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Dieci punti del governo per battere le mafie. Propaganda o buone intenzioni?

di Aaron Pettinari (www.antimafiaduemila.com/…)

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2010/01/nichi_vendola_col1.jpgIl Consiglio dei ministri, ospitato nella prefettura di Reggio Calabria, ha dato oggi via libera al piano straordinario in dieci punti per il contrasto delle mafie. Un progetto sponsorizzato a lungo dalla maggioranza, ed in particolare dal ministro degli Interni Roberto Maroni, i cui contenuti sono stati finalmente svelati.

Il primo punto è la nascita di un’agenzia dei beni sequestrati che dovrebbe insediarsi entro 15 giorni a Reggio, secondo quanto promesso dal ministro Maroni.
Questa avrà il compito di censire i beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, nonché di amministrarli, custodirli e destinarli. 

Il secondo punto è quello di raccogliere in un testo unico i principali interventi legislativi antimafia emanati dal 1965 ad oggi. Quindi è prevista una serie di nuovi strumenti per l’aggressione dei beni mafiosi tramite l’estensione a tutto il territorio nazionale di desk interforze provinciali per integrare le informazioni ed individuare i patrimoni da colpire. Per questo sarà necessario un potenziamento dell’azione della Dia in questa direzione, che diventerebbe la "missione prioritaria". Negli intenti annunciati vi è anche il sostegno alle vittime di racket ed usura, proprio nel giorno seguente all’uscita del rapporto di Sos Impresa dove la Confesercenti presentava le esigenze di quest’ultimi.

L’Esecutivo, attraverso nuove misure si propone quindi di incentivare le ribellioni al giogo mafioso, istituendo uno scudo assicurativo statale, da elargire soltanto a chi denuncia i propri taglieggiatori.
Altro punto presentato è il contrasto ale Ecomafie, con l’attribuzione alla Direzione distrettuale antimafia della competenza sul reato di traffico illecito di rifiuti e l’estensione delle operazioni sotto copertura delle forze di polizia a questo reato. Estensioni che sono state proposte anche nelle inchieste su reati di estorsione, usura e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. 
Quindi i ministri hanno accennato alla realizzazione di una mappa della criminalità organizzata attraverso un sistema informatico chiamato ‘Macro’.

Un sistema che sarà continuamente implementato con le informazioni provenienti dai gruppi provinciali composti da investigatori di polizia, carabinieri e finanza e dai responsabili delle carceri. Inoltre sarebbe prvista anche l’intensificazione dell’uso della videoconferenza per l’esame di collaboratori e testimoni di giustizia. All’interno del ddl sarebbe inserito anche un paragrafo sulla vigilanza sugli appalti, a partire dalla ricostruzione in Abruzzo e per l’Expo 2015 di Milano, tramite l’estensione a tutto il territorio nazionale della tracciabilità dei flussi finanziari. A questo si aggiunge la promozione della stazione unica appaltante che dovrebbe assicurare trasparenza, regolarità e economicità nella gestione dei contratti pubblici. Altra proposta è la presentazione in sede Ue della ‘best practice’ italiana in materia di lotta alla criminalità organizzata con l’obiettivo di ottenere il riconoscimento dell’esecuzione dei sequestri dei beni in tutti i Paesi Ue e l’armonizzazione della normativa europea sul sequestro preventivo dei patrimoni dei mafiosi anche al di fuori dell’azione penale.

L’ultimo punto del piano straordinario è dedicato quindi al lavoro nero in Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. Dopo i gravi episodi di Rosarno, 550 ispettori dovranno controllare 20mila aziende. Nelle parole, i punti presentati sembrerebbero positivi ma è da verificare lo sviluppo e la reale funzionalità. Certo sembra un controsenso proporre un ddl contro le mafie e al tempo stesso promuovere leggi che favoriscono la criminalità organizzata. Esempi di ciò sono lo scudo fiscale, che permette il rientro in Italia dei capitali esteri senza accertarne la provenienza lecita, e la vendita dei beni confiscati, con quest’ultima che ha stravolto il principio della legge Rognoni-La Torre per cui il bene mafioso diventava un bene condiviso e non un bene esclusivo.
Ma sono anche altri gli interventi del governo che vanno in direzione opposta rispetto al contrasto al malaffare e alla criminalità organizzata. Vanno infatti aggiunti il provvedimento sul processo breve; il ddl che limita l’utilizzo delle intercettazioni; la depenalizzazione di molti reati finanziari; e la già espressa volontà del governo di limitare i poteri dei pm. 
Sulle proposte del consiglio dei ministri sono comunque diversi i punti interrogativi ed i nodi da scogliere.

A riguardo è intervenuto anche il presidente di Libera, Don Luigi Ciotti, che da anni si batte su queste tematiche: “L’istituzione dell’Agenzia nazionale sui beni confiscati per rendere più efficace, veloce ed incisiva la legge sulla confisca dei beni dalla fase del sequestro a quella della destinazione d’uso va nella direzione che Libera chiede da anni”. “ Un’agenzia – ha aggiunto – che deve accorciare i tempi e ridare ordine a tutta questa materia ma che deve essere accompagnata da ulteriori provvedimenti come un testo unico in materia della confisca dei beni; il rafforzamento degli strumenti per le indagini patrimoniali ed non ultimo, che venga data concreta attuazione a quella norma approvata nella Finanziaria del 2006 che prevede la confisca dei beni ai corrotti ed il loro riutilizzo ai fini sociali di cui non sappiamo più nulla”. 


Anche il senatore Giuseppe Lumia, membro della commissione Antimafia ha ravvisato il rischio che il Piano antimafia diventi solo uno spot propagandistico. 
In particolare Lumia propone alcuni interventi aggiuntivi: ”Sull’aggressione ai patrimoni bisognerebbe partire dalle norme antiriciclaggio – dice Lumia – L’Italia, infatti, è l’unico Paese a non averne e, inoltre, siamo agli ultimi posti sulla tracciabilità del denaro. Anche per quanto riguarda le ecomafie siamo molto indietro. Spesso si hanno enormi difficoltà a riconoscere i reati ambientali commessi dalle organizzazioni criminali, ma soprattutto le pene sono ridicole. Per combattere le infiltrazioni mafiose nel settore degli appalti bisogna introdurre il conto dedicato per le aziende, in modo da facilitare il controllo dei flussi di denaro, la provenienza delle forniture, il sistema dei subappalti, dove spesso si annidano le imprese mafiose o collegate alle mafie.

Concordo sulla necessità di assistere in maniera più efficace le vittime del racket e dell’usura, ma se vogliamo realmente sconfiggere questi fenomeni è indispensabile introdurre la denuncia obbligatoria per tutti gli operatori economici”. Va in questa direzione, ma il governo non c’entra nulla, la decisione presa da Confindustria ed annunciata oggi dal presidente Emma Marcegaglia. L’associazione degli industriali ha adottato una delibera che obbliga gli imprenditori vessati a sporgere denuncia, pena la sospensione o espulsione dall’associazione. Stessa sorte per le imprese coinvolte in reati di associazione di stampo mafioso. 
Una presa di posizione importante e che, si spera, stimoli gli imprenditori a scegliere sempre più la via della legalità.

