione" intorno a via Mariano D’Amelio. Alle 16,58 il procuratore salta in aria con cinque agenti della sua scorta. Sono stati solo i mafiosi? Scrive il procuratore Sergio Lari nella richiesta di revisione del processo Borsellino presentata, qualche giorno fa, alla procura generale di Catania: "Dopo diciannove anni, potrebbe sembrare singolare, se non addirittura anomalo, che siano state avviate nuove indagini destinate a mettere in discussione ‘verità’ che ormai sembravano acquisite". E, riferendosi alle false piste, il procuratore scrive: "Bisogna comprendere se con i depistaggi si volevano coprire la responsabilità di ‘soggetti esterni’ a Cosa Nostra riconducibili ad apparati deviati dei servizi segreti, ovvero ad altre Istituzioni o a organizzazioni terroristico-eversive".

IL VIAGGIO DI MORTE DELL'AUTOBOMBA

Nelle parole del pentito Gaspare Spatuzza il percorso della Fiat 126 che uccise Paolo Borsellino. L'automobile viene rubata, riparata e condotta in Villasevaglios. Spatuzza trova ad attenderlo due boss di Brancaccio, Renzino Tinnirello e Ciccio Tagliavia, e un misterioso personaggio sui cinquant'anni che non appartiene a Cosa Nostra. L'auto viene imbottita di esplosivo e "innescata". Giuseppe Graviano, alle 16 e 58, del 19 luglio '92 preme il pulsante che uccide il magistrato… continua a leggere qui

Mafie al Nord

www.liberainformazione.org

«Il lungo sonno è finito. Il nord, o almeno la sua parte più attiva, non dorme più. Non pensa più che la mafia o la ‘ndrangheta siano cose che non lo riguardano; che il massimo che possono fare i cittadini e i giovani settentrionali sia (come, meritoriamente, hanno fatto scuole e amministrazioni dagli anni ottanta) promuovere gemellaggi con il sud, sostenere chi nelle regioni cosiddette di trincea si batte contro le organizzazioni criminali». Con questa affermazione che segna un punto di svolta per l'antimafia al Nord e nel Paese, il sociologo, giornalista e scrittore, Nando dalla Chiesa, presidente onorario di Libera, apre il supplemento di Libera Informazione "Verità e Giustizia", n°79 dedicato alle "Mafie al Nord" .

Due giorni di dibattiti, incontri, studio e approfondimento promossi da Libera a Torino lo scorso 7 – 8 ottobre hanno fatto il punto sull'avanzare delle mafie ma anche dell'antimafia nel Centro – Nord e "Verità e giustizia" torna a raccontare questo appuntamento e i principali risultati emersi, dal capoluogo piemontese, per la lotta alle mafie. «Siamo in presenza di una
mafia sempre più civile ed una società civile sempre più mafiosa – ha dichiarato don Luigi Ciotti, presidente di Libera ». Non si può delegare la lotta alle mafie ha inoltre ricordato Ciotti, invitando tutti a fare la propria parte: dalle istituzioni locali, ai professionisti del mondo economico, alla società civile. 

Il supplemento d'informazione prosegue con un focus di approfondimento su quello che è accaduto nel Paese nelle ultime settimane. Lo fa attraverso l'analisi del direttore di Libera Informazione e giornalista Rai, Santo Della Volpe che nel suo articolo "Il perimetro degli indignati" offre una chiave di lettura sui fatti del 15 ottobre a Roma e la protesta dei "draghi ribelli". 

Infine le rubriche che raccontano l'informazione e la lotta alle mafie, il narcotraffico e l'angolo delle letture dedicato, questa settimana, alla storia di 
Luca Crescente, un giovane magistrato della Dda di Palermo, stroncato prematuramente da un infarto nell’estate del 2003 ("Tempo niente" di Roberto Alajmo) e alla riflessione su politica e cambiamenti di Davide Mattiello ("Libera", "Acmos" e "Benvenuti in Italia" alcune delle realtà nelle quali è attualmente impegnato) contenuta nel libro "La mossa del riccio".

Sommario n° 79 "Verità e Giustizia" (clicca qui per iscriverti al supplemento d'approfondimento) 

Antimafia al Nord – di Nando dalla Chiesa

La lotta alle mafie non si può delegare – di Luigi Ciotti

Una firma per la legalità  – di Norma Ferrara

Mafie al Nord, come reagisce la politica – di Gaetano Liardo

Focus

Il perimetro degli indignati – di Santo Della Volpe

Indignati, ripartire dal 15 ottobre
 – di Cesare Piccitto

Rubriche

Internazionale

Il Guatemala nella morsa dei narcos
 – di Gaetano Liardo

I media ne parlano

Quando la Rai racconta il Paese reale – di Norma Ferrara


Libri

Tempo niente – di Lorenzo Frigerio

La mossa del riccio – di Lorenzo Frigerio

Ipse dixit 

Luca Crescente
 – a cura di Lorenzo Frigerio

Latina, raid mafioso in piena notte distrutto il Campo della Legalità

di VALERIA FORGNONE e GIOVANNI GAGLIARDI
roma.repubblica.it

Un raid in piena notte. I sanitari dei bagni e le vetrate spaccate, fili elettrici tranciati di netto, la sala proiezioni devastata. E' stato distrutto il campo della Legalità a Latina, il terreno di quattro ettari, in zona Borgo Sabotino, confiscato per abusivismo edilizio ad un pescatore nullatetenente e ad aprile 2011 affidato a Libera, il coordinamento delle associazioni antimafia, dal commissario prefettizio di Latina, Guido Nardone. E il responsabile del campo parla di una azione in puro stile mafioso,

