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Multe e voti di scambio l’assessore non parla

Nel processo a Trani colpo di scena: dopo il silenzio, il PM produce una dichiarazione di Amato

 
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di Antonello Norscia  – La Gazzetta del Mezzogiorno, 24 novembre 2009

  Al processo dinanzi al tribunale collegiale di Trani sull’allegra gestione delle «multe» e sul voto di scambio in previsione delle elezioni amministrative 2006, ieri è stata la volta dell’interrogatorio dei principali imputati.

Ma se il dirigente dell’ufficio commercio del Comune di Molfetta Vincenzo De Michele si è sottoposto alle domande ed ha prodotto una memoria difensiva per respingere le accuse, l’ex assessore all’annona Pino Amato si è avvalso della facoltà di non rispondere.

A quel punto il pubblico ministero Giuseppe Maralfa ha depositato agli atti del dibattimento una dichiarazione, ritenuta eloquente, che lo stesso Amato il 3 marzo 2007 allegò ad un’istanza di revoca della sua misura cautelare.
«Non ho mai negato di essermi interessato – scrisse Amato – perché ad alcuni cittadini indigenti fossero ridotte le multe loro praticate, ma altrettanto fermamente ribadisco d’aver fatto ciò in perfetta buona fede. La mia esperienza, la sostanziale incompetenza delle funzioni assessorili e l’ignoranza della specifica normativa, che sapevo soltanto vagamente prevedere la possibilità di riduzione delle contravvenzioni senza però conoscerne i meccanismi e la titolarità,
  sono state purtroppo ulteriormente fuorviate dal sistema. Oggi posso dire distorto ma all’epoca ritenevo fisiologico in cui la gestione era in tali sensi e nel quale io mi sono inserito, senza  evidentemente avere l’esperienza ed i mezzi culturali per apprezzarne le anomalie. Se il mio comportamento, che tuttavia intendo ribadire giammai è mai stato teso a conseguire un utile sul piano personale ma ad aiutare anche in altre vicende ancorché con mezzi pedestri i cittadini bisognosi, può aver, mio malgrado, comportato una   distorsione delle funzioni pubbliche da me esercitate, ne faccio ammenda impegnandomi per il futuro a non reiterare tali condotte. Per quanto riguarda poi le altre vicende in cui mi si accusa di aver strumentalizzato la mia funzione pubblica per ottenere il consenso elettorale, riservandomi di offrire, come del resto ho già fatto nel corso dei due interrogatori, un più analitico esame delle predette vicende, mi preme sottolineare il contesto ambientale ancor oggi presente, non solo a Molfetta ma in ogni realtà italiana,   nel quale mi sono trovato ad operare e che non consentiva in alcun modo di apprezzare il disvalore di un’esasperata ricerca del consenso».

A vario titolo sul banco degli imputati siedono anche il maresciallo Pasquale Mezzina, l’esponente di Forza Italia, Girolamo Antonio Scardigno, nonchè Gaetano Brattoli e Vito Pazienza.Patteggiarono, invece, davanti al gup l’ex comandante facente funzioni della polizia municipale Vincenzo Zaza e l’agente Gianfranco Piccolantonio.

Le reazioni. La vittima, lasciata dal marito e senza figli, era sola. Il sindaco: i funerali li paga il Comune

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di
Lucrezia D’Ambrosio (Gazzetta del Mezzogiorno del 17.10.2009)

«Vogliamo pene severe. Quei due delinquenti che non hanno avuto scrupolo per un’anziana di novant’anni devono rimanere in carcere a lungo. Non meritano pietà anche perché loro non l’hanno avuta». Michele Pisani, quarantacinque anni, conosceva di vista la signora Giulia e non riesce a trattenere la sua rabbia. «Anche se non l’avessi conosciuta – conclude – la mia reazione sarebbe stata questa».

Giulia Samarelli era una sarta. Era specializzata nella realizzazione di tende d’arredo. Una vera e propria maestra. Era sposata ma non aveva figli. Suo marito, una volta partito per il Venezuela, fece perdere le sue tracce. E Giulia si ritrovò da sola. Vita difficile, la sua. E ora, Giulia che aveva vissuto una vita nel silenzio, si è ritrovata sotto i riflettori: la sua morte fa male. Troppo violenta. Troppo crudele. Troppo ingiusta.

«Sono profondamente addolorato per la tragica morte di una persona innocente causata da una violenza così inutile e inaudita che altrettanto profondamente mi disgusta», ha detto il sindaco Antonio Azzollini. Il primo cittadino ha disposto che il Comune si faccia carico delle spese relative alle esequie dell’anziana donna.

Nel quartiere Immacolata, dove Giulia viveva da sempre e dove ha trovato la morte, era conosciuta e molto amata. Viveva sola. Era autosufficiente. Era un suo parente di settantacinque anni, figlio di un suo cugino, ad occuparsi di lei. In qualche modo l’uomo rappresentava la sua famiglia.

E sulla questione è intervenuto anche Matteo d’Ingeo, responsabile del Liberatorio Politico: «Non ha senso, adesso, esprimere sentimenti di cordoglio. La verità è che ci sono zone della città dove non c’è controllo. Questo episodio si è verificato, non a caso, nella zona di piazza Immacolata, da sempre teatro di episodi di violenza, di incendi e di reati vari. L’amministrazione vuole armare il corpo di polizia municipale. Non si è ancora compreso che i vigili urbani non hanno bisogno di autorità, ma di autorevolezza. E devono essere presenti in tutta la città, anche nelle zone difficili. Certo è che quello che si è verificato è un episodio di una gravità notevole».

