Omicidio Bufi, a dicembre si torna in Appello. Parte III – Le scarpe, il luminol e i nastri

 


Foto: © Polizia Scientifica

di La Redazione – www.molfettalive.it

Forse ci vorrebbero pagine e pagine per narrare tutto quanto accadde a livello investigativo nel solo 4 febbraio 1992. Sta di fatto che quei primi atti d’indagine si riveleranno, poi, importantissimi quando il processo sulla morte di Annamaria Bufi sarà riaperto per la seconda volta nel 2001 (la terza e ultima inchiesta che porta all’arresto del presunto assassino Marino Bindi). 

Da quanto sin qui narrato, è possibile dedurre che la ragazza conduceva una vita assolutamente normale, eccetto un solo mistero: l’amore per quell’uomo. Un amore – così raccontano i diari sequestrati dai carabinieri in casa Bufi all’indomani dell’omicidio – nato quando la ragazza aveva meno di sedici anni e proseguito sino al giorno della sua tragica morte. 

Annamaria, senza ombra di dubbio, esce di casa alle 20.15 di quel 3 febbraio 1992, si ferma a parlare sotto casa con il conducente di una Golf beige, sale, poi, a bordo della propria Dyane 6 celeste, la parcheggia nei pressi di viale Pio XI e si dirige a piedi in corso Umberto. Lì, nei pressi del negozio 012 Benetton (all’incrocio con via Felice Cavallotti, oggi occupato da un punto vendita di biancheria) è vista intorno alle 20.30 da Eleonora Sciancalepore. E se non fosse stato per intuizioni investigative del 2001, si sarebbe continuato a pensare erroneamente che si fosse appartata con il conducente di quella Golf. 

Di come verrà fuori il nome dell’ultima persona che, prima dell’assassino, vede in vita Annamaria se ne parlerà fra un attimo. Per ora basti sapere, circostanza che si rivelerà importantissima, che la vittima giunge al Corso alle 20.30 del 3 febbraio e che questo particolare era già noto agli inquirenti sin dal 1992, essendo emerso in un’intercettazione telefonica. Ma di esso non vi è traccia negli atti delle indagini del 1992: un particolare decisivo sparito nel nulla. Come tante altre cose. 

Secondo quanto afferma con certezza il medico legale, la ragazza è uccisa fra le 21 e le 22 del 3 febbraio 1992, mentre Bindi è visto in palestra (con tutti i limiti e le stranezze di cui si è parlato nella precedente puntata) solo alle 19 e poi nuovamente alle 21.45 del giorno del delitto. Le indagini successive portano ad accertare, attraverso le cronometrazioni degli inquirenti, che dal luogo della scoperta del cadavere (la statale 16 bis a cento metri dallo svincolo della zona industriale di Molfetta, da cui si accede alla strada statale 16 che porta a Bisceglie) per raggiungere la palestra di Bindi, all’ingresso di Bisceglie, occorrono 8 minuti

Altra circostanza praticamente svanita nel nulla nelle indagini del 1992 è il racconto dell'amica del cuore della vittimaRosanna. La quale afferma di essere stata da sempre a conoscenza della relazione fra Annamaria e Mino (Bindi); relazione per la 23enne, realmente innamorata, davvero importante. Bindi, secondo quanto narrato da Rosanna, aveva deflorato Annamaria quando era minorenne e lei nutriva per lui un amore profondo. Era disposta a tutto, soprattutto a incontrarsi con lui tutte le volte che l’uomo glielo chiedeva. 

Rosanna fa luce sugli incontri amorosi tra i due. Racconta che Bindi lasciava la palestra intorno alle ore 20, tornava a Molfetta, passava con l’autovettura dal corso Umberto, dove Annamaria era solita aspettarlo, le faceva un cenno d’intesa e la ragazza saliva sulla macchina. I due si appartavano in campagna e molto spesso Annamaria, dopo essersi incontrata con l’uomo, tornava al Corso intorno alle 21. E lì si ricongiungeva con gli amici, ignari di quanto fosse avvenuto. Mentre Bindi, dopo averla lasciata, ritornava a Bisceglie per chiudere la palestra intorno alle 22. 