Era stato inaugurato lo scorso 18 luglio con Don Luigi Ciotti e intitolato a Serafino Famà, vittima innocente di mafia, alla presenza della figlia Flavia. "E' un segnale forte e preciso di bisogno di legalità in questa terra", aveva sottolineato in quell'occasione Antono Turri, che prima di diventare il responsabile di Libera per il Lazio faceva il poliziotto. Da allora i volontari dell'associazione hanno lavorato senza sosta per mettere in sicurezza tutta l'area, composta da una grande tensostruttura centrale e piccole abitazioni in legno e casette con bagni e spogliatoi. Ma tutto è stato danneggiato dal blitz di stanotte. 

L'allarme è stato dato dalla protezione civile del Gruppo soccorso pontino (www.gsplatina.org), che qui ha la sua base operativa. Di corsa, arrivato al campo, Turri ha visto i segni della violenza. Un raid, secondo gli


investigatori, "messo a segno da almeno 10 persone". Antonio è sotto shock. Tra lunghe pause e lacrime di rabbia racconta la devastazione che "ha ucciso un anno di lavoro ma non fa niente. Noi andiamo avanti". 

Oggi l'associazione aveva organizzato una giornata "speciale", divisa in tre momenti: prima la visita al vicino Borgo Mondello dove fu massacrato ed incaprettato nel 1995 don Cesare Boschin e dove le ecomafie hanno fatto per anni affari con il ciclo dei rifiuti tossici: poi un sopralluogo al campo rom Al Karama e, infine, il pranzo al villaggio con i ragazzi di Libera Roma e la proiezione del documentario "La quinta mafia", realizzato con i soldi dell'associazione, che affronta i temi dell'infiltrazioni mafiose nel territorio alle porte di Roma e spiega i motivi per cui la Banda della Magliana non è morta e parla delle attività di camorra e 'ndrangheta nella zona. "Un evento che avevamo pubblicizzato per sensibilizzare i cittadini di Borgo e che è diventato il bersaglio della violenza – continua Turri lasciando sfogare tutto il suo dolore – E' stata un'azione pianificata con una forza militare. Troppa violenza che mi lascia perplesso e amareggiato". 

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Proprio ieri Antonio, intervendo a una radio privata locale, aveva denunciato lo stato di abbandono di una struttura sportiva abusiva a Latina, in via Helsinki, che non viene affidata a Libera. "Ce l'hanno sconsigliato spiegando che l'avrebbero bruciata, ma io ho risposto che l'avrebbero distrutta al Comune", aggiunge Turri. Invece le mazze, nella notte, hanno scelto e colpito il nuovo Villaggio della Legalità. "Il messaggio che ci hanno voluto lanciare è 'Non si fa' e ci hanno mostrato cos'è la mafia a Latina. Non hanno appiccato l'incendio perché il segnale sarebbe stato troppo evidente e poi questa notte pioveva", incalza il responsabile di Libera Lazio. 

"Tutto questo è stato realizzato da due nullatenenti: uno fa il pescatore e ha detto di aver creato la struttura che vale centinaia di migliaia di euro con i risparmi di una vita e l'altro vive in baracca lì in fondo", dice Turri. Quest'area, crocevia tra il lungomare di Latina e i laghi che rientrano nella riserva naturale del Parco Nazionale del Circeo e il territorio di Sabaudia, è stata aggredita dalle mafie, come ha messo in luce con il suo reportage su Sabaudia, Attilio Bolzoni

Il 'Village' affidato a Libera ha una enorme tensostruttura centrale, con bar, bagni e sala proiezione. Intorno ci sono campi da calcetto, con i bordi in cemento armato pericolosissimi per i giocatori, E poi bagni, spogliatoi e decine di punti per collegare le roulotte alla corrente. Ed enormi erano anche i progetti dei proprietari visto che la grande tensostruttura era pronta per essere ulteriormente allargata. Per non parlare del grande canale (ovviamente abusivo) a forma di spada scavato al centro del terreno e delimitato con grandi pietre per deviare il principale canale di bonifica dell'Agro pontino – chiamato all'epoca "Canale Mussolini" e oggi "Canale delle Acque Alte" – e far affluire uno scenografico fiume d'acqua al centro del terreno. "Qui sono venuti esponenti politici della maggioranza per organizzare cene elettorali – chiosa Turri – tutto 'regolarmente' in nero". 