«Bari, la malavita preparava attentato con 2 chili di tritolo»

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di Lucrezia D’Ambrosio (www.lagazzettadelmezzogiorno.it/…)

GIOVINAZZO – Gli investigatori non hanno dubbi. I due chili di tritolo, trovati all’interno di un rudere, in un fondo alla periferia della città, sarebbero serviti per mettere a segno azioni eclatanti. Non a Giovinazzo. Non in zona. Forse a Bari. Qualcuno aveva sistemato l’esplosivo lì, in una buca ricavata nel terreno, coperto da cellophan, in attesa di consegnarlo ad esponenti della criminalità organizzata barese. 

Le indagini in corso, condotte dai carabinieri, puntano proprio ad identificare i destinatari dell’esplosivo pronto per essere impiegato. Oltre al tritolo i carabinieri hanno sequestrato un detonatore e diciassette metri di miccia a lenta combustione. Il sequestro è avvenuto nella notte, in contrada Torre Rotonda, a poche centinaia di metri di distanza dallo svincolo di Cola Olidda per la statale 16 bis, appena fuori dal centro abitato. 

Era lì da almeno due giorni. Da quando cioè era stata segnalata la presenza, sospetta, di un uomo proprio nelle vicinanze del rudere. Dell’uomo si erano subito perse le tracce per questo i carabinieri, nei due giorni che hanno preceduto il sequestro, hanno fatto appostamenti, che però non hanno prodotto i risultati sperati. L’uomo, che forse si era accorto della presenza dei militari, non si è fatto più vedere. 

I carabinieri hanno comunque deciso di intervenire e si sono imbattuti in due pezzi di tritolo con tanto di miccia e detonatore. Su quanto è accaduto la Procura di Bari ha aperto una inchiesta. Al momento, secondo quanto riferiscono fonti vicine ai carabinieri, non ci sono piste investigative privilegiate. Le indagini si muovono in tutte le direzioni. Particolare attenzione viene riservata agli ambienti vicini alla criminalità organizzata e agli eventuali affiliati ai clan baresi. 

Un quantitativo di tritolo così ingente, secondo gli esperti, avrebbe potuto provocare danni di grossa portata. Solo per fare un esempio: un ordigno realizzato con un chilo di tritolo è in grado di far esplodere un’automobile blindata e di provocare danni in un raggio di venti, trenta metri dal luogo dell’esplosione. 

Come è noto il tritolo è impiegato sia come esplosivo sia nella preparazione di miscele esplosive. Può essere scaldato fino a 140 gradi centigradi e può essere maneggiato in sicurezza. Proprio queste sue caratteristiche hanno contribuito alla diffusione del tritolo sia nel munizionamento dell’artiglieria, sia nella fabbricazione di ordigni. L’esplosivo sequestrato in contrada Torre Rotonda si trova ora a disposizione dell’autorità giudiziaria.

Molfetta, il bagno a mare fa ancora paura

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di Lucrezia d'Ambrosio (www.lagazzettadelmezzogiorno/…)

MOLFETTA – Il mare torna a fare paura. È di nuovo allarme ostreopsis, l’alga tossica che provoca febbre, problemi intestinali, bruciore alla gola e difficoltà respiratorie. Sono decine le persone rimaste intossicate nell’ultima settimana. La presenza dell’alga, secondo gli esperti, non è assolutamente riconducibile alla presenza, nei fondali del litorale molfettese, di ordigni di ogni tipo. Non lo è neanche la fioritura eccezionale dell’alga che provoca poi, per aerosol, problemi ai bagnanti e a quanti si fermano vicino al mare anche solo per passeggiare.

Sta di fatto che, solo per fare un esempio, ad oggi non si conoscono ancora le cause dell’infiammazione vaginale che, il 27 luglio dello scorso anno, ha costretto due donne a fare ricorso a cure mediche. Una delle due donne ha dovuto anche sottoporsi ad intervento chirurgico per asportare parte dei tessuti vaginali contaminati da una sostanza chimica non meglio definita. Quelle due donne avevano trascorso qualche ora in spiaggia, in località Gavetone, il tratto di mare negli anni scorsi sottoposto a bonifica di ordigni bellici, inserito nella mappa dei siti ancora da bonificare.

https://i2.wp.com/www.lagazzettadelmezzogiorno.it/foto/28125.jpgE non si conoscono ancora le cause delle piaghe che si aprirono sulle mani dei pescatori nell’autunno scorso. Anche in quel caso si parlò di ostreopsis. Questo significa che eccezionali fioriture possono anche provocare piaghe ai bagnanti. I dati diffusi dall’agenzia regionale per l’ambiente, in relazione alla presenza di ostreopsis, fanno riferimento ad analisi sulle acque effettuate fino alla prima metà di luglio in località Prima Cala. La presenza delle cellule di ostreopsis in quel tratto di mare è modesta. Nessuna campionatura di acque è stata fatta, almeno non risulta dai dati pubblicati sul sito dell’Arpa, nel tratto di mare tra Molfetta e Giovinazzo e in prossimità di Torre Gavetone.

Ed è proprio lì che si registra il maggior numero di persone colpite dall’alga killer. Sarà forse una coincidenza, ma le cose stanno così. Non tutti i bagnanti fanno ricorso ai medici del pronto soccorso. Molti si rivolgono al medico di famiglia, altri fanno da soli. Le segnalazioni di casi sospetti continuano ad aumentare e viaggiano anche su facebook, la piazza virtuale dove si può sapere tutto di tutti e le notizie corrono veloci.