Messaggio di fine anno e un po’ per il nuovo

di Matteo d’Ingeo

Ancora una volta il sindaco senatore presidente di Molfetta, Antonio Azzollini, si è lasciato rapire da Internet e dalle nuove tecnologie della rete e per la seconda volta è apparso on-line sul sito ufficiale del Comune di Molfetta in un video trasmesso anche dai network locali.
Un messaggio di fine anno un po’ più dimesso rispetto a quello del 2008 non solo per l’assenza di immagini che arricchivano le sue parole ma anche nel look è apparso trasandato. Mentre l’annuncio in rete e nei manifesti in città lo ritraevano in giacca blu, cravatta e ben pettinato, il sindaco si è presentato ai suoi concittadini nel suo consueto abito dai colori spenti, senza cravatta e pensieroso in volto.
Forse il travestimento era funzionale all’ennesimo discorso sul risanamento del bilancio comunale, rigoroso, serio, trasparente, che consentirà presto di tornare a fare investimenti e ad avere ancora un po’ più di spesa per le fasce deboli della nostra città. Sono cose che ascoltiamo da anni ma ancora non si sono visti i fatti. L’anno scorso, il sindaco, aveva espresso un desiderio luminoso, ricordate: “… il mio desiderio è che un raggio di luce possa entrare in tutte le famiglie della nostra città e che si avvertano il meno possibile i morsi della crisi economica…”.
Ebbene, gli unici raggi entrati nelle case dei molfettesi furono, come è stato già detto, l’azzurro dei lampeggianti delle forze dell’ordine, dei mezzi di soccorso e dei fragori del tritolo; e non è passato giorno, che non ci fossero auto incendiate, senza parlare dei cassonetti incendiati o degli atti vandalici.
Questi sono i fatti, mentre si continuava e si continua a sostenere di aver migliorato la vivibilità e la sicurezza in città.
I molfettesi, invece, in queste festività hanno goduto, è un modo di dire, per un’eccellente iniziativa di questa amministrazione per cui veramente le case di ogni quartiere si sono illuminate.
Lo ha dichiarato con soddisfazione l’assessore al Marketing Territoriale, Giacomo Spadavecchia: 

«Per la prima volta Molfetta si presenta interamente illuminata con un impianto unico ed omogeneo… le reazioni dei molfettesi sono state immediatamente positive, in tanti mi hanno fatto notare che quest’anno Molfetta è la città più illuminata e bella della provincia. Ma il nostro obiettivo è anche quello di rilanciare lo shopping di prossimità offrendo un’immagine della città più accogliente e gradevole, realizzando così luoghi di aggregazione come alternativa ai centri commerciali; le luminarie creano una scenografia fatta di luce e colori ma rappresentano anche un investimento che anticipa l’idea del grande Ipermercato all’Aperto. Crediamo in questa strategia che punta al rilancio del commercio attraverso la realizzazione di un ambiente fisico e un contesto di vivibilità affinché diventino il vero valore aggiunto per questa categoria. Stiamo lavorando per mettere a punto un quadro generale che tocchi temi decisivi come l’arredo e la viabilità: iI progetto esecutivo è giunto ormai a una fase avanzata e sarà approntato già a partire dal 2010…».

Non tutti i cittadini sanno che questa grande iniziativa del sindaco e dell’assessore al marketing è costata alle casse comunali ben 41.000 euro escluso l’IVA e l’erogazione dell’energia elettrica. Le motivazioni contenute nella delibera di Giunta n. 334 del 14.12. 2009, con cui si è concesso questo contributo alla Molfetta Shopping, associazione delegata dalle associazioni di categoria a collaborare con l’azienda installatrice sono state queste: “… per attivare dinamiche di attrazione atte al rilancio del commercio in città onde contrastare il fenomeno che vede i centri commerciali i siti privilegiati per lo shopping; che la concezione a cui affidare la possibilità di favorire lo shopping natalizio in città è quella di rendere le strade punto di aggregazione, offrendo ai visitatori ed ai cittadini l’immagine di una città gradevole, accogliente e luminosa…”.

E’ inutile commentare queste motivazioni, sicuramente il sindaco nel prossimo messaggio augurale ci relazionerà sui benefici che questo importante atto amministrativo avrà portato ai commercianti e ai cittadini molfettesi. Ci piacerebbe sapere anche il nome della fortunata ditta che a trattativa privata ci ha illuminato i cuori e le strade per la modica spesa di 41.000 euro.

Ma non è tutto. Chiediamo da anni di organizzare in Piazza Paradiso un evento culturale di richiamo turistico, almeno il 31 dicembre, in modo da occupare simbolicamente il territorio obbligando le forze dell’ordine a presidiare la Piazza e le strade limitrofe, e invece niente. Anche per questo capodanno assisteremo al penoso e incivile spettacolo realizzato da “esplosivi attori” e “sputafuoco” di strada.

L’elenco delle cose non fatte e di quelle fatte male in questo 2009 lo faremo in un altro momento, parleremo dei lavori del nuovo porto, parleremo della nuova zona industriale, parleremo dello sminamento degli ordigni bellici, parleremo dei rinvii a giudizio di assessori dei processi in corso per voto di scambio, ecc, ecc; oggi ci preme ricordare ciò che ha distinto questa amministrazione comunale per inefficienza, gravi omissioni e cattiva gestione del territorio. E’ stato presentato il 24 dicembre u.s. l’ennesimo ed ultimo esposto sull’occupazione abusiva di strade e marciapiedi da parte di noti commercianti ambulanti. Lo denunciamo ancora a voce alta; questa amministrazione e quella precedente, che è sempre targata Azzollini, hanno permesso ad alcune famiglie di commercianti di occupare la città, speriamo non a fini elettorali; questa sì che è la vergogna di questa città con cui il sindaco non ha il coraggio di confrontarsi. Il sindaco e i suoi preposti non hanno il coraggio di smantellare ciò che loro hanno creato perché, a Molfetta, chiamarsi Andriani, Magarelli, Fiore, De Bari oppure Diniddio o essere stato componente di una delle famiglie che negli anni ’90 ha tenuto in scacco l’intera città con lo spaccio della droga, è un merito e gli uffici giudiziari raccomandano alle istituzioni locali di favorire il loro reinserimento nel mondo del lavoro.
Nulla da eccepire contro questa raccomandazione, lo abbiamo detto tante altre volte, ma offrire un’opportunità lavorativa non deve rappresentare per questi signori un motivo per ignorare le regole della civile convivenza, rendere indecorosa la zona che occupano e con arroganza raddoppiare e o triplicare l’occupazione del suolo pubblico senza pagare la tassa per l’occupazione del suolo pubblico. Il sindaco, il comandante della Polizia Municipale e certi agenti di polizia questo lo sanno, ma nonostante l’annuncio di controlli a tappeto contro l’abusivismo questi signori sono sempre al loro posto da anni e ancora oggi. Certi Agenti di polizia municipale non vanno in giro a stanare e multare recidivi abusivi che da anni occupano marciapiedi e strade in palese violazioni al codice della strada o a fermare bulli di periferia che scorrazzano senza casco esibendosi in pericolose e acrobatiche evoluzioni su moto, oppure falsi invalidi che occupano abusivamente le zone blu o le zone riservate ai veri disabili; macchè, i nostri agenti invece lasciano sul parabrezza di qualche malcapitato automobilista che ha parcheggiato in via Di Vagno, una strada di periferia larghissima a doppio senso di marcia, una multa di 38.00 euro per “SOSTA CONTROMANO”.

Il Comandante della Polizia Municipale, prontamente interpellato, stenta a credere che un suo agente abbia emesso una simile multa interpretando, molto liberamente, il comma 2 dell’art. 157 del codice della strada che così recita: “Arresto, fermata e sosta dei veicoli:
"Salvo diversa segnalazione, ovvero nel caso previsto dal comma 4, in caso di fermata o di sosta il veicolo deve essere collocato il piu’ vicino possibile al margine destro della carreggiata, parallelamente ad esso e secondo il senso di marcia. Qualora non esista marciapiede rialzato, deve essere lasciato uno spazio sufficiente per il transito dei pedoni, comunque non inferiore ad un metro. Durante la sosta, il veicolo deve avere il motore spento”.

Viene spontaneo chiedersi come certi agenti non interpretano allo stesso modo il codice della strada per tutti i cittadini, per tutte le autovetture parcheggiate “contromano” e in tutte le strade cittadine a doppio senso di marcia? Eppure lo stesso agente come altri passano quotidianamente da via Baccarini, via Ten. Fiorino oppure via Cap Magrone, o da tante altre strade cittadine da sempre interessate alla sosta contromano. Perché l’Agente X in servizio di pattugliamento in via Di Vagno, oltre a multare la “sosta contromano” non ha multato il commerciante ortofrutticolo che in violazione al codice della strada occupa strada e marciapiede in virtù di una discutibile autorizzazione rilasciata in prossimità di una centralina di controllo del gas. Nessun agente municipale ha mai fatto rimuovere una struttura in ferro presente da mesi nei pressi dello stesso commerciante che occupa il sito stradale. Carissimi concittadini se non avete come cognome Andriani, Fiore, Magarelli o De Bari fatevelo regalare dalla prossima Befana, a Molfetta può essere utile.