Ma tutto questo era il passato. Il campo è stato visitato da migliaia di ragazzi, che hanno partecipato ad incontri sulle mafie e si sono rimboccati le maniche per trasformarlo nel centro nazionale di formazione, come era nel progetto di Libera. Un lavoro di recupero lungo, faticoso e costoso. Ma questa notte il passato è tornato a Borgo Sabotino con la violenza di una nuova intimidazionemafiosa. "Hanno voluto colpire scout e un ex sbirro. Ma noi non ci fermiamo – dice tra i singhiozzi Antonio Turri – Ricominciamo un'altra volta e andiamo avanti ancora"
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Mafie in Umbria, Libera: serve fare presto e bene

Conferenza stampa

Conferenza stampa "Apogeo" – Foto Umbriajournal.it
www.liberainformazione.org

Noi di “Libera Umbria” non dovremmo meravigliarci dei risultati dell’Indagine Apogeo: ne sottolineavamo l’importanza – con dati di provenienza ufficiale –  nel dossier presentato alla Commissione regionale antimafia insieme ad altre associazioni, al fine di diffondere la consapevolezza e l’allarme nell’intera società regionale. E tuttavia le dimensioni dei sequestri di Ponte San Giovanni a Perugia, a danno di una società di comodo collegata al clan camorristico dei Casalesi, hanno determinato anche in noi sconcerto e sorpresa: esse rivelano una penetrazione della criminalità organizzata nel tessuto economico regionale più ampia e ramificata di quanto pensassimo ed evidenziano come non sia più lecito ricondurre la vicenda al semplice riciclaggio e si debba invece pensare a progetti di stabile insediamento.

 
Il primo sentimento che vogliamo esprimere è quello di gratitudine verso la magistratura e le forze dell’ordine che, con un alto grado di coordinamento a livello nazionale e con un impegno diuturno, hanno spezzato con l’inchiesta e il sequestro i tentacoli della piovra. Ma il compito di una associazione come la nostra, in casi come questo, non può essere limitarsi al sostegno alla magistratura. La nostra idea è che le mafie si fermano e si abbattono se c’è una diffusa consapevolezza e corresponsabilità, un “noi” che rafforza la legalità e il senso della comunità: per questo da anni in Umbria facciamo al nostro meglio opera di informazione, di sollecitazione alle istituzioni democratiche locali, di educazione, di valorizzazione delle positive memorie di chi le mafie ha combattuto. Sentiamo che oggi anche a noi s’impone un salto di qualità nella riflessione per capire meglio quali leggi e provvedimenti chiedere allo Stato centrale, quali misure ed interventi sollecitare da parte di Regioni, Province, Comuni, quale impegno stimolare nelle organizzazioni sindacali e imprenditoriali, nell’associazionismo e nel volontariato, nei singoli cittadini per combattere le mafie.
 
La riflessione ha due livelli.
 
Il primo – più generale – riguarda la penetrazione economica delle mafie nelle città dell’Umbria che va certamente al di là delle operazioni già rivelate dalla magistratura e che probabilmente continua. Essa ha certamente collegamenti con l’accertata presenza nel perugino di uno snodo importante del narcotraffico. Una delle conseguenze di questo fatto sono le grandi dimensioni dello spaccio, generalmente affidato alla criminalità extracomunitaria, che attira consumatori da altre zone e le cifre da record delle morti per overdose. Un’altra conseguenza è appunto l’ottima conoscenza del territorio e delle sue opportunità anche di riciclaggio e di reinvestimento da parte delle mafie. Noi vorremmo poter confrontare con istituzioni ed esperti la nostra ipotesi di lavoro che la politica di contrasto concentrata sul tema della sicurezza e dello spaccio sia insufficiente – come del resto mostrano i risultati – e che per contrastare davvero la droga (e anche lo spaccio) sia indispensabile un più forte impegno sul grande traffico e sul ruolo delle grandi organizzazioni criminali. 
 
Una seconda considerazione di carattere generale riguarda la debolezza del tessuto economico e imprenditoriale umbro, che rende la Regione più facile terra di conquista da parte delle mafie, che non sembrano soffrire crisi di liquidità. In particolare – nel tempo di una crisi economica generale e globale – si rivela fragile uno sviluppo concentrato sul ciclo del cemento e dell’edilizia. La verticale crisi del mercato e dei prezzi delle abitazioni offre alle infiltrazioni della criminalità organizzata ottime opportunità. Riteniamo che sia molto da ripensare lo sviluppo economico e urbanistico della Regione, ma che intanto, da parte delle pubbliche istituzioni, delle banche e degli istituti finanziari, servano iniziative di sostegno alle imprese in difficoltà finanziarie anche per evitare che si associno con il “diavolo” o che gli vendano imprese, aziende o immobili.
 
Il secondo livello di riflessione riguarda la specifica vicenda di Ponte San Giovanni. “Libera” non ha ricette salvifiche; pensiamo però che anche in questo caso la via maestra sia il coinvolgimento più ampio possibile delle istituzioni e dei cittadini singoli o associati. Intendiamo chiamare a raccolta la popolazione in una grande assemblea entro il mese di ottobre, per offrire in primo luogo ai cittadini di Ponte San Giovanni il massimo di informazione su quanto è accaduto attraverso la presenza di magistrati e di “Libera Informazione” e la testimonianza degli Enti Locali antimafia associati in “Avviso Pubblico” su quello che si può fare per fermare e impedire infiltrazioni. Vorremmo costruire l’assemblea in modo che sia possibile ai cittadini di esprimere i propri dubbi, le proprie preoccupazione e formulare le loro proposte. Inviteremo perciò le associazioni e inviteremo le istituzioni, a partire dalla Regione con sua Commissione antimafia, dal Comune e dalla Provincia, perché rispondano alle sollecitazioni esplicitando le proprie volontà d’intervento. Inviteremo le associazioni sindacali, imprenditoriali e le banche. Ognuno deve dire la sua, ognuno deve non solo fare le sue proposte ma mettere in comune il proprio impegno. Pensiamo che un tema urgente di riflessione sia il “che fare” delle costruzioni sottoposte al sequestro, un vero e proprio quartiere, che senza interventi sarebbe destinato al degrado e contribuirebbe al degrado di tutta l’area di Ponte san Giovanni.
 