Di mare, di ordigni, di alga tossica si discuterà venerdì, di fronte al porto, sulla banchina seminario. Sarà Matteo d’Ingeo, il coordinatore del Liberatorio politico, lo stesso che l’anno scorso investì l’Arpa dei problemi di salute delle due donne rimaste ustionate dopo essersi bagnate al Gavetone, ad illustrare gli aspetti principali di un dossier realizzato sulle condizioni nel mare a Molfetta. Tutto questo mentre è stata avviata la «fase due» del piano, di bonifica da ordigni bellici nel Porto di Molfetta.
La prima fase si è conclusa sabato scorso con il disinnesco e il brillamento di altri cinquanta ordigni bellici. Le operazioni di bonifica sono cominciate a luglio del 2008. Ad oggi sono stati recuperati e brillati 2500 ordigni, alcuni caricati con sostanze chimiche. Un particolare: gli involucri degli ordigni sono di metallo, spesso, lo ammette anche la Nato in documenti ufficiali, non superano i tre millimetri. Quegli ordigni sono in mare da oltre mezzo secolo. Da ingenui pensare che quegli involucri siano ancora integri.

Tato Greco e Tarantini: regali e festini in cambio di appalti

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di Luca Natile (www.lagazzettadelmezzogiorno.it/…)

Le paroline «magiche» erano sempre le stesse: urgente, urgentissimo, unico, infungibile, insostituibile. Erano le attestazione che dirigenti medici a capo di unità operative ospedaliere avrebbero riportato sugli ordinativi di forniture di protesi, strumentario chirurgico e prodotti medicali della «Tecnohospital Srl» e «Tartamedica snc» dei fratelli Giampaolo e Claudio Tarantini. Le stesse false dichiarazioni di «infungibilità ed unicità» sarebbero riportate su ordinativi indicanti prodotti della «Global System Hospital srl» (Gsh) sempre creatura dei Tarantini e di colui che l’accusa indica come loro socio occulto e amministratore di fatto, ossia Salvatore Greco, detto Tato.

I fratelli Tarantini, Tato Greco, oggi coordinatore regionale del movimento politico «la Puglia prima di tutto» (ma all’epoca dei fatti consigliere regionale in quota Udc) insieme ad una ventina di persone tra primari ospedalieri, dirigenti, funzionari ed impiegati amministrativi, sono indagati dalla Procura di Bari per associazione per delinquere e concorso in falso nell’ambito di una inchiesta sulla fornitura di protesi, strumentario chirurgico e prodotti medicali a favore dell’ex aziende sanitaria Ba2 di Barletta, dell’azienda ospedaliera Ospedali riuniti di Foggia, dell’ospedale, ente ecclesiastico «Casa sollievo della sofferenza» di San Giovanni Rotondo, della ex Ausl Ba5 di Putignano, degli ospedali di Brindisi, Ostuni, San Severo, dell’ospedale consorziale Policlinico di Bari.

Secondo il sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Bari, Roberto Rossi che nella giornata di lunedì ha depositato, per il tramite dei carabinieri, l’avviso di conclusione delle indagini per le persone indagate, Greco faceva da garante politico. Dopo l’atto compiuto dal pm gli indagati hanno 30 giorni di tempo per fornire prove a discarico, poi il Gip deciderà se rinviarli a giudizio.

I fatti contestati risalgono ad un periodo compreso tra il 2001 e il 2004. Questa, per intendersi, è la prima fra le quatto inchieste sulla Sanità regionale in corso da parte dela procura. All’epoca Greco ricopriva il ruolo di consigliere regionale dell’Udc e stando alla ricostruzione fatta dall’accusa, avrebbe approfittato del peso politico derivante dalla sua figura istituzionale, per influenzare i medici ed i vertici delle aziende sanitarie e ospedaliere regionali, al fine di indurli ad acquistare direttamente dalle società «Tecno Hospital Srl», «Global System Hospital srl» (Gsh) e «Tartamedica snc».
Definire una protesi «infungibile» o «insostituibile» sarebbe bastato ad evitare una gara d’appalto e quindi a far scegliere il prodotto offerto dall’azienda amica. â€¨â€¨Il coinvolgimento di Tato Greco, e il fatto che con i fratelli Tarantini avrebbe costituito un sodalizio permanente, emergerebbe da varie intercettazioni telefoniche.
Secondo l’ipotesi accusatoria Giampaolo e Claudio Tarantini avrebbero dato e promesso denaro, viaggi (a Cuba, New York, Riccione, Cracovia), biglietti aerei, raccomandazioni politiche per favorire carriere professionali, automobili di lusso (in prestito), rimborsi per spese di carburante, magliettine sportive e persino una macchina ortopedica.