L’ultimo pensiero è rivolto al sindaco senatore presidente Azzollini; è diventata una moda rivolgere dieci domande a chi governa e noi lo abbiamo già fatto nel 2008, in tempi non sospetti, e lo facciamo ancora oggi, sperando che il sindaco non voglia rispondere, così come ha fatto il suo presidente Berlusconi, attraverso un libro di qualche suo suddito, noi ci accontentiamo di una risposta pubblica. Più che domande sono delle richieste che in un anno non hanno avuto risposte e molte delle quali sono state accompagnate da dettagliati esposti:

1) Si faccia promotore presso il Governo di qualche azione istituzionale atta a bloccare la ricerca di petrolio sul litorale pugliese nei 7 punti di prospezione tra cui la città di Molfetta. Nei nostri fondali non c’è petrolio e le prospezioni sismiche a colpi di proiettili ad aria (tecnicamente air gun) comprometterebbero ancora di più il fragile ecosistema del nostro mare già distrutto dall’alga tossica, bombe chimiche e navi di veleni.

2) Si chieda al Governo di poter interrompere i lavori per la costruzione del nuovo porto e di utilizzare i finanziamenti già stanziati per risanare lo specchio d´acqua del litorale di levante per liberarlo dalle migliaia di bombe all´iprite che stanno minacciando seriamente la nostra vita e quella delle nuove generazioni. A che servirebbe un nuovo porto commerciale a Molfetta se la vita dei suoi cittadini e la sua economia è ad alto rischio per la morte del proprio mare?

3) Si presenti spontaneamente ai giudici del Tribunale di Trani e riferisca loro com’è stata costruita la Centrale Powerflor, così come ha fatto pubblicamente a Bisceglie nel luglio u.s.

4) Si metta mano, da subito, al piano delle coste, prima dell’estate, smantellando tutto ciò che di abusivo è stato costruito fino ad oggi dalla prima Cala a Torre Gavettone.

5) Si predisponga la revisione del Piano Comunale per la Disciplina del Commercio su aree pubbliche, nella parte riguardante le autorizzazioni ambulanti e l´occupazione del suolo pubblico. Eliminare la presenza di ambulanti nel Centro Urbano in un quadrilatero delimitato dalle vie Grittani, Calabrese, Amato, Cozzoli, Mezzina, Pomodoro, Baccarini, P.zza A.Moro, L.da Vinci, Fornari, Balice, Cagliero, G.De Candia, Viale Giovanni XXIII, S.Francesco d´Assisi, Vico 14° M.dei Martiri; promuovere nella restante parte della città e nelle zone d´espansione nuovi spazi urbani destinati al commercio fisso e itinerante con un costante controllo e repressione dell´abusivismo.

6) L´amministrazione si costituisca parte civile nell´eventuale procedimento penale a carico dei presunti usurai arrestati nei mesi scorsi, nel nuovo procedimento per voto di scambio, e nel processo contro l’assessore Palmiotti, per il grave danno d´immagine che la nostra comunità ha subito.

7) Si blocchi il procedimento per la costruzione del parcheggio interrato in Piazza Margherita di Savoia e si utilizzino i fondi per la costruzione di parcheggi all´entrata della città con servizi di navette veloci collegate al centro urbano e alla periferia. In questo modo si allontanerà il pericolo di aumentare l´inquinamento, già alto, da polveri sottili.

8) Si condivida la richiesta di riconoscimento di Gianni Carnicella come vittima di mafia e la riapertura del processo contro il suo assassino Cristoforo Brattoli che nel frattempo è stato condannato ancora una volta per altri reati.

9) Si denunci chi ha utilizzato fondi statali, destinati alla costruzione di opere pubbliche, per la costruzione di case private sul prolungamento di Via Aldo Fontana. Inoltre chiediamo al sindaco di spiegarci il perché l’amministrazione comunale non si è costituita parte civile lesa nel processo in corso a carico dei costruttori e direttore dei lavori delle palazzine ITALCO demolite solo dopo 7 anni dalla costruzione.

10) Si utilizzino i beni immobili confiscati ai mafiosi nostrani, e già assegnati al Comune nel 2001, per finalità sociali con bandi pubblici per la loro gestione e che il primo bene confiscato assegnato per scopi sociali sia intitolato al sindaco Gianni Carnicella caduto sotto il fuoco di quel mondo criminale a cui vogliamo sottrarre simbolicamente i beni accumulati anche sulla pelle di tanti giovani che negli anni ’90 sono morti per overdose nelle nostre strada e dimenticati da tutti.

Per questo fine anno è tutto, e in attesa che il sindaco Azzollini si iscriva a Facebook, rinnovo a Lui, e per il suo tramite a tutti i cittadini, gli auguri per un 2010 migliore, prospero di felicità, amore e civile convivenza.

Il Liberatorio: «I beni confiscati alla nostra criminalità sono “cosa nostra”»

Il movimento politico di Matteo d’Ingeo torna sui beni confiscati alla malavita ma non ancora assegnati a favore della collettività

http://www.molfettalive.it/imgnews/Liberatorio%20002(2).jpg

di La Redazione (www.molfettalive.it/…)

Il Liberatorio Politico torna sui beni confiscati alla malavita cosiddetti "dormienti", vale a dire non ancora assegnati secondo la legge a favore della collettività e lo fa alla luce di un emendamento presentato alla legge finanziaria in Senato che prevederebbe la vendita di tali beni a privati.

Una possibilità contro la quale si è espressa l’associazione antimafia di don Luigi Ciotti "Libera", di cui il coordinatore del Liberatorio Matteo d’Ingeo annuncia la prossima costituzione nella nostra città.

"Vogliamo che lo Stato sequestri e confischi tutti i beni di provenienza illecita, da quelli dei mafiosi a quelli dei corrotti. Vogliamo che i beni confiscati siano rapidamente conferiti, attraverso lo Stato e i Comuni, alla collettività per creare lavoro, scuole, servizi, sicurezza e lotta al disagio".

«Con queste parole – scrive il Liberatorio – si apriva la petizione popolare che “Libera” (Associazione antimafia di don Luigi Ciotti) ha presentato nel 1995. L’intenzione era di chiedere la riforma di una legge ormai vecchia (legge n.646/1982) che regolava in maniera insoddisfacente proprio la confisca dei beni. A favore della petizione, si raccolsero un milione di firme, e rappresentò un momento importante di sensibilizzazione e riflessione sull’importanza del recupero e riutilizzo dei patrimoni accumulati illecitamente.

Da quella petizione nacque la legge 109/’96 per il "riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati ai mafiosi".

I beni confiscati – spiega la nota – possono comprendere aziende; beni mobili (denaro, mezzi di trasporto, apparecchiature informatiche etc.); beni immobili (case, terreni, fondi). Per le aziende lo Stato ne dispone l’affitto, la vendita o la liquidazione e il ricavato si riversa nel Fondo Prefettizio; i beni mobili vengono trasformati in denaro contante e riversati nel Fondo Prefettizio; e i beni immobili vengono assegnati ai comuni o mantenuti al patrimonio dello Stato.

I beni immobili possono essere conservati al patrimonio dello Stato per specifiche finalità istituzionali (giustizia, ordine pubblico, protezione civile) oppure possono essere anche trasferiti al patrimonio del Comune nel quale si trovano, per finalità sia istituzionali che sociali. Il Comune, acquisito il bene, ha un anno di tempo per decidere se amministrarlo direttamente oppure assegnarlo in concessione, a titolo gratuito, a: comunità, enti, organizzazioni di volontariato, cooperative sociali, comunità terapeutiche e centri di recupero per tossicodipendenti.

Se il bene è stato confiscato per reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, viene senz’altro trasferito al patrimonio del Comune e assegnato preferibilmente ad associazioni, comunità o enti per il recupero di tossicodipendenti.