Coordinamento regionale di Libera Umbria

 

MANOVRA E ARMI: IL MALE OSCURO


di Alex Zanotelli – www.libera.it
 
In tutta la discussione nazionale in atto sulla manovra finanziaria, che ci costerà 20 miliardi di euro nel 2012 e 25 miliardi nel 2013, quello che più mi lascia esterrefatto è il totale silenzio di destra e sinistra, dei media e dei vescovi italiani sul nostro bilancio della Difesa.
È mai possibile che in questo paese nel 2010 abbiamo speso per la difesa ben 27 miliardi di euro? Sono dati ufficiali questi, rilasciati lo scorso maggio dall'autorevole Istituto Internazionale con sede a Stoccolma (SIPRI). Se avessimo un orologio tarato su questi dati, vedremmo che in Italia spendiamo oltre 50.000 euro al minuto, 3 milioni all'ora e 76 milioni al giorno. Ma neanche se fossimo invasi dagli UFO, spenderemmo tanti soldi a difenderci!!
È mai possibile che a nessun politico sia venuto in mente di tagliare queste assurde spese militari per ottenere i fondi necessari per la manovra invece di farli pagare ai cittadini? Ma ai 27 miliardi del Bilancio Difesa 2010, dobbiamo aggiungere la decisione del governo, approvata dal Parlamento, di spendere nei prossimi anni, altri 17 miliardi di euro per acquistare i 131 cacciabombardieri F 35. Se sommiamo questi soldi, vediamo che corrispondono alla manovra del 2012 e 2013.
Potremmo recuperare buona parte dei soldi per la manovra, semplicemente tagliando le spese militari. A questo dovrebbe spingerci la nostra Costituzione che afferma: "L'Italia ripudia la guerra come strumento per risolvere le controversie internazionali…"(art.11) Ed invece siamo coinvolti in ben due guerre di aggressione, in Afghanistan e in Libia. La guerra in Iraq (con la partecipazione anche dell'Italia), le guerre in Afghanistan e in Libia fanno parte delle cosiddette " guerre al terrorismo", costate solo agli USA oltre 4.000 miliardi di dollari (dati dell'Istituto di Studi Internazionali della Brown University di New York). Questi soldi sono stati presi in buona parte in prestito da banche o da organismi internazionali. Il governo USA ha dovuto sborsare 200 miliardi di dollari in dieci anni per pagare gli interessi di quel prestito. Non potrebbe essere, forse, anche questo alla base del crollo delle borse? La corsa alle armi è insostenibile, oltre che essere un investimento in morte: le armi uccidono soprattutto civili.
Per questo mi meraviglia molto il silenzio dei nostri vescovi, delle nostre comunità cristiane, dei nostri cristiani impegnati in politica. Il Vangelo di Gesù è la buona novella della pace: è Gesù che ha inventato la via della nonviolenza attiva. Oggi nessuna guerra è giusta, né in Iraq, né in Afghanistan, né in Libia. E le folle somme spese in armi sono pane tolto ai poveri, amava dire Paolo VI. E da cristiani come possiamo accettare che il governo italiano spenda 27 miliardi di euro in armi, mentre taglia 8 miliardi alla scuola e ai servizi sociali?
Ma perché i nostri pastori non alzano la voce e non gridano che questa è la strada verso la morte?
E come cittadini in questo momento di crisi, perché non gridiamo che non possiamo accettare una guerra in Afghanistan che ci costa 2 milioni di euro al giorno? Perché non ci facciamo vivi con i nostri parlamentari perché votino contro queste missioni? La guerra in Libia ci è costata 700 milioni di euro!
Come cittadini vogliamo sapere che tipo di pressione fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d'armi. Noi vogliamo sapere quanto lucrano su queste guerre aziende come la Fin-Meccanica, l'Iveco-Fiat, la Oto-Melara, l'Alenia Aeronautica. Ma anche quanto lucrano la banche in tutto questo.
E come cittadini chiediamo di sapere quanto va in tangenti ai partiti, al governo sulla vendita di armi all'estero (Ricordiamo che nel 2009 abbiamo esportato armi per un valore di quasi 5 miliardi di euro).
È un autunno drammatico questo, carico di gravi domande. Il 25 settembre abbiamo la 50° Marcia Perugia-Assisi iniziata da Aldo Capitini per promuovere la nonviolenza attiva. Come la celebreremo? Deve essere una marcia che contesta un'Italia che spende 27 miliardi di euro per la Difesa.
E il 27 ottobre sempre ad Assisi, la città di S. Francesco, uomo di pace, si ritroveranno insieme al Papa, i leader delle grandi religioni del mondo. Ci aspettiamo un grido forte di condanna di tutte le guerre e un invito al disarmo.
Mettiamo da parte le nostre divisioni, ricompattiamoci, scendiamo per strada per urlare il nostro no alle spese militari, agli enormi investimenti in armi, in morte.
Che vinca la Vita!