GLI INDAGATI

Tra gli indagati figurano, insieme ai Tarantini e Greco:
Alessandro Canfora, 63 anni, primario ortopedico a Barletta;
Savino Raffaele Cannone, 63, direttore generale pro-tempore della Ausl Ba2 (Barletta);
Giovanni Battista Pentassuglia, 60, direttore generale pro-tempore della Ausl Ba2;
Felice Antonio De Pietro (Molfetta), 58 anni, dirigente area Gestione patrimonio Ausl Ba2;
Gaetano Merlicco; 59, primario di Neurochirurgia a Foggia;
Vincenzo Antonio D’Angelo, 63, primario di Neurochirurgia a San Giovanni Rotondo;
Raffaele Bancale, 58, primario di Ortopedia a Putignano;
Paolo Dell’Aera, 62, primario ortopedico a Monopoli;
Antonio Amatulli, 61, ortopedico in servizio a Conversano;
Giovanni Ostuni, 66, primario di Chirurgia plastica a Brindisi;
Francesco Loconte, 61, ortopedico ad Ostuni;
Rossano Cornacchia, primario ortopedico a San Severo;
Giuseppe Pinto, 57, direttore pro-tempore dell’area gestione patrimonio della ex Ausl Ba2, già segretario particolare dell’assessore regionale alla Sanità Salvatore Mazzaracchio (che non è coinvolto da queste indagini);
Vincenzo Lanzone, 51 anni, impiegato all’ufficio liquidazione fatture del Policlinico;
Isabella Sgherza , 57, assistente amministrativo Area gestione del Patrimonio della Ba2;
Giovanni Pistillo, 61, impiegato amministrativo della Ba2;
Ruggero Antonucci, 70 anni, assistente amministrativo, ora in pensione, alla Ba2:
Aurelio Portincasa, 50 anni, primario di Chirurgia plastica a Foggia.

GRECO: ASSOLUTAMENTE ESTRANEO
In merito alla inchiesta della Procura di Bari che lo coinvolge, l’on. Salvatore Greco dichiara: «Sono a disposizione dei magistrati per chiarire la mia posizione di assoluta estraneità ai fatti e spero di essere ascoltato quanto prima dal sostituto procuratore della Repubblica titolare della indagine».

LA REGIONE PUGLIA PARTE OFFESA NELL’INCHIESTA SUGLI APPALTI NELLA SANITA’
«La Procura della Repubblica di Bari sta svolgendo indagini volte a verificare la liceità delle condotte soggettive connesse all’attività amministrativa effettuata nel settore della sanità regionale. Parallelamente la Regione Puglia ha effettuato una propria indagine interna i cui esiti sono a disposizione del requirente. Non di meno, ho premura di ribadire la ferma intenzione di proseguire lungo la strada della liberazione della sanità pugliese da ogni intreccio di interessi che soffocano il diritto alla salute delle persone alle quali si rivolge la mia cura e preoccupazione nella qualità di Presidente della Regione».
Lo scrive il presidente della regione Puglia, Nichi Vendola, in una lettera al Capo della Procura di Bari, Emilio Marzano, contenente la richiesta di costituzione della Regione Puglia come parte offesa nell’inchiesta sulla sanità in corso.

«Pertanto – scrive Vendola – nello spirito di collaborazione che contraddistingue i rapporti che ho desiderato instaurare dal principio del mandato tra la Regione Puglia e le magistrature di ogni ordine e grado, intendo confermare la piena fiducia verso l’operato della Procura della Repubblica di Bari, offrendo, per quanto mi è possibile, il sostegno e la cooperazione all’operato del requirente. In ragione di ciò, esprimo la ferma volontà di provvedere alla costituzione della Regione quale persona offesa negli avviati procedimenti penali, così da poterne seguire gli sviluppi processuali».

«La Regione – prosegue il presidente Vendola – nell’interesse dei cittadini pugliesi, oltre alla costituzione di parte civile, intende altresì proseguire il confronto istituzionale con gli Uffici giudiziari allo scopo di comprendere l’origine di fatti di così grave impatto sociale ed emotivo. Cosicchè, con la presente Le rivolgo l’invito a considerare la Regione Puglia quale persona offesa. Ciò ai fini della partecipazione agli adempimenti che si dovessero rendere necessari e conseguenti alla costituzione di parte civile».

Spiagge sporche, scattano i controlli

La Guardia costiera denuncia 5 ambulanti. Riprendono i servizi di pulizia straordinaria.

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/06/17062009_frigo_al_gavetone.jpg ESTATE
IN NERO

Una delle
spiagge di
città a
Molfetta
invase
da rifiuti

 

 

 

 

 

di Lucrezia d’Ambrosio (www.lagazzettadelmezzogiorno.it/…)

Dal Gavetone alla Bussola, passando per la prima cala. Le spiagge libere della città sono sporche. Impossibile negarlo. Sulla battigia, ci sono rifiuti di ogni sorta, bottiglie di plastica, vassoi che, all’origine, contenevano patatine, contenitori vari, lattine, immondizia.
La situazione è insostenibile. In linea teorica è vietato allestire barbecue e, comunque, banchettare lungo le spiagge. Sta di fatto che a Molfetta accade nonostante esista un’ordinanza, emanata anni fa dall’allora sindaco Tommaso Minervini, e mai revocata. Resta da capire perché nessuno si preoccupi di farla rispettare.
D’altra parte è del tutto inutile oltre che semplicistico puntare l’indice solo contro gli operatori della nettezza urbana. Quei rifiuti non si materializzano da soli. Qualcuno, specie chi bivacca lungo le spiagge, anche e soprattutto al calar del sole, ha l’abitudine di lasciare lì i resti della cena, e non solo quelli.
«Prima di stendere l’asciugamano – protestano i bagnanti – dobbiamo stare attenti a non finire sull’osso di una bistecca, su una bottiglia di plastica, oppure su pezzi di vetro, perché c’è chi beve e poi si diverte a spaccare le bottiglie sugli scogli. In questi giorni il tempo non è bello e di rifiuti se ne vedono di meno rispetto al solito, ma quando fa caldo, la sera qui si riuniscono e mangiano in riva al mare. La mattina dopo è uno “spettacolo”. Ci sono anche gli accendini che hanno usato la sera per accendere i fuochi».
Per arginare il fenomeno, la scorsa settimana, gli uomini della Guardia costiera hanno individuato e denunciato cinque ambulanti che avevano messo in piedi, a due passi dalla battigia, attività di somministrazione bevande e alimenti, in maniera abusiva.
Ma i controlli non sono mai sufficienti. E poi c’è il problema dei rifiuti ingombranti, frigoriferi inclusi, che qualcuno continua ad abbandonare in riva al mare.
Nel frattempo l’Asm, l’azienda che si occupa della nettezza urbana della città, già da sabato partirà con la seconda fase dell’operazione «Tabula Rasa».
Si tratta questa di un’iniziativa che prevede interventi di pulizia straordinaria nel centro urbano: raccolta rifiuti indifferenziati; lavaggio dei cassonetti; raccolte differenziate; lavaggio dei contenitori; spazzamento meccanico; spazzamento manuale; rimozione dei rifiuti ingombranti; lavaggio delle strade; disinfezione e igienizzazione di punti critici; e anche la sostituzione di cassonetti che non funzionano più.