La legge 109 /’96 è ormai operativa da tempo in tutto il territorio nazionale ed anche in Puglia, ma molti di questi beni, consegnati dal 2001-’02, sono ancora, come si suole dire, “dormienti”, cioè, sequestrati alla malavita organizzata, messi dallo Stato nelle mani dei Comuni, da anni, ma non ancora destinati, dalle varie amministrazioni comunali, ad attività sociali finalizzate.

A Molfetta sembra che siano “dormienti” non solo i beni confiscati ma – continua la nota – anche il Sindaco, l’Assessore e il Dirigente al Patrimonio sono da anni assopiti ed hanno dimenticato di fare i bandi per l’assegnazione dei beni confiscati destinati ad utilità sociali».

Cinque sono i beni confiscati alla criminalità organizzata presenti nella nostra città tra terreni agricoli, appartamenti e locali generici, consegnati dall’Agenzia del Demanio al Comune già nel 2001.

E’ cronaca parlamentare recente l’emendamento alla legge finanziaria presentato al Senato in cui è prevista la vendita all’asta degli immobili confiscati, trascorsi 90 giorni dalla loro mancata assegnazione.

Il Liberatorio attacca il Governo Berlusconi paventando la possibilità che la criminalità attraverso prestanome possa tornare in possesso di quanto sequestrato. Possibilità contro la quale si è schierata e mobilitata l’associazione Libera di don Luigi Ciotti attraverso una petizione nazionale che chiede a governo e Parlamento di ritirare l’emendamento contestato.

E un presidio di Libera nascerà a giorni anche a Molfetta che, afferma d’Ingeo «avrà come primo obiettivo di lavoro la richiesta di riutilizzo, a scopi sociali, dei beni confiscati alla criminalità organizzata molfettese utilizzando il bando regionale “Libera il bene”.

Infatti la Regione Puglia attraverso l’Assessorato alla Trasparenza e Cittadinanza Attiva promuove il riuso dei beni confiscati alla criminalità organizzata per scopi sociali, economici e di tutela ambientale. Saranno erogati ai Comuni, che ne faranno richiesta, contributi fino a 750.000 euro per la ristrutturazione o adeguamento dei beni confiscati, la loro rifunzionalizzazione attraverso l’acquisto di forniture (attrezzature, arredi, macchinari, veicoli, ecc.) e la gestione del primo anno di attività.

Il sindaco Azzollini intervenga direttamente in parlamento affinché l’emendamento presentato al Senato venga cancellato perché vanificherebbe l’impegno antimafia di 15 anni e tradirebbe chi, a cominciare da Pio La Torre, ha pagato con la propria vita l’impegno per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente.

Nella speranza che questo ultimo desiderio sia accolto dal Sindaco chiedo – conclude d’Ingeo – che il primo bene confiscato assegnato per scopi sociali sia intitolato al sindaco Gianni Carnicella caduto sotto il fuoco di quel mondo criminale a cui vogliamo sottrarre simbolicamente i beni accumulati anche sulla pelle di tanti giovani che negli anni ’90 sono morti per overdose nelle nostre strada e dimenticati da tutti».

 

I beni confiscati alla nostra criminalità sono “cosa nostra"

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/12/bene_confiscato_via_catecombe_lr_03072009.jpg    https://i2.wp.com/www.liberatorio.it/IMG/BENE_CONFISCATO_CASA_ALFREDO_FIORE_LR_01072009.jpg

"Vogliamo che lo Stato sequestri e confischi tutti i beni di provenienza illecita, da quelli dei mafiosi a quelli dei corrotti. Vogliamo che i beni confiscati siano rapidamente conferiti, attraverso lo Stato e i Comuni, alla collettività per creare lavoro, scuole, servizi, sicurezza e lotta al disagio".
Con queste parole si apriva la petizione popolare che “Libera” (Associazione antimafia di don Luigi Ciotti) ha presentato nel 1995. L’intenzione era di chiedere la riforma di una legge ormai vecchia (legge n.646/1982) che regolava in maniera insoddisfacente proprio la confisca dei beni. A favore della petizione, si raccolsero un milione di firme, e rappresentò un momento importante di sensibilizzazione e riflessione sull’importanza del recupero e riutilizzo dei patrimoni accumulati illecitamente.
Da quella petizione nacque la legge 109/’96 per il "riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati ai mafiosi". I beni confiscati possono comprendere aziende; beni mobili (denaro, mezzi di trasporto, apparecchiature informatiche etc.); beni immobili (case, terreni, fondi). Per le aziende lo Stato ne dispone l’affitto, la vendita o la liquidazione e il ricavato si riversa nel Fondo Prefettizio; i beni mobili vengono trasformati in denaro contante e riversati nel Fondo Prefettizio; e i beni immobili vengono assegnati ai comuni o mantenuti al patrimonio dello Stato.

I beni immobili possono essere conservati al patrimonio dello Stato per specifiche finalità istituzionali (giustizia, ordine pubblico, protezione civile) oppure possono essere anche trasferiti al patrimonio del Comune nel quale si trovano, per finalità sia istituzionali che sociali. Il Comune, acquisito il bene, ha un anno di tempo per decidere se amministrarlo direttamente oppure assegnarlo in concessione, a titolo gratuito, a: comunità, enti, organizzazioni di volontariato, cooperative sociali, comunità terapeutiche e centri di recupero per tossicodipendenti. Se il bene è stato confiscato per reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, viene senz’altro trasferito al patrimonio del Comune e assegnato preferibilmente ad associazioni, comunità o enti per il recupero di tossicodipendenti.
La legge 109 /’96 è ormai operativa da tempo in tutto il territorio nazionale ed anche in Puglia, ma molti di questi beni, consegnati dal 2001-’02, sono ancora, come si suole dire, “dormienti”, cioè, sequestrati alla malavita organizzata, messi dallo Stato nelle mani dei Comuni, da anni, ma non ancora destinati, dalle varie amministrazioni comunali, ad attività sociali finalizzate.
A Molfetta sembra che siano “dormienti” non solo i beni confiscati ma anche il Sindaco, l’Assessore e il Dirigente al Patrimonio sono da anni assopiti ed hanno dimenticato di fare i bandi per l’assegnazione dei beni confiscati destinati ad utilità sociali.
Dal 2001 l’Agenzia del demanio ha consegnato al Comune di Molfetta cinque beni confiscati alla nostra criminalità organizzata tra terreni agricoli, appartamenti e locali generici, quest’ultimi situati in quella parte di città dove negli anni ’90, Fiore Alfredo, Michele Parisi e Andriani Antonio operavano con altre famiglie dedite allo spaccio di droghe. Questi beni, oggi, rischiano di essere nuovamente sottratti alla città da un emendamento alla legge finanziaria presentato al Senato che prevede di vendere all’asta gli immobili confiscati, passati 90 giorni dalla confisca senza assegnazione. Non è difficile immaginare quanto sia verosimilmente possibile che i nostri mafiosetti locali attraverso i loro prestanome possano riacquistare i loro immobili specialmente se in quegli immobili ci vivevano e rappresentavano nei quartieri di riferimento roccaforti inviolabili e rispettabili. Il governo Berlusconi ci ha abituati non solo alle leggi “ad personam” ma anche alle leggi che potrebbero favorire certa parte della popolazione e rappresentare uno strumento di scambio elettorale.

Contro questa possibilità, non tanto remota, si è schierato e mobilitato lo stesso don Luigi Ciotti con la sua associazione “LIBERA” che ha lanciato una petizione nazionale per chiedere al governo e al Parlamento di ritirare l’emendamento sulla vendita dei beni confiscati che rappresentano il segno del riscatto di un’Italia civile, onesta e coraggiosa. Perché quei beni sono davvero tutti "cosa nostra" . In questi giorni anche a Molfetta nascerà un Presidio della legalità di LIBERA che avrà come primo obiettivo di lavoro la richiesta di riutilizzo, a scopi sociali, dei beni confiscati alla criminalità organizzata molfettese utilizzando il bando regionale “Libera il bene”.

