Clamoroso al processo Bufi, la Procura ricusa il presidente


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Avrebbe dovuto celebrarsi ieri dinanzi alla Corte di Assise d’Appello di Bari la nuova udienza per il processo dell’omicidio di Annamaria Bufi. Alla sbarra Marino Domenico Bindi, accusato della morte della 23enne molfettese. 

In apertura del dibattimento, però, l’ennesimo colpo di scena. Il sostituto procuratore generale della Corte d’Appello, Angela Tomasicchio (la pubblica accusa) ha presentato istanza di ricusazione del presidente della corte, Michele Tarantino

Quella di ieri era la prima udienza di Tarantino. Il giudice era infatti subentrato alla collega Giulia Pavese, nella prima udienza del 1 dicembre si era dichiarata incompatibile. Nel 1996, all’epoca della riapertura delle indagini, fu lei a disporre le intercettazioni a carico dell’imputato e già nel 2001, all’epoca della terza e decisiva indagine, dichiarò la propria incompatibilità. 

La richiesta di ricusazione di Tarantino si fonda su quanto accaduto in uno dei tanti procedimenti paralleli della vicenda che si trascina dal 3 febbraio 1992, giorno dell’uccisione della 23enne molfettese. In uno dei processi connessi a quello dell’omicidio, Tarantino svolge le funzioni di presidente e – secondo quanto si legge nell’istanza della Tomasicchio – avrebbe preventivamente manifestato indebitamente il proprio convincimento anticipando la propria decisione. Analoga richiesta di astensione e ricusazione è stata presentata dal legale della famiglia Bufi, l’avvocato Bepi Maralfa

Al nuovo processo di appello si è giunti dopo il pronunciamento della Corte di Cassazione del 20 aprile 2011. Le sentenze di primo e secondo grado con cui il presunto assassino della ragazza era stato assolto erano state infatti annullate con una pronuncia che aveva sostanzialmente bocciato il metodo di valutazione della prova da parte delle corti pugliesi, dal movente dell’omicidio, all’alibi di Bindi. Fino alla confessione resa al di fuori del processo dallo stesso Bindi, il quale una sera, dopo un tentativo di fuga a piedi, raggiunto dall’amico Onofrio Scardigno gli avrebbe confidato: “Cosa ho fatto, cosa ho fatto ho ucciso Annamaria”. 

La frase era stata registrata durante una conversazione fra Scardigno e un testimone del processo. Nel processo il perito incaricato dalla Corte d’Assise di Trani per la trascrizione del nastro, Maria Tricarico, aveva però dichiarato di non averla mai ascoltata. 

La Tricarico, in seguito, era stata processata per il reato di falso e condannata alla pena di un anno di carcere. Lo scorso 6 dicembre, nel processo d’appello, la corte presieduta proprio da Tarantino ha deciso di ascoltare la cassetta in aula. Una circostanza che ha insospettito pubblica accusa e parti civili: questo nuovo atto istruttorio non era stato infatti richiesto neppure dalla difesa dell’imputata. 

Il sostituto procuratore generale Tomasicchio, nell’articolata istanza presentata ieri in aula, ha fondato i motivi di ricusazione del presidente Tarantino nella “violazione delle norme di imparzialità del giudice anche sulla base degli orientamenti della Corte Europea dei diritti umani, precisando che ogni persona ha diritto di essere giudicata da un tribunale indipendente ed imparziale, cosa che non sarebbe accaduta per l’omicidio Bufi, posto che il dott. Tarantino presiede i collegi della corte d’appello sia nel processo a carico del perito che in quello nei confronti del principale imputato di omicidio”. 

Decidendo di ascoltare in aula, nel processo a carico del perito, la cassetta che contiene la frase che inchioderebbe Bindi – come detto dalla Cassazione – alle sue responsabilità, “Cosa ho fatto, cosa ho fatto, ho ucciso Annamaria“, si sarebbe secondo la procura generale verificata indubbiamente una “prospettazione che appare indebito pregiudizio già formulato in altro processo prima di giudicare Bindi”. 

L’udienza è stata rinviata al 19 aprile, in attesa che un’altra sezione della Corte d’Appello di Bari decida se accogliere o meno l’istanza di ricusazione, procedendo quindi all’eventuale sostituzione del presidente della corte se ritenuto incompatibile.

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