Vent'anni dopo l'omicidio di Libero Grassi

 

www.liberainformazione.org

"Non sono pazzo, non mi piace pagare. Io non divido le mie scelte con i mafiosi". Così l'11 aprile 1991 in diretta tv, Libero Grassi, industriale tessile proprietario di una azienda di Palermo, racconta la sua vicenda d'imprenditore che rifiuta di pagare il pizzo alla mafia. Il 29 agosto di quello stesso anno viene ucciso in un agguato dai boss di Cosa nostra. Oltre alla mafia, che lo vuole morto perché rappresenta un "cattivo esempio" per gli altri imprenditori, Grassi rimane vittima, dell'indifferenza dei suoi colleghi e di buona parte della città. Adesso questa storia, che oggi compie vent'anni, è raccontata in un fumetto dal titolo "Libero Grassi. Cara mafia io ti sfido". A ricordare l’impegno di Libero Grassi, oltre al fumetto pubblicato dalla Round Robin Editrice (scritto dai giornalisti, Biffi, Lupoli e Innocenti)  anche un film: “Mettersi a posto – Il Pizzo a Palermo” realizzato da Marco Battaglia, Gianluca Donati, Laura Schimmenti, Andrea Zulini, in collaborazione con la Film Commission della Regione siciliana.

 

In via Alfieri, il luogo dell’agguato, stamani i figli Davide e Alice e la moglie Pina Maisano Grassi, hanno apposto un nuovo manifesto con la scritta: "Il 29 agosto 1991 qui è stato assassinato Libero Grassi, imprenditore, uomo coraggioso, ucciso dalla mafia e dall'omertà dell'associazione industriali, dall'indifferenza dei partiti, dall'assenza dello Stato". Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato loro una lettera: "Ricorrono oggi venti anni da quel tragico 29 agosto 1991, quando Libero Grassi, l'imprenditore onesto e coraggioso che si era pubblicamente ribellato alla mafia e al suo sistema estorsivo, fu ucciso in un agguato tragico e feroce", si legge nella missiva.
"Il suo sacrificio – sottolinea il capo dello Stato – è divenuto nel tempo, anche grazie alla mobilitazione delle migliori energie della società e alla crescente determinazione dell'imprenditoria siciliana, un riferimento essenziale della rivolta contro il racket e la pressione mafiosa. Il ricordo della lotta di Libero Grassi per salvaguardare la dignità del lavoro e la libertà dell'attività economica da forme inammissibili di violenza deve costituire fecondo stimolo per una sempre più ampia mobilitazione della coscienza civile e per una sempre maggiore diffusione della cultura della legalità". "Con questo auspicio – conclude Napolitano – e interpretando la gratitudine di ogni italiano, esprimo a lei e ai suoi figli sentimenti di affettuosa vicinanza e solidale partecipazione".

 

C’è un prima e un dopo a Palermo, dalla morte di Libero Grassi. Ma passerà molto tempo prima che i commercianti escano allo scoperto e rompano quel silenzio che aveva avvolto l’omicidio dell’imprenditore di origini catanesi. Lo faranno, circa dieci anni dopo, grazie al coraggio di alcuni giovani che, sull'esempio di Libero Grassi: stilano un elenco di cittadini che si impegnano a comprare solo da chi "la messa a posto" a Palermo non la paga. In sostanza il messaggio, innovativo e dirompente, è che i commercianti non sono più soli. I cittadini sono al loro fianco e l'antiracket è l'unica strada, anche perchè è conveniente, lo assicurano gli stessi potenziali clienti.

 

 Nascono così l’associazione Addio Pizzo e poi l’antiracket, Libero Futuro. Si fanno strada molti commercianti e imprenditori che denunciano, e prendono il via processi importanti con rinvii a giudizio e condanne. Lo slogan coniato dai ragazzi di Addiopizzo "un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità" diventa la frase simbolo di  questa battaglia. Non è tutto semplice. Si tratta di un percorso che vede alti e bassi. Fra i punti a suo favore la scelta di Confindustria Sicilia, presieduta da Ivan Lo Bello, di espellere dalla categoria chi paga il pizzo. E a seguire la presa di posizione della stessa Confindustria nazionale. Ma sono ancora deludenti alcuni dati emersi dalla ricerca realizzata quest’anno dai ragazzi di Addiopizzo a Palermo. Secondo questa indagine, la città è vista dai commercianti come il luogo degli "abusi e dell'illegalità" e questo scoraggia molti di loro a rivolgersi ad uno Stato, che da questi pareri, risulta poco presente. Soprattutto a livello locale. (clicca qui per saperne di più sul sondaggio di Addiopizzo) 

 

11/04/1991 intervista a samarcanda a Libero Grassi vedi

Per maggiori info. sul fumetto “Cara mafia ti sfido” di L. Biffi R. Lupoli R. Innocenti – clicca qui

 

Maggiori info. su antiracket:

 

 Addiopizzo 

 

Libero Futuro 

 

LiberoGrassi.it

Libera e Legambiente assegnano il riconoscimento a otto difensori dell'ambiente.