Infatti la Regione Puglia attraverso l’Assessorato alla Trasparenza e Cittadinanza Attiva promuove il riuso dei beni confiscati alla criminalità organizzata per scopi sociali, economici e di tutela ambientale. Saranno erogati ai Comuni, che ne faranno richiesta, contributi fino a 750.000 euro per la ristrutturazione o adeguamento dei beni confiscati, la loro rifunzionalizzazione attraverso l’acquisto di forniture (attrezzature, arredi, macchinari, veicoli, ecc.) e la gestione del primo anno di attività.

Il sindaco Azzollini intervenga direttamente in parlamento affinché l’emendamento presentato al Senato venga cancellato perché vanificherebbe l’impegno antimafia di 15 anni e tradirebbe chi, a cominciare da Pio La Torre, ha pagato con la propria vita l’impegno per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente. Nella speranza che questo ultimo desiderio sia accolto dal Sindaco chiedo che il primo bene confiscato assegnato per scopi sociali sia intitolato al sindaco Gianni Carnicella caduto sotto il fuoco di quel mondo criminale a cui vogliamo sottrarre simbolicamente i beni accumulati anche sulla pelle di tanti giovani che negli anni ’90 sono morti per overdose nelle nostre strada e dimenticati da tutti.

No alla vendita dei beni confiscati

FIRMA L’APPELLO: NIENTE REGALI ALLE MAFIE, I BENI CONFISCATI SONO COSA NOSTRA

Fonte: www.libera.it/…

 

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/11/nienteregali_banner.gifTredici anni fa, oltre un milione di cittadini firmarono la petizione che chiedeva al Parlamento di approvare la legge per l’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Un appello raccolto da tutte le forze politiche, che votarono all’unanimità le legge 109/96. Si coronava, così, il sogno di chi, a cominciare da Pio La Torre, aveva pagato con la propria vita l’impegno per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente.

Oggi quell ‘impegno rischia di essere tradito. Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria, infatti, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi. E’ facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all’intervento dello Stato.

La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle istituzioni.

Per queste ragioni chiediamo al governo e al Parlamento di ripensarci e di ritirare l’emendamento sulla vendita dei beni confiscati.
Si rafforzi, piuttosto, l’azione di chi indaga per individuare le ricchezze dei clan. S’introducano norme che facilitano il riutilizzo sociale dei beni e venga data concreta attuazione alla norma che stabilisce la confisca di beni ai corrotti. E vengano destinate innanzitutto ai familiari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia i soldi e le risorse finanziarie sottratte alle mafie. Ma non vendiamo quei beni confiscati che rappresentano il segno del riscatto di un’Italia civile, onesta e coraggiosa. Perché quei beni sono davvero tutti "cosa nostra"

don Luigi Ciotti
presidente di Libera e Gruppo Abele

 


Tra i primi firmatari:  Andrea Campinoti, presidente di Avviso Pubblico – Paolo Beni, presidente Arci – Vittorio Cogliati Dezza, presidente Legambiente – Andrea Olivero, presidente ACLI – Guglielmo Epifani, segretario CGIL – Raffaele Bonanni, segretario generale CISL – Luigi Angeletti, segretario UIL – Francesco Miano, presidente Azione Cattolica – Filippo Fossati, presidente UISP – Marco Galdiolo – presidente US Acli, Paola Stroppiana e Alberto Fantuzzo, presidenti del comitato nazionale Agesci – Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della Pace – Loretta Mussi, presidente di "Un ponte Per" –  Michele Curto, presidente di FLARE (Freedom, Legality and Rights in Europe) – Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom-Cgil – Giuseppe Gallo, segretario generale FIBA Cisl – Carla Cantone, segr. generale SPI-CGIL – Michele Mangano, presidente Auser –  Doriano Guerrieri, presidente nazionale CNGEI – Gianpiero Calzolari, Presidente di "Cooperare con Libera Terra" – Oliviero Alotto, presidente di Terra del Fuoco –  Don Nandino Capovilla, coordinatore Pax Christi – Giuliana Ortolan, Donne in Nero di Padova – Giulio Marcon, portavoce campagna Sbilanciamoci – Aurelio Mancuso, presidente Arcigay – Lucio Babolin, presidente CNCA – Fabio Salviato, presidente di Banca Etica – Mario Crosta, Direttore Generale di Banca Etica, Giuseppe Gallo, segretario generale FIBA Cisl – Tito Russo, coordinatore nazionale UDS (Unione degli Studenti), Claudio Riccio, referente Link-coordinamento universitario, Luca De Zolt, rete studenti medi – Sara MartiniEmanuele Bordello – presidenti FUCI, Giorgio Paterna, coordinatore Unione degli Universitari – Umberto Ronga, Movimento Eccesiale di Impegno Culturale.
 
E inoltre: Nando Dalla Chiesa, Salvo Vitale, Rita Borsellino, Sandro Ruotolo, Roberto Morrione, Enrico Fontana, Tonio Dell’Olio, Pina Picerno, Francesco Forgione, Luigi De Magistris, Raffaele Sardo, David Sassoli, Francesco Ferrante, Rita Ghedini, Petra Reski, Esmeralda Calabria, Vittorio Agnoletto, Vittorio Arrigoni, Giuseppe Carrisi, Jasmine Trinca, Yo Yo Mundi, Sergio Rubini, Modena City Ramblers, Gianmaria Testa, Libero De Rienzo, Livio Pepino, Elio Germano, Subsonica, Vauro, Claudio Gioè, Roberto Saviano, Daniele Biacchessi, Giulio Cavalli, Elisabetta Baldi Caponetto, Moni Ovadia, Ottavia Piccolo, Giancarlo Caselli, Ascanio Celestini, Alberto Spampinato, Salvatore Borsellino, Federica Sciarelli, Haidi Giuliani, Fausto Raciti, Francesco Menditto, Antonello Ardituro, Benedetta Tobagi, Il Coro dei Minatori di Santa Fiora, Simone Cristicchi, Roberto Natale, Agnese Moro, Tana De Zuleta, Lella Costa, Armando Spataro, Maurizio Ascione, Nicola Tranfaglia, Franco Cassano, Marco Delgaudio, Carlo Lucarelli, Alex Zanotelli,  Marcelle Padovani, Andrea Occhipinti, Johnny Palomba …


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La informiamo, ai sensi dell’art. 13 del d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196 (recante il "Codice in materia di protezione dei dati personali" nel prosieguo, per brevità , il "Codice"), che i dati personali forniti nell’ambito dell’Iniziativa denominata " Niente regali alle mafie: i beni confiscati sono cosa nostra" saranno raccolti e registrati dall’associazione "Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie". – su supporti cartacei, elettronici e/o informatici e/o telematici protetti e trattati con modalità idonee a garantire la sicurezza e la riservatezza nel rispetto delle disposizioni del Codice. La informiamo che i dati fornitici verranno utilizzati unicamente per finalità strettamente connesse e strumentali all’Iniziativa. A tal fine, nell’ambito dell’Iniziativa, i suoi dati potranno essere pubblicati on line mentre i dati non pubblicati verranno immediatamente cancellati e distrutti. Il conferimento dei dati, è necessario al fine di poter partecipare all’Iniziativa. L’indicazione del proprio indirizzo e-mail ci permetterà di richiederele eventuali chiarimenti in relazione all’intervento pubblicato. La informiamo che potrà esercitare i diritti previsti dall’art. 7 e seg. del d.lgs. n. 196/2003 (tra cui, a mero titolo esemplificativo, i diritti di ottenere la conferma dell’esistenza di dati che la riguardano e la loro comunicazione in forma intelligibile, la indicazione delle modalità di trattamento, l’aggiornamento, la rettificazione o l’integrazione dei dati, la cancellazione) mediante richiesta rivolta senza formalità al Titolare del trattamento dei dati. Titolare del trattamento dei dati è l’associazione "Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie" con sede legale in Roma, via IV Novembre n. 98. L’elenco aggiornato recante i nominativi dei Responsabili del trattamento dei dati è conservato presso gli uffici della predetta sede legale.