Nota del LIBERATORIO
: ringraziamo la gentile corrispondente della GdM Lucrezia D’Ambrosio per aver usato la nostra foto fornita, insieme ad altre, alla stampa locale, però volevamo informare i lettori che insieme alle foto c’erano dei comunicati stampa che altri organi d’informazione hanno pubblicato in cui il Liberatorio ha denunciato pubblicamente lo stato di abbandono delle nostre spiagge.

 

Acqua da un pozzo abusivo. Multate l’Outlet e Miragica

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di Lucrezia d’Ambrosio (www.lagazzettadelmezzogiorno.it/…)

«Fashion District» e «Miragica» a secco almeno fino a quando non si provvederà ad acquistare acqua con le autobotti.
La Guardia di Finanza ha diffidato la proprietà dall’utilizzo di un pozzo artesiano, del tutto abusivo, per il prelievo delle acque che la proprietà utilizzava per usi irrigui. Contestualmente ha elevato sanzioni amministrative per alcune decine di migliaia di euro (circa trentamila euro per ciascuna sanzione). Il pozzo è stato individuato dai finanzieri in seguito ad una denuncia presentata dal Wwf.
Tra i destinatari delle sanzioni ci sono i vertici di «Molfetta Outlet» e di «Miragica»: il parco tematico, secondo indiscrezioni, avrebbe cominciato a utilizzare l’acqua proveniente dal pozzo solo da qualche giorno, d’intesa con Fashion. Colpito da sanzioni anche il proprietario del fondo in cui si trova il pozzo (secondo fonti non ufficiali il terreno sarebbe stato di recente acquisito dal Consorzio Asi e si trova comunque al di là delle proprietà di Fashion e Miragica). Sanzionato pure il titolare dell’impresa che ha realizzato l’impianto di canalizzazione che trasportava l’acqua dal pozzo alle cisterne del parco commerciale e del parco tematico, attraverso un sistema di tubazioni e diramazioni, anche quello abusivo.
Ora è attesa una mossa da parte del sindaco, Antonio Azzollini: in qualità di responsabile comunale dell’igiene e della salute pubblica a livello comunale deve emanare un’ordinanza per la chiusura del pozzo. La Asl, nel corso della mattinata di ieri, ha comunque già provveduto ad effettuare campionature di acqua per accertarne la qualità. Entro oggi la Guardia di Finanza depositerà in Procura l’intera documentazione raccolta, comprese le fotografie del pozzo e dell’impianto. Resta da capire se il proprietario del fondo, che ospita il pozzo abusivo, fosse a conoscenza dei fatti e se fosse consapevole del fatto che qualcuno, dopo aver realizzato gli impianti necessari, estraesse dal sottosuolo acqua proprio utilizzando il pozzo nella sua proprietà. Quando i finanzieri sono arrivati sul posto era in corso un prelievo di acqua. L’intera operazione è stata filmata.

Intrecci pompe funebri e ospedale. Otto condanne tra cui 5 medici

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di Antonello Norscia (www.lagazzettadelmezzogiorno.it/…)

Otto condanne (tra cui cinque medici) ed un’assoluzione col rito abbreviato. E ancora: 3 patteggiamenti e 8 rinvii a giudizio. Questo l’esito dell’udienza preliminare relativa all’inchiesta «Caro Estinto» che svelò un malaffare economico celato nei funerali di numerosi ammalati deceduti all’ospedale di Molfetta o dimessi perché terminali.

Dinanzi al gup del Tribunale di Trani, Grazia Miccoli ha dunque resistito l’impianto accusatorio imbastito dal pubblico ministero Ettore Cardinali, che nei mesi scorsi contestualmente alle 20 richieste di rinvio a giudizio chiese al gip l’archiviazione per un’altra trentina di indagati, per alcuni con formula dubitativa.