di Marilisa Romagno – www.alternativasostenibile.it

Un imprenditore, un giornalista, due magistrati e quattro membri delle forze dell'ordine in prima linea contro l'ecomafia. Sono otto i difensori della legalità ambientale ai quali Libera e Legambiente assegnano oggi il Premio Ambiente e Legalità 2011, nell'ambito di Festambiente, il festival dell'associazione del cigno che si tiene in Maremma, a Rispescia (GR) fino al 15 agosto.
Un riconoscimento per l'impegno profuso in difesa dell'ambiente con cui le due associazioni celebrano la giornata della Legalità alla presenza di Luigi Ciotti, presidente di Libera e Enrico Fontana, responsabile Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente. Tra i premiati ci sono comandanti di nuclei speciali come il Noe dei Carabinieri, delle Capitanerie di Porto, del Corpo Forestale e della Guardia di Finanza, ma anche liberi professionisti che attraverso il proprio lavoro cercano di contrastare un'organizzazione delinquenziale integrata, pervasiva e difficile da arginare come quella che opera a danno dell'ambiente.
"Nonostante la grave crisi economica in atto- spiega Enrico Fontana, responsabile Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente – il business legato alla criminalità ambientale non subisce flessioni ma, anzi, continua inesorabilmente a crescere con profitti che sfiorano anche nel 2010 i 20 miliardi di euro e ad estendersi su tutto il territorio nazionale infiltrandosi nei settori economici più strategici come quello agroalimentare e edilizio".

Anche l'ultimo rapporto annuale di Legambiente conferma la gravità del fenomeno ecomafia: solo l'anno scorso, infatti, si sono compiuti ben 30.824 illeciti ambientali, praticamente 84 al giorno, senza contare tutti i delitti a danno dell'ambiente che purtroppo rimangono ancora nell'ombra.
"Questo premio – ha aggiunto Fontana – ha dunque il valore di sottolineare quello che c'è di buono nel Paese come il lavoro di queste persone impegnate nel difendere non solo l'ambiente ma anche la salute dei cittadini. Un impegno importante che però non può essere affidato solo alla buona volontà dei singoli. Per contrastare efficacemente i reati ambientali servono sanzioni severe che ancora oggi nella legislazione italiana non ci sono. Infatti, – ha concluso Fontana – anche con le ultime norme introdotte dal Governo in recepimento delle direttive Ue, i reati ambientali continuano a rientrare tra le contravvenzioni, le sanzioni sono scarsamente deterrenti, i tempi di prescrizione bassissimi e non è stato previsto nulla per i reati nell'ambito del ciclo del cemento lasciando, di fatto, senza tutela il paesaggio e la fragilità geomorfologia e urbanistica dei territori".

A ricevere il premio il giornalista Fabrizio Geremicca, storico collaboratore del Corriere del Mezzogiorno, inserto campano del corriere della sera, da anni impegnato in inchieste giornalistiche dirette a sensibilizzare i lettori su tematiche ambientali e sulla lotta alle ecomafie. Il premio vuole essere un omaggio ad un'attività professionale scrupolosa, svolta con coraggio e passione, che ha contribuito a far conoscere ad un vasto pubblico alcune delle dinamiche più efferate presenti in questo segmento della criminalità ambientale.
Un premio anche al lavoro svolto da Domenico Cristofaro, imprenditore calabrese titolare di Ecoplan, per la sua coraggiosa attività imprenditoriale all'insegna dell'innovazione tecnologica orientata nel campo del riciclo dei rifiuti e della produzione di nuovi materiali, ecologici e di qualità. E ancora ad Anna Canepa, per il suo impegno da magistrato in delicate e complesse attività d'indagine relative alle infiltrazioni della criminalità organizzata del tessuto economico del Paese, in particolare per quanto riguarda il ciclo illegale del cemento e i traffici illeciti di rifiuti.
Quattro premiati poi tra le forze dell'ordine. Tra questi il Capitano Mario Ferri comandante del Nucleo operativo ecologico dell'Arma dei Carabinieri di Firenze, per il continuo e impegnativo lavoro d'indagine volto a prevenire e reprimere fenomeni d'illegalità e criminalità ambientale, in particolare per quanto riguarda i traffici illeciti di rifiuti. E poi il Comando provinciale della Guardia di Finanza di Venezia, per la costante azione di controllo, prevenzione e repressione di fenomeni gravi d'illegalità contro la pubblica amministrazione, con particolare riguardo alla gestione degli appalti pubblici e dell'edilizia.

Riconoscimento anche al primo dirigente Giovanni Misceo, comandante provinciale del Corpo forestale dello Stato di Bari per l'intensa e proficua attività d'indagine svolta sul territorio, in particolare per quanto riguarda il contrasto a fenomeni di grave illegalità contro l'ambiente e la pubblica amministrazione, in particolare nel settore dell'edilizia. E ancora al Comandante in II Francesco Cacace della Capitaneria di Porto di Salerno, per la quotidiana attività di controllo, prevenzione e repressione di fenomeni diffusi d'illegalità ambientale e per l'azione concreta di tutela di uno straordinario patrimonio naturalistico, sia marittimo che costiero. Nell'ottava edizione del Premio Ambiente e Legalità anche uno speciale riconoscimento al procuratore capo di Brescia Nicola Maria Pace per la sua prestigiosa carriera di magistrato attento e coraggioso nel contrasto alle varie forme di criminalità ambientale e per la sensibilità dimostrata nella costante opera di denuncia dell'ecomafia e di diffusione della cultura della legalità.