 
 
 

Le mani su Cose nostre. Se la mafia ricompra i beni sequestrati

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di Maria Zegarelli (www.unita.it/…)

Si chiama «Verbuncaudo», c’è chi dice si estenda per 150 ettari e chi ne aggiunge altri 90 del terreno confinante. Si trova vicino a Polizzi Generosa, Palermo, Sicilia. Michele Greco, il «Papa» di Cosa nostra, lo acquistò dalla società Sat: un colpaccio perché quel feudo era il simbolo, l’ennesimo, dello strapotere del boss dei boss. C’era un’ipoteca, importante, e la questione andava risolta. Subito. La pratica fu seguita direttamente dal clan dei Croceverde che chiamarono i Salvo e detto fatto ne ottennero in quindici giorni la sospensione, con decreto del ministero delle Finanze.
Poi, quando il «Papa» fu arrestato, il potere temporale sui suoi beni andò a farsi benedire e Verbuncaudo fu confiscato. E assegnato al Comune di Polizzi nel 2007, che lo accettò a patto che venisse destinato ad un’associazione impegnata nel sociale. Si individuò la Cooperativa «Placido Rizzotto Libera Terra», ma ecco che rispunta l’ipoteca. La cooperativa non può pagarla, il Comune neanche. Verbuncaudo rischia di essere venduto, malgrado sia stato assegnato perché mancano i soldi per l’ipoteca. C’è già chi è pronto ad acquistarlo, gente potente. Si tratta dei familiari di Greco. Sono cinque anni che fanno pressione con i loro avvocati. Ma se alla Camera non viene cassato l’emendamento alla Finanziaria votato al Senato – presentato da Maurizio Saia, (ex An) quello che Gianfranco Fini definì «un imbecille», quando accusò di lesbismo Rosy Bindi ministro della Famiglia – sono 3213 i beni confiscati alla malavita e non ancora assegnati che rischiano di finire sul mercato. Le cosche sono pronte. Perché rimettere le mani su quella «robba» attraverso prestanome è facile, e perché farlo equivale a confermare che i tentacoli si spezzano ma sono pronti a ricrescere.
E dove non arrivano le casse dello Stato e degli enti locali arrivano quelle di Cosa nostra. Il «cassiere» della Banda della Magliana, Enrico Nicoletti, a Monte San Giovanni, nel Frusinate, possedeva un fabbricato a cui tiene ancora parecchio. È la casa natale dei genitori, legami affettivi che non si spezzano mai. Anche quello potrebbe tornare sul mercato. Idem per l’azienda bufalina con terreno, 8 ettari e oltre 2000 capi di bestiame fino al 2005, a Selvalunga, nel Grazzanise, dove Walter e Francesco Schiavone (Sandokan, boss dei Casalesi) hanno fatto il bello e il cattivo tempo.
Don Luigi Ciotti ha l’elenco pronto di tutti gli immobili. «a rischio»: li venderà simbolicamente martedì mattina a Roma alle ore 11 presso la Bottega della legalità «Pio La Torre» in via dei Prefetti 23. Batterà lui stesso l’asta, perché a volte devi ricorrere a questi gesti simbolici se vuoi scuotere coscienze che basta troppo poco per riaddormentarle. Saia con il suo emendamento al Senato ha fatto sì che se passano 90 giorni dalla confisca senza assegnazione tutto torna sul mercato. «Con l’approvazione di questo emendamento è tradito l’impegno assunto con il milione di cittadini che nel ’96 firmarono la proposta di legge sull’uso sociale dei beni confiscati alla mafia – dice Don Ciotti -.
Se la Camera confermasse la decisione di vendere all’asta gli immobili sarebbe enorme il rischio di restituirli alle stesse organizzazioni criminali». Virginio Rognoni, cofirmatario della legge Rognoni-La Torre è incredulo: «Venderli è una sconfitta per lo Stato, l’emendamento è un atto molto grave che non ha giustificazioni». Nella sua relazione presentata al governo nel novembre 2008 il commissario straordinario, Antonio Maruccia, magistrato di Cassazione, diceva, tra l’altro: «Le proposte conclusive del Cnel si sono concentrate, avuto riguardo alla destinazione dei beni, nella indicazione della necessità di vietare la vendita dei beni, per evitare che possano essere nuovamente acquistati, tramite prestanomi, dagli stessi soggetti a cui sono stati sottratti».
Inoltre, il Cnel, nelle «osservazioni e proposte» del 29 marzo 2007 ribadiva la necessità di «affidare a una nuova struttura, specializzata ed avente solo tale funzione, il compito di gestire il transito dei beni dalla confisca alla collettività, dotando la stessa di poteri, finanziamenti e personale tecnico e specialistico necessario».
Stesse conclusioni nella Relazione approvata all’unanimità dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle mafie nel novembre 2007, relatore Giuseppe Lumia, che si occupò proprio dei beni confiscati.
Si legge: «Il punto critico attiene proprio alla particolare origine dei beni, che sono divenuti demaniali per effetto dell’azione di prevenzione; tale origine determina la continua pressione della criminalità destinataria dei provvedimenti, tesa al recupero dei beni o, quantomeno, a renderli inutilizzabili, in un’ottica che suona come aperta sfida alle istituzioni incaricate di affermare la sovranità delle ragioni democratiche».
Per questo, secondo la Commissione, è necessario non far rientrare la gestione e la destinazione di quei beni alle competenze generali dell’Agenzia del Demanio. Sarebbe molto più indicata un’ Agenzia centrale, ribadisce il documento, anche sulla base di tutte le audizioni effettuate durante l’indagine. Ma l’Agenzia centrale non è mai nata. L’emendamento, invece, sta lì, in attesa di essere definitivamente licenziato alla Camera.

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Quel dialogo fra Cosa nostra e lo Stato

Maurizio Torrealta: le  stragi  erano  state  annunciate


di
Norma Ferrara 
(www.liberainformazione.org/…)

 

Strage di via dei Gergofili
Strage di via dei Gergofili
Solo pochi giorni fa ai microfoni di Annozero Claudio Martelli, Ministro della Giustizia negli anni delle stragi, racconta: Borsellino sapeva della trattativa. Dice di essere stato illuminato dalle parole di Massimo Ciancimino sul dialogo fra mafia e Stato e di aver cosi ricordato che l’allora direttore degli affari penali del Ministero, Liliana Ferraro, in occasione del trigesimo della strage di Capaci avrebbe avvertito Borsellino del contenuto di  una visita ricevuta dal capitano De Donno. De Donno avrebbe riferito della disponibilità dell’ex sindaco di Palermo Vtio Ciancimino ad aprire un canale di comunicazione con Cosa Nostra se avesse ricevuto una copertura politica. Nel gennaio del 1993 Salvatore Riina viene arrestato e il  giornalista Maurizio Torrealta di Rainews 24  descrive attraverso il racconto del capitanoUltimo l’arresto del latitante numero uno di Cosa nostra. In quelle pagine non c’è traccia di questa trattativa fra mafia e Stato che portò anche all’arresto del boss corleonese. Nel 2002 Torrealta pubblica in un altro libro intitolato "La Trattativa" , il resto di quel racconto. Lo abbiamo sentito per parlare con lui di questa inchiesta e della riapertura delle indagini sulle stragi di  Capaci e via d’Amelio. 

 
Dopo aver scritto dell’arresto di Riina lei pubblica nel 2002 "La Trattativa". Da quale spunto investigativo riparte la sua analisi di quel tragico biennio di stragi?

Solo alcuni anni dopo l’intervista al capitano che arrestò Riina mi resi conto che le cose che mi aveva raccontato erano solo quelle che lui mi aveva voluto raccontare, quelle che aveva voluto vedere. E soprattutto mi resi conto di quello che mi aveva taciuto: la trattativa. Fu invece intorno alla seconda metà degli anni novanta che iniziai a leggere la sentenza di via dei Gergofili, nella quale, senza alcuna ambiguità, si parlava di una trattativa portata avanti dal capitano De Donno e dal colonnello Mario Mori. I due violando i compiti cui erano preposti in quegli anni, incontrarono Ciancimino e provarono a trattare con Provenzano, non si sa per conto di chi. La trattativa avrebbe avuto successo solo se fosse stata tenuta segreta all’opinione pubblica e agli altri organi investigativi. Intorno a questa trattativa di cui noi conosciamo soltanto alcune fasi ci sono anche una serie di episodi molto strani. Non ultimi, ma questa è solo una mia opinione, la morte di Gabriele Chelazzi, Pm che stava seguendo le indagini sulla trattativa e il suicidio della direttrice del carcere di Sulmona, Armida Miserere. Il mio lavoro d’inchiesta cominciò quindi dalla lettura degli atti di Firenze ma anche dalla richiesta di archiviazione del magistrato Antonio Ingroia “Sistemi Criminali”. L’inchiesta nonostante fosse una richiesta di archiviazione conteneva al suo interno elementi oggettivi di estremo interesse di cui non potevamo essere a conoscenza mentre accadevano.