Il 16 marzo 2006 l’indagine, basata anche su intercettazioni, sfociò in sette arresti. Col formale atto d’imputazione il pm Cardinali, a seconda delle singole presunte responsabilità, contestò, a vario titolo, i reati di associazione per delinquere, rivelazione ed utilizzazione di segreto d’ufficio, falso ideologico, corruzione, concussione e peculato. Il business funebre sarebbe stato collaudato. Per annientare la concorrenza bisognava giocare d’anticipo, con qualcuno che dall’interno dell’ospedale monitorasse le agonie, profittando del dolore dei congiunti che non avrebbero posto ostacoli alla scelta della ditta di onoranza funebri. Ciascuno avrebbe avuto un ruolo ben preciso: personale paramedico quali “vedette”, e dottori compiacenti, o perlomeno pigri, che redigevano certificati di morte senza constatare personalmente i decessi, basandosi sulle indicazioni fornite dai rappresentanti delle pompe funebri.

Alcuni medici avrebbero percepito 25 euro per la redazione dei certificati di morte. Per gli inquirenti, le imprese funebri fuori dal sistema perdevano una rilevante fetta dei decessi ospedalieri.

Hanno patteggiato la pena: l’operatore coordinatore professionale Giovanni Caputi (2 anni e 6 mesi di reclusione), Francesco Guardavaccaro, gestore delle onoranze funebri «Padre Pio» (2 anni) ed il medico necroscopo Anna Elisabetta Altomare (6 mesi convertiti in poco meno di 7mila euro di multa).

Condannati con rito abbreviato: l’ausiliario socio sanitario Angelo Picca (assolto però da altre accuse) e Giovanni De Nichilo (che da Picca avrebbe ricevuto pannolini e cerotti dell’ospedale) ad 1 anno e 4 mesi di reclusione; il medico necroscopo Elio Massarelli a 10 mesi; Teresa De Cesare e Fabio Luigi Ciannamea, entrambi dottori del reparto medicina, rispettivamente ad 8 e 6 mesi; Tiziana Guardavaccaro , titolare delle onoranze funebri «Padre Pio» a 6 mesi; i medici convenzionati con il Servizio Sanitario Regionale, Nunzio Fiorentini Cavallotti e Francesco Spezzacatena ad 1 anno.
Tutte le pene (sia da patteggiamento che da rito abbreviato) sono state però coperte dall’indulto. Il medico necroscopo Rosa Colamaria, difesa dall’avv. Pasquale Serrone, è stata assolta.

Rinvio a giudizio per Giuseppe Spagnoletti, titolare delle pompe funebri «La Cattolica», Michele Defronzo, suo dipendente, Vincenzo Samarelli e Domenico Bovenga, operatori coordinatori professionali, ed i medici convenzionati Luigi Massari, Enrico Pansini, Vito De Gennaro, Isabella Dragone. Il dibattimento inizierà l’8 ottobre davanti al Tribunale di Trani.

Tutto cominciò nel marzo 2006.  Così ne parlò la stampa
(www.diritticittadino.it/…)

Affari sulle onoranze al caro estinto Sette arresti, indagati 43 medici. Scoperto un giro di segnalazioni per monopolizzare il mercato Inchiesta a Molfetta, in manette infermieri e impresari funebri.

L’obiettivo era sbaragliare la concorrenza delle altre imprese funebri di Molfetta.

Per farlo, secondo la procura di Trani, Giuseppe Spagnoletti, titolare delle imprese funebri «Atof» e «La Cattolica» , aveva bisogno di sapere prima degli altri dei decessi in città. Cosa che avveniva grazie a quattro infermieri dell’ospedale cittadino, che provvedevano a segnalargli ( in cambio di denaro) tempestivamente i decessi ( avvenuti o imminenti) dei ricoverati.

Poi 43 medici compiacenti, alcuni in servizio all’ospedale, altri alla Asl e molti di base, provvedevano al disbrigo delle relative pratiche in maniera molto rapida, in modo da evitare che i familiari avessero il tempo di potersi rivolgere ad un’altra impresa funebre.

È quanto accertato, in cinque mesi di indagini, dai carabinieri del nucleo operativo di Bari che ieri hanno eseguito sette ordinanze di custodia cautelare in carcere su disposizione del gip del Tribunale di Trani, Roberto Oliveri del Castillo, che ha accolto la richiesta del sostituto procuratore Ettore Cardinali. I reati contestati, a vario titolo, sono associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, concussione, rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio, falso in atto pubblico e peculato. Oltre a Spagnoletti, in manette sono finiti un suo dipendente, Michele Defronzo, un altro imprenditore, Francesco Guardavaccaro, gli infermieri Giovanni Caputi, Domenico Bovenga, Vincenzo Samarelli e l’ausiliario Angelo Picca, tutti in servizio al reparto di Medicina dell’ospedale di Molfetta.

L’associazione per delinquere è contesta a Spagnoletti, Defronzo e ai quattro dipendenti dell’ospedale di Molfetta.
Questi ultimi sono accusati anche di rivelazione di segreti d’ufficio, poiché utilizzavano notizie riservate quali il decesso imminente o già avvenuto di persone ricoverate nel loro ospedale per loro scopi e in cambio erano «stipendiati» dagli imprenditori: per ogni decesso segnalato ricevevano in cambio somme comprese tra i 200 e i 250 euro a testa. Complessivamente, nei circa cinque mesi di indagine, i carabinieri avrebbero accertato una quarantina di segnalazioni. Si aggirava tra i 100 e i 200 euro, invece, la retribuzione dei medici, che avrebbero certificato le dimissioni dal proprio reparto di alcuni pazienti, facendoli risultare ancora vivi anche se in realtà morti. Lo scopo era consentire il trasporto della salma nell’abitazione della famiglia, in modo che i medici di base, a loro volta, avrebbero potuto compilare più speditamente il modulo relativo al decesso, e quelli della Ausl attestare rapidamente la morte del paziente. Tutte cose che, invece, non si potevano garantire lasciando i pazienti deceduti in ospedale, dove devono trascorrere 24 ore prima della consegna della salma. Per questo i 43 medici sono iscritti nel registro degli indagati della procura di Trani. L’altro imprenditore arrestato, Guardavaccaro, è un ex dipendente di Spagnoletti: una volta messo in proprio con l’impresa «Padre Pio» , avrebbe tentato di utilizzare lo stesso sistema del suo ex datore di lavoro, grazie alla collaborazione di uno dei quattro infermieri.