“La lotta alle mafie si fa a Roma”. Così don Ciotti alla Festa di Libera

 



di Marika Demaria
 – NARCOMAFIE 

«La lotta alle mafie si fa a Roma, in Parlamento. Noi chiediamo meno leggi ma una Legge: chiara, che non faccia sconti a nessuno». Suonano come un tuono che squarcia il cielo di Firenze le parole di don Luigi Ciotti, che dal palco Ruffini ha aperto ieri, giovedì, la settimana di eventi e momenti formativi che Libera ha organizzato e che si svolgeranno tra Firenze e Scandicci, sotto l’egida di Festa nazionale. «Anche se è difficile festeggiare – sottolinea con vigore il presidente dell’associazione – se si pensa ai 560 miliardi di euro che costituiscono il giro di volume d’affari delle mafie». Un business ampiamente foraggiato dall’evasione e dalla corruzione, piaghe sempre più granitiche, anche perché «è  dal 1999 che l’Italia non è più in linea con le norme europee, con il trattato di Strasburgo per quanto riguarda questi temi. Ecco perché abbiamo raccolto un milione e mezzo di cartoline firmate e che consegneremo al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che per noi rappresenta un punto chiaro, fermo e pulito nel nostro Paese. Mancano però anche le leggi sul caporalato, sanzionato solo con un’ammenda, oppure quelle sui reati ambientali, norme che anche Legambiente chiede a gran voce da 17 anni».

Accanto a Luigi Ciotti sul palco è salita anche Emanuela Giuliano, figlia del capo della Squadra Mobile di Palermo Boris Giuliano che fu ucciso il 21 luglio 1979,  raggiunto da sette colpi di pistola alla schiena. Mischiata tra la folla anche la madre Ines Maria, vedova del poliziotto, che la figlia Emanuela ricorda «per il suo senso del dovere ma anche per le sue grandi doti umane. A volte mi chiedo…”E se fosse stato meno tenace? Sarebbe ancora qui con noi?” Ma poi mi dico che è meglio morire a 40 anni credendo nei propri ideali che vivere fino agli 80 anni scendendo a compromessi. Però la lotta alle mafie deve essere un privilegio di tutti, non un onere di pochi».

Un impegno continuo e quotidiano che ognuno deve assumersi in maniera responsabile. «Lo dobbiamo – ha ricordato Luigi Ciotti – a Boris Giuliano, a tutte le vittime delle mafie che vanno ricordate con i loro nomi. Basta parlare di agenti della scorta: questi ragazzi erano persone con una propria identità, e come tali devono essere ricordati. E che i politici la smettano di fare retorica e si assumano degli impegni. Seri. Basta parlare di codici etici alla vigilia delle elezioni per poi fare i propri giochi di potere una volta eletti, occupando posti strategici all’interno della politica. Vogliamo che le persone indagate per gravi reati non si candidino, non siano elette». Il fondatore di Libera invoca serietà, chiedendo ai politici di non presenziare, di non fare le commemorazioni se manca l’assunzione di impegni veri, concreti, perché «altrimenti si tratta solo di retorica» e declina la lotta alle mafie in quattro punti: uguaglianza dei diritti; l’importanza del sapere in quanto primo strumento di responsabilità, con alla base l’umiltà di voler imparare e «la cultura che dà la sveglia alle coscienze»; l’ambiente e lo sviluppo sostenibile. C’è spazio però anche per ricordare il Codice Antimafia, un testo che «se sarà approvato così com’è, rappresenterà un passo indietro nella lotta alle mafie, che deve essere svolta con responsabilità, nel ricordo di tutte le vittime delle mafie». Memoria e impegno dunque, i due pilastri sui quali si basa l’associazione contro le mafie.

Da giovedì 21 a mercoledì 27 luglio Firenze e Scandicci faranno da cornice alla Festa Nazionale di Libera. Sul nostro sito potrete trovare il report degli eventi accaduti il giorno precedente. Ulteriori approfondimenti possono essere consultati sul sito www.liberainformazione.org. Il programma dettagliato della manifestazione è reperibile sul sito www.libera.it.

La mafia da contaminazione

di Antonio Turri – www.liberainformazione.org

La Quinta mafia è un nuovo e complesso tipo di aggregazione criminale, sviluppatosi, con probabilità, dapprima nel basso Lazio e successivamente operante a Roma e da qui nel resto del Paese. La quinta mafia è il risultato della contaminazione delle mafie di importazione (cosa nostra, camorra e 'ndrangheta) sui gruppi criminali autoctoni, sulle criminalità organizzate straniere e su quei pezzi dell'economia e della politica locale (colletti bianchi), contigui o parte integrante dell'organizzazione. 

Sin dai primi anni '70 il Lazio, sia per la continuità con le regioni del sud del Paese, sia per il consistente arrivo ed insediamento stabile dei boss di mafia, 'ndrangheta e camorra, sottoposti al divieto di soggiorno, ha sperimentato tutte le fasi di infiltrazione e trasformazione dei clan sui territori a non tradizionale presenza mafiosa come la Sicilia, la Calabria, la Puglia e la Campania. Il basso Lazio, che dal confine della provincia di Caserta si estende lungo tutto il litorale pontino e che comprende centri come Formia, Gaeta, Fondi, Sabaudia, Latina e Aprilia, ha un naturale e solido sbocco con il sud della provincia di Roma, lungo l'asse Nettuno, Anzio, Ardea, Pomezia e con l'area di Cassino che rientra nella provincia di Frosinone.  