Quali elementi?

Primo. Le stragi erano state annunciate, almeno un paio di volte. La prima volta da Elio Ciolini, un neofascista, già condannato per diffamazione che aveva inviato una lettera al giudice Leonardo Grassi, annunciando l’inizio di una stagione di stragi in Italia. Ciolini in questa e in una seconda arrivata dopo l’omicidio di Salvo Lima, precisa che queste decisioni erano state prese in alcune riunione tenutesi in Croazia. La strage di Capaci inoltre venne annunciata 48 ore prima da una piccola agenzia di stampa,Repubblica,  vicina ai Servizi segreti. A scriverlo fu in un articolo Vittorio Sbardella, secondo uomo di fiducia di Andreotti, per annunciare che ci sarebbe stato un “botto” che avrebbe modificato l’andamento delle elezioni. Sbardella è interessante anche per le cose che scriverà dopo intorno al cosiddetto “pericolo Golpe”. A questi seguirono una serie mai vista di episodi: attentati contro palazzi fiorentini e romani, fatti in luoghi di potere molto specifici, non quelle dei partiti ma luoghi simbolo del potere, delle istituzioni e della massoneria.

Massoneria, poteri forti e equilibri politici internazionali fanno da sfondo al biennio stragista. Ma non solo. Nella sua inchiesta lei si occupa anche della nascita e del ruolo dei movimenti secessionisti nel Paese. Perché?

Grazie ad un lavoro straordinario della Digos nel nostro Paese sono stati ricostruiti alcuni scenari all’epoca sconosciuti. All’inizio degli anni ’90 nacquero diverse organizzazioni, una sorta di Leghe del sud. In una di queste comparivano persino Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, neofascista pluriindagato. Viene da pensare che ci fossero nuovi equilibri politici in bilico e l’interesse a creare più un’ Europa delle regioni che delle nazioni. Questo progetto non si è poi sviluppato ma questa ricerca di nuovi equilibri è rimasta e la trattativa è poi avvenuta su un altro versante: quello della ricerca di una situazione politica che garantisse Cosa nostra, messa in difficoltà dal maxi processo. Siamo negli anni novanta infatti, le condizioni internazionali cambiano, è crollata l’Urss e il nemico comunista è stato sconfitto. In quel periodo Cosa nostra percepisce che le forze che avevano utilizzato gli enormi capitali di cui disponeva, per fini politici contro il comunismo, stavano per cancellarli dal panorama politico, come dire: il loro ruolo terminava li. Così diventò importante attirare l’attenzione con azioni capaci di arrivare anche al di là dell’Atlantico per garantire la sopravvivenza di Cosa nostra.

Quali gli elementi nuovi emersi dopo il 2002 data della pubblicazione de La Trattativa, ad oggi?

La strage di via d’Amelio è stata completamente riletta. Si è scoperto che le confessioni di un pentito sono state  inquinate, fatte ad arte per sviare tutte le indagini mentre adesso ci sono nuovi collaboratori di giustizia che raccontano come si è sviluppata questa strage, il coinvolgimento dei servizi segreti.  Ma anche la trattativa. Per anni si era concentrata l’attezione sull’uomo di fiducia di Riina, il medico Antonino Cinà. Sembra che abbiano avuto un ruolo altri uomini politici già condannati per associazione mafiosa e senatori della Repubblica. Ci sono nuove indagini anche se devono emergere ancora elementi chiari e precisi tali da poter dire con certezza…

Beh, un nome circola da mesi, da dichiarazioni di pentiti e in ultimo anche dalla voce di Massimo Ciancimino nell’ultima puntata di Annozero. Si tratterebbe di Marcello dell’Utri…

Ciancimino può fare questo nome, noi dobbiamo attendere riscontri precisi.

Prima ricordava della rilettura di Via d’Amelio… qual è stato il ruolo, se c’è stato, dei servizi segreti nelle stragi?

Ci sono prove della loro presenza nella strage di Capaci ma soprattutto in quella di via d’Amelio, ovvero quella che sembra davvero inverosimile possa essere stata organizzata da Cosa Nostra. Per varie ragioni ma soprattutto perché avviene in un momento in cui sono in via d’approvazione pesanti leggi antimafia e non poteva esservi mossa più dannosa per Cosa nostra che alzare il tiro contro lo Stato. Su via d’Amelio ricordo personalmente le parole del pentito Salvatore Cancemi, quando gli chiesi di questa strage mi disse: “non parlo” e disse delle altre mezze frasi che lasciavano intendere era opera di “menti raffinatissime”.

I pentiti, siciliani, calabresi, pugliesi, parlano di quegli anni anche quando decidono di non spingersi oltre alcuni episodi. Quella che sembra rimanere in silenzio è la politica. Perché?

A questo proposito cito un episodio significativo che riguardava l’allora Ministro Scotti, accaduto durante il processo per la strage di via dei Gergofili. Gli inquirenti chiesero al Ministro come mai “si fosse addormentato da Ministro degli interni e risvegliato Ministro dell’industria” senza episodi specifici che giustificassero questo cambiamento di ruolo. Lui sorrise ma non rispose, tant’è che alla fine gli inquirenti chiesero che fosse messo agli atti il sorriso di Scotti, perché quel sorriso significava “non posso parlare”. Quello che sappiamo ad oggi è che al suo posto andò Nicola Mancino e viene da pensare che questo cambiamento avesse a che fare con la trattativa. Mancino ha sempre smentito e non esistono al momento prove che possano dimostrare il contrario. Quello che sembra evidente è che la trattiva trovò un consenso trasversale nella politica.

In questi ultimi anni l’attenzione verso il reperimento di prove che dimostrerebbero la trattativa Mafia – Stato è stata diretta verso il famoso “papello”, elenco scritto di contro richieste della mafia allo Stato. Ma è plausibile che funzionari dello Stato si fossero recati a parlare con un personaggio come Vito Ciancimino più volte, senza alcuna tutela? Penso a l’uso di registratori… ad esempio. Potrebbero esserci altre prove di questa trattativa oltre al "papello"?

Se fossi in chi conduce le indagini e fossi venuto a conoscenza di queste prove sarebbe di certo l’ultima cosa di cui parlerei sino a quando non giungerebbero in un’ aula di tribunale. Credo comunque che il filone del Papello avrà degli sviluppi importanti e non potrà essere licenziato rapidamente….

Dopo 17 anni Sandro Ruotolo prepara una puntata per AnnoZero e riceve delle minacce. Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, partecipa ad una trasmissione di Rainews24 sulle stragi e subisce il furto della sua auto. A chi fa ancora paura  questa verità?

Stiamo parlando di forze trasversali ai partiti che hanno governato il Paese prima e continuano ad influenzarne l’andamento anche adesso. Negli anni le condizioni sono cambiate molto, potranno esserci degli sviluppi importanti ma i tempi della giustizia sono lunghi e complessi. Sarà difficile portare avanti questi processi ma oggi sembrano esserci le condizioni e se si riuscirà ad arrivare alla verità sarà il primo caso in Italia in cui saranno identificati i mandanti  esterni di una strage.

 

Primavera molfettese del '94. Perché nonostante "quella" stagione politica ci ritroviamo "questa" Molfetta?

Terramia, gruppo di discussione sulla politica molfettese, propone un incontro pubblico per riflettere sul ’94 molfettese.