Ma il suo tentativo sarebbe durato poco, perché Spagnoletti lo avrebbe scoperto. Ad uno degli infermieri inoltre la procura contesta anche il peculato, perché nell’ambito delle indagini è emerso – attraverso videofilmati – che sottraeva prodotti farmaceutici e medicinali dai depositi dei vari reparti per rivenderseli. L’indagine è partita dopo la segnalazione di un operatore del settore delle pompe funebri che avevano denunciato l’esistenza del presunto «comitato d’affari» . Secondo gli investigatori, infine, le elargizioni di denaro a infermieri e medici venivano recuperate da Spagnoletti, facendole ricadere sui clienti dell’agenzia «La Cattolica» , ovvero i parenti dei defunti: in altre parole, i costi erano sostenuti direttamente dall’impresa, ma quando i parenti andavano a pagare materialmente il servizio funebre «La Cattolica» li recuperava attraverso sottofatturazioni. L’indagine dei carabinieri è partita dopo la denuncia di un operatore del settore Carmen Carbonara. Sono durate cinque mesi le indagini dei carabinieri del nucleo operativo di Bari.

La guerra degli ambulanti, altro gazebo in fiamme

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di Lucrezia d’Ambrosio (www.lagazzattadelmezzogiorno.it/…)

Dall’inizio dell’anno su dieci incendi denunciati (anche se è ipotizzabile che ce siano almeno altrettanti non denunciati) la metà, secondo quanto stabilito dagli specialisti dei vigili del fuoco, è dovuta a cause accidentali.

Rientrano in questa casistica l’incendio di domenica scorsa al gazebo di frutta e verdura, all’angolo di via Achille Salvucci, le auto, una Hunday «Atos» e un’Audi «A6» in fiamme martedì scorso, parcheggiate in piazza Margherita di Savoia, l’incendio al gazebo di frutta e verdura di mercoledì sera, all’angolo di via Don Minzoni (nella foto) e qualche altro caso un po’ più datato. Non sono chiare le cause dell’incendio di una Renault «Megane» di ieri notte, in via Purgatorio.
Intorno all’1.30, le fiamme hanno avvolto la parte anteriore dell’auto. Non è possibile escludere il dolo per il gazebo all’angolo di via Don Minzoni. L’incendio, per fortuna, è stato domato quasi subito, tanto che il gazebo, in legno, è rimasto praticamente intatto. Chi ha dato fuoco voleva solo lanciare un avvertimento ed ha colpito intorno alle 22.30 lungo una strada molto trafficata.

A conti fatti il numero degli incendi accidentali è in aumento. Fa specie il fatto che negli ultimi quattro giorni gli incendi abbiano coinvolto più o meno direttamente ambulanti di frutta e verdura e loro parenti, una delle auto in fiamme martedì è intestata ad un fruttivendolo. Per questo ormai sembra chiaro: a Molfetta è in atto uno scontro tra ambulanti a posto fisso che utilizzano il fuoco per regolare i conti e dividersi gli spazi. Uno scenario che mesi addietro era stato preannunciato dal Liberatorio con una serie di denunce pubbliche.

A Molfetta manca un piano del commercio e la questione non è mai stata affrontata seriamente. Nel tempo sono state concesse una serie di autorizzazioni agli ambulanti che sono spuntati ovunque e che, a fronte di autorizzazioni per l’occupazione di suolo pubblico di pochi metri, hanno messo in piedi vere e proprie piazze in spregio a qualsiasi norma igienico sanitaria. Alcune concessioni sono state rinnovate. Ad alcuni il rinnovo è stato negato ma la stessa postazione è stata concessa ad altri. Questo probabilmente ha creato confusione ed ha esasperato gli animi.

E’ di queste ore l’ennesima nota del Liberatorio. «Crediamo sia giunto il momento che le forze dell’ordine presenti sul territorio, ognuna per le proprie competenze faccia piena luce su questo vero bubbone della nostra comunità – scrive Matteo d’Ingeo, responsabile del movimento – non è più accettabile l’arroganza di questi signori che spadroneggiano in città solo perché hanno qualche cognome e soprannome legato a famiglie degne di rispetto».
E ancora. «Rilanciamo la proposta già avanzata nel dicembre 2006 e chiediamo ancora di rivedere il Piano comunale per la disciplina del commercio su aree pubbliche, nella parte riguardante le autorizzazioni ambulanti e l’occupazione del suolo pubblico; eliminare totalmente la presenza di ambulanti nel centro urbano in un quadrilatero delimitato dalle vie Grittani, Calabrese, Amato, Cozzoli, Mezzina, Pomodoro, Baccarini, piazza Aldo Moro, via Leonardo da Vinci, corso Fornari, via Balice, via Cagliero, via De Candia, viale Papa Giovanni XXIII, via San Francesco d’Assisi, vico 14esimo Madonna dei Martiri; promuovere nella restante parte della città e nelle zone d’espansione nuovi spazi urbani destinati al commercio fisso e itinerante; far rispettare nella zona delimitata in precedenza, solo la possibilità di un espositore di tre metri quadri lineari, laddove il codice della strada può consentirlo». Tutto questo nella speranza che gli incendi dei gazebo di frutta e verdura nel frattempo si fermino.