Fase dell'infiltrazione – anni Settanta 

Dai primi anni '70 si stabiliscono in quest'area molti dei capi della camorra casertana e napoletana, di 'ndrangheta e cosa nostra. Tutti di elevato spessore criminale come il clan dei casalesi e i La Torre a Formia, i Moccia e i Magliulo a Gaeta, i Tripodo a Fondi, i Cava a Sabaudia, i Santapaola e le 'ndrine di Polistena a Latina, la 'ndrina degli Alvaro ad Aprilia, i corleonesi e la mafia italo-americana a Pomezia (Rm) con Frank Coppola detto “Tre dita”, le 'ndrine dei Gallace – Novella a Nettuno, Anzio e su parte del litorale romano. Alla fine degli anni '70, metà degli anni '80, arriva ed opera a Roma Pippo Calò che entra in contatto con i boss della Banda della Magliana. Questo a solo titolo di esempio.  

Fase del radicamento mafioso- anni Novanta

A decorrere dagli novanta le mafie d'importazione si radicano, avendo tessuto e consolidato sul territorio, anche a causa della negazione e sottovalutazione del fenomeno da parte della politica locale, rapporti con la criminalità organizzata autoctona e con settori dell'economia locale. Ad esempio i clan della 'ndrangheta sono presenti nella città di Aprilia sin dalla fine degli anni  settanta. Quei clan, da allora, controllano pezzi importanti dell'economia agricola e del ciclo del cemento a sud di Roma e sono entrati in contatto con settori importanti dell'alta finanza e con pezzi della politica romana, (c.d. colletti bianchi). A Fondi il clan Tripodo e quelli della camorra casalese sono stabilmente presenti nelle attività economiche del locale mercato ortofrutticolo, uno dei più importanti d'Italia. Sono rimasti più o meno indisturbati sino all'arrivo a Latina del Prefetto Bruno Frattasi.    

Fase della contaminazione – Quinta mafia 

Dall'inizio degli anni duemila, dopo l'infiltrazione e la fase del radicamento, si è passati alla fase della contaminazione  di persone e settori dell'economia e della politica locale e della criminalità autoctona. I processi che si sono tenuti e che si stanno tenendo nei tribunali del Lazio vedono come imputati del delitto di associazione mafiosa (416 bis) o reati collegati, moltissimi cittadini laziali con ruoli di organizzatori o comunque di primo piano. I magistrati della Dda di Roma nell'annuale relazione dell'Ufficio segnalano come in tutto il basso Lazio ed in consistenti territori della Capitale sia in aumento la pervasività delle mafie nel controllo dei mercati criminali del traffico delle sostanze stupefacenti, dell'usura e del riciclaggio del danaro sporco nei redditizi settori dell'edilizia e del commercio. Ad oggi, non pochi politici ed imprenditori laziali sono indagati o imputai di associazione mafiosa in indagini o processi così come sta avvenendo sempre più spesso nelle regioni a nord del Lazio.  

Le mafie dopo la fase del radicamento riescono con facilità a contaminare settori della delinquenza locale e di quelle straniere che, una volta conosciuto e sperimentato il metodo mafioso di intervento sui “mercati criminali” e sull'economia  tendono ad emulare le forme di criminalità organizzata in proprio o in collaborazione con i”cattivi maestri” venuti dal sud. Le mafie nei nuovi territori, dapprima investono, poi tendono a contaminare. Creano metastasi come i tumori che invadono organi sani. Questa è la Quinta mafia. Questa è la strategia da contaminazione delle mafie, quelle che fatturano oltre 130 miliardi di euro l'anno in questo Paese. Questo è il nuovo fronte della lotta alle mafie. Il pericolo è rappresentato da un sistema di criminalità economica che contamina anche i territori dal punto di vista sociale e culturale. Le conseguenze di questo processo di trasformazione fanno si che a Fondi i cittadini abbiano più paura dei mafiosi autoctoni che dei Tripodo. Ancor di più dei politici e degli “imprenditori” imputati di 416 bis nati a Fondi o a Roma. A Nettuno molti cittadini sono più omertosi per paura dei mafiosi rinviati a giudizio nati nel Lazio che dei Gallace – Novella provenienti dalla Calabria. A Roma i cittadini di Tor Bella Monaca hanno più paura dei clan di origine nomade che dei loro soci di Casal di Principe. A Parma i parmensi sono più preoccupati dell'imprenditore locale imparentato con un capo della camorra campana che dei boss napoletani… 

La Quinta mafia nasce e si sviluppa in quell'area a sud di Roma che si definisce basso Lazio e da quel laboratorio criminale si estende nelle altre regioni del centro e del nord Italia. Leonardo Sciascia una volta disse, secco e pungente come lui sapeva essere, che «La linea della palma mafiosa va a nord». … appunto, l'ombra della palma ogni anno si allungava di cinque centimetri verso il settentrione. Oggi quella linea corre più spedita e le mafie si trasformano nella composizione rendendosi meno penetrabili e meno perseguibili, se non si sapranno riconoscere nei nuovi assetti e nei nuovi modus operandi. Questa è la Quinta mafia o mafia da contaminazione.    

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