 

 

Nel rumore di fondo della quotidianità molfettese annaspano le voci delle coscienze critiche. Manca la voglia di trasformare l’esistente e nel rumore di fondo permangono, addormentate e paghe del lauto pasto, le anime ribelli. All’orizzonte c’è solo il nostro ombelico. 

L’indifferenza per le bombe all’iprite che incombono, per i giovani disoccupati che si disperano, per i lavoratori prigionieri del mercato, per le consorterie arroganti dei delinquenti e dei ladri di galline che pervadono le strade è il segnale che la comunità e le cose comuni non son più degne di essere amate e curate perché rese agonizzanti da una politica malata o di protagonismo o di clientelismo e vuota di aneliti e di aspirazioni.

La medicina migliore è prendersela con gli altri, con chi è più vicino, con chi è più attivo. Ma la rabbia per il colpevole vicino cura la febbre e non la malattia. I ricordi sono in agguato per i vecchi e ai giovani rode la storia di questa città che ha visto ben altre stagioni, ben altre emozioni, ben altre speranze.

Sembra che a nessuno interessi ripensare al ’94, l´anno in cui a Molfetta si diede avvio a una frizzante stagione politica, si ribaltarono le previsioni elettorali e il governo della città cadde nella mani di una forza nuova che emerse inaspettatamente dalla città. Sembra che quel frangente di eccezionale mobilitazione civile e politica non abbia lasciato alcuna traccia. Ma di questo nessuno parla più. È davvero così? Può essere così? Davvero non ci sono più molfettesi che pensano e agiscono in forza della loro appartenenza ad una comunità di cittadini?

Abbiamo deciso di rompere gli indugi. La riflessione sul ’94 molfettese non può essere ulteriormente rimandata in attesa di tempi migliori.

Il 3 ottobre alle 18 presso la sala stampa del comune
di Molfetta è indetto un incontro pubblico per discutere di quella stagione, con unanime spirito di correità, senza reti e senza format.

Tutte e tutti sono invitati a portare il proprio contributo e a rispondere alla domanda: perché nonostante "quella" stagione politica ci ritroviamo "questa" Molfetta?

Quali misure straordinarie contro la mafia?

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Il presidente di Avviso Pubblico, dottor Andrea Campinoti, ha inviato al Corriere della Sera e ai principali quotidiani nazionali una risposta all’intervista rilasciata in data odierna dal Ministro della difesa Ignazio La Russa e intitolata "Misure straordinarie contro la mafia".

“In riferimento all’intervista del Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, pubblicata in data odierna dal Corriere della Sera con il titolo « Misure straordinarie contro la mafia » intendiamo esprimere alcuni precisi pensieri.
Ci rassicura sentire il Ministro affermare che lo Stato non lascerà soli gli imprenditori che hanno deciso di non pagare il pizzo alle organizzazioni mafiose in Sicilia e che il suo collega Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, considera la lotta alla criminalità un punto centrale della sua azione politica.
Ci lascia perplessi, invece, l’invocazione rivolta al Parlamento e al Governo di adottare misure straordinarie per lottare contro le mafie e, in particolare, quella di vendere i beni confiscati alle stesse.
La vera questione, parlando di una concreta lotta alle mafie, non è quella di vendere i beni confiscati alle mafie, come asserisce il Ministro – se li ricomprerebbero i mafiosi tramite prestanome – ma quella di accelerare il passaggio della titolarità e dell’uso di questi beni dalle mani dei criminali a quelle degli enti locali e delle associazioni per un loro utilizzo sociale, come previsto dalla legge 109/96, approvata all’unanimità dal Parlamento, dopo la raccolta di un milione di firme da parte dell’Associazione Libera.
È grazie a questa legge, ad esempio, se tra due settimane a Plati (Rc), la nuova sede della caserma dei Carabinieri sarà inaugurata in un bene confiscato alla ’Ndrangheta ed è grazie alla stessa legge se centinaia di giovani hanno trovato un lavoro vero nelle cooperative del circuito Libera-Terra coltivando terreni confiscati ai boss.
Al Ministro chiediamo di impegnarsi in un preciso compito: egli si adoperi per la creazione di un’Agenzia nazionale che si occupi in maniera specifica della gestione e dell’utilizzo dei beni confiscati, come scritto nella Relazione finale della Commissione parlamentare antimafia della XV legislatura, votata all’unanimità, e come affermato anche recentemente dal Ministro Maroni.
Questo è quello che in questi giorni, durante la Carovana nazionale antimafie dedicata a Mafia, sicurezza e razzismo, con un preciso appello (leggibile e sottoscrivibile sul sito www.avvisopubblico.it) Avviso Pubblico, Libera e Arci chiedono al Parlamento e al Governo."

Andrea Campinoti
Presidente di Avviso Pubblico

A Molfetta sono cinque i beni confiscati alla nostra criminalitàorganizzata

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Nei giorni scorsi si è svolto a Bari un vertice in Prefettura con i  Sindaci interessati, per discutere e velocizzare le procedure di assegnazione dei beni confiscati alle organizzazioni criminali e mafiose pugliesi.
La Puglia con 612 beni confiscati (dato aggiornato al 30.05.2008) dopo la Sicilia (3.783), Campania (1.213), Calabria (1.169) è la quarta regione italiana con il maggior numero di beni confiscati. Seguono la Lombardia (587) e il  Piemonte (100), regioni che sono diventate ormai terre d’investimenti delle organizzazioni criminali meridionali.
Solo nella Provincia di Bari si contano 241 beni confiscati, di cui 80 in gestione al Demanio, 31 destinati e non consegnati e 130 già destinati e consegnati.
Molti di questi beni, consegnati dal 2001-’02, sono ancora, come si suol dire, “dormienti”, cioè, case sequestrate alla malavita organizzata, messe dallo Stato nelle mani dei Comuni da anni ma non ancora destinate dalle varie amministrazioni comunali ad attività sociali finalizzate.
La maggior parte degli immobili confiscati si trovano a Bari dove sono ancora in corso le procedure per lo sgombero di sette appartamenti. Il gran numero delle case occupate abusivamente sono però libere: è il caso dei 16 immobili che appartenevano alla famiglia Capriati, o i due riconducibili al clan Parisi.
L’amministrazione comunale di Bari ha già approntato i bandi per l’ assegnazione alle associazioni di volontariato.
Anche Molfetta ha i suoi beni confiscati e sono ormai due anni che il Liberatorio sollecita il Sindaco ad assegnare alcuni beni confiscati alle associazioni operanti nel territorio comunale oltre che a famiglie indigenti.
Non abbiamo mai avuto risposte dirette dal Sindaco ma siamo riusciti in ogni modo ad ottenere le informazioni omesse dal primo cittadino.

Nella nostra città sono cinque, per ora, i beni confiscati alla nostra criminalità organizzata e sono:

Terreno agricolo in C.da Piscina Messere Mauro
Confiscato a:
ANDRIANI ANTONIO (09-06-1962)
il 
05-feb-98
Trasferito al Comune in  data:
21-giu-01
* Bene destinato a finalità sociali

Locale generico in Vico S. Alfonso n. 8
Confiscato a:
ANDRIANI ANTONIO (09-06-1962)
il
05-feb-98.
Trasferito al Comune il :
21-giu-01
* Destinazione- Sede associazioni

Appartamento in Via S. Nicola 48
confiscato a:
FIORE ALFREDO NANDO (06-08-1963)
il
27-nov-98.
Trasferito al Comune il:
06-nov-01
* Destinazione: Alloggio per indigenti, senza tetto

Appartamento in  Vico  S.Stefano n.2/b
confiscato a:
FIORE ALFREDO NANDO (06-08-1963)
il:
27-nov-98
Trasferito al Comune il: 06-nov-01
*Destinazione – Alloggio per indigenti, senza tetto

Appartamento – Arco Catacombe n.12-14
confiscato a: PARISI MICHELE 10-05-1973
il: 01-lug-99
Trasferito al Comune il: 21-giu-01
*Destinazione – Centro per famiglie

Il silenzio del Sindaco rispetto alla destinazione di questi beni ci preoccupa ed è naturale che nasca il dubbio sull’uso che qualcuno sta facendo degli stessi o almeno di parte di essi dal 2002.