Bari come Catanzaro. Il Ministro Fitto indagato e Alfano invia gli ispettori in Procura

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di Redazionewww.lagazzettadelmezzogiorno.it/…

Un’ispezione ministeriale è in corso nella Procura della Repubblica presso il tribunale di Bari. Secondo fonti giudiziarie baresi, l’ispezione è stata disposta dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano, per verificare eventuali irregolarità compiute dai magistrati inquirenti nella conduzione di due inchieste nelle quali è imputato l’attuale ministro per gli Affari Regionali, Raffaele Fitto. I fatti contestati dalla procura a Fitto fanno riferimento agli anni scorsi quando egli era presidente della Regione Puglia. Gli ispettori giunti a Bari sono guidati dal vice direttore dell’ufficio ispezione, Gianfranco Mantelli.

Le inchieste sulle quali sono in corso verifiche con l’acquisizione di atti – a quanto si è appreso negli ambienti giudiziari baresi – sono quelle note come Cedis e La Fiorita. Per la prima, Fitto è già stato rinviato a giudizio per concorso in turbativa d’asta e interesse privato del curatore nella procedura di amministrazione straordinaria della società Cedis; per l’altra indagine, pende dinanzi al gup di Bari una richiesta di rinvio a giudizio per Fitto (per associazione per delinquere, concorso in corruzione, illecito finanziamento ai partiti, falso e peculato) e per una settantina di altri imputati, tra cui l’editore ed imprenditore romano Giampaolo Angelucci. L’ispezione – secondo le fonti giudiziarie baresi – nasce da diversi rilievi fatti dai legali di Fitto, durante e dopo l’indagine, a proposito della presunta ritardata iscrizione nel registro degli indagati del nome dell’attuale ministro e sull’irritualità con cui sono state disposte le intercettazioni telefoniche a suo carico. Entrambe le indagini sono state coordinate dai pm Roberto Rossi, Renato Nitti e Lorenzo Nicastro e coordinate dal procuratore aggiunto Marco Dinapoli.

ROSSI, NITTI E NICASTRO SCRIVONO AL CSM
Hanno scritto una lettera al Csm chiedendo attenzione per la vicenda oggetto dell’inchiesta ministeriale sul loro operato i tre sostituti procuratori del tribunale di Bari – Roberto Rossi, Renato Nitti e Lorenzo Nicastro – che hanno indagato sull’ex presidente della Regione Puglia, Raffaele Fitto, ora ministro per gli Affari Regionali. La lettera – il cui contenuto è riservato – è stata anche consegnata al procuratore facente funzioni di Bari, Emilio Marzano, che stamani ha ricevuto gli ispettori e che ha comunicato formalmente ai colleghi l’avvio dell’inchiesta amministrativa.

Secondo quanto si apprende da fonti giudiziarie, l’ispezione riguarderebbe la presunta ritardata iscrizione del nome di Fitto nel registro degli indagati; il fatto che la procura avrebbe avviato le intercettazioni a carico di Fitto in base a fatti datati, e quindi li avrebbe riciclati per utilizzarli a carico dell’allora presidente; e, infine, il difficile accesso alle conversazioni intercettate per la difesa del ministro. Nei processi in corso a Bari il ministro è difeso dal presidente della commissione Giustizia alla Camera, Giulia Bongiorno, e dal deputato del Pdl e componente della stessa commissione, Francesco Paolo Sisto.

ANM BARI: ISPEZIONE DESTA PERPLESSITA’

Per la Sezione di Bari dell’Associazione magistrati (Anm), “desta serie perplessità la decisione, pur rientrante nell’autonomia del ministro, di assumere” l’iniziativa di una ispezione ministeriale alla Procura di Bari “in un momento oggettivamente inopportuno, essendo in corso un passaggio processuale assai delicato con imminente valutazione del Gup sulla richiesta di rinvio a giudizio del ministro Fitto, in concorso con altri imputati, per i reati di associazione per delinquere, concorso in corruzione, illecito finanziamento ai partiti, falso e peculato”. Lo si afferma in una nota della sezione barese dell’Anm nella quale si spiega che “il ministro Alfano, aderendo a nuova sollecitazione del ministro Fitto, ha inteso inviare alla Procura di Bari i suoi Ispettori” e che “non sono ancora ufficialmente note le ragioni e il perimetro entro il quale si muove l’inchiesta amministrativa degli Ispettori ministeriali”.

“Non può omettersi di rimarcare, quanto all’operato dei colleghi della Procura, che la loro attività professionale – si aggiunge nella nota – è stata già sottoposta ad attento vaglio da parte del Consiglio Superiore della Magistratura proprio sulla base di altro precedente esposto dello stesso ministro Fitto, che lamentava in un passato recente scorrettezze e intollerabili abusi. Ebbene, esaminando i rilievi del ministro, il Consiglio Superiore della Magistratura con voto unanime sia dei membri laici che togati ebbe a deliberare che, nel caso di specie, l’autorità giudiziaria aveva scrupolosamente rispettato i dettami costituzionali che stanno a protezione della libertà della funzione parlamentare”.