Annamaria, prima di soccombere sotto i sei colpi inflitti con un corpo contundente al cranio che ne determinano la morte per gravi lesioni encefaliche, riceve dal suo assassino ben 18 colpi, con furia cieca, su tutto il corpo. È letteralmente martoriata, tanto è vero che in sede autoptica il medico legale rileva anche la frattura delle dita della mano, segno che aveva tentato invano di difendersi. 

Ma l’indagine iniziale nei confronti di Bindi, pur con gli elementi sopra rappresentati, inizia e finisce il 4 febbraio 1992. Dopo essere stato condotto in caserma nel pomeriggio di quel 4 febbraio – come abbiamo già detto – dapprima nega di conoscere la vittima, subito dopo ammette la relazione. La sua auto è trovata pulita, lavata e bagnata anche nel bagagliaio, circostanza della quale non si rinviene traccia negli atti delle indagini e che si apprende invece dalla viva voce del brigadiere del Carabinieri Rosario Avila. E la sua abitazione è sottoposta a perquisizione. Con esito apparentemente negativo. 

Si dice apparente perché nel 2001, all’epoca della seconda riapertura delle indagini, il brigadiere dei Carabinieri Antonio Caldarulo, ascoltato in aula, rivela di aver rinvenuto il pomeriggio del 4 febbraio, durante il controllo a casa Bindi, un paio di scarpe dell’uomo sporche di terra (ricordiamo che anche le scarpe della vittima presentavano la stessa particolarità e che i due erano soliti appartarsi in campagna). Ma di tali scarpe non si è mai saputo nulla. Nessuna traccia in atti. Sparite

Alcuni carabinieri di Molfetta furono per questi e altri motivi processati e assolti con sentenza definitiva, in quanto si scrisse che Caldarulo (morto a soli 41 anni per ictus cerebrale, dopo la sentenza definitiva) aveva potuto confondersi. Probabilmente aveva trovato quelle scarpe non a casa dell’indiziato ma altrove, e nel corso di un’altra indagine. Per dovere di cronaca è giusto dirlo. Come è giusto dire che Caldarulo non è l’unico a vedere quelle scarpe. Anche altri due colleghi le vedono. E anche la moglie di Bindi, ascoltata dal pubblico ministero Francesco Bretone all’epoca dell'ultima riapertura delle indagini, afferma che, dopo la perquisizione, i carabinieri avevano portato via dalla sua casa un paio di scarpe del marito. 

Nelle indagini del 2001 si chiederà al medico legale, il prof. Di Nunno, la modalità di trasporto e abbandono sul ciglio della strada del corpo della vittima. Secondo il consulente, il trasporto sarebbe avvenuto a bordo di un’auto familiare, una station wagon. La vittima – ricordiamolo – è  trovata con le braccia incrociate sotto il corpo, e a testa in giù, e questo fa supporre che il corpo, posto su un telo, sia stato srotolato dall’interno del bagagliaio di un’auto. 

L’assassino, quindi – sostiene il medico legale – stando all’interno dell’auto, avrebbe srotolato quel telo facendo cadere la ragazza per terra e facendola rotolare per qualche metro. A riscontro della sua tesi, il rinvenimento a circa mezzo metro dal corpo di una più grande chiazza ematica (come il segno della testa che aveva urtato per terra durante la caduta dall’auto) e diversi schizzi di materia cerebrale con alcune leggere impronte ematiche, lasciate dal rotolamento sull’asfalto. 

L’autovettura dell’insegnante di educazione fisica, una Renault Nevada 21, una station wagon, quella trovata pulita e bagnata il giorno dopo il delitto, viene venduta alcuni giorni dopo l’omicidiosenza passaggio di proprietà. Sarà trovata dieci anni dopo in Germania, all’epoca delle indagini di Bretone, dai marescialli dei Carabinieri e della Finanza della Procura di Trani Nicola Mannarini e Sergio Pisani. Riportata in Italia, proprio nel periodo in cui si addensano fortissimi sospetti intorno alle indagini del 1992, sarà sottoposta a perizia da un maresciallo dei carabinieri del Ris (Reparto investigazione scientifiche) di Roma con il test del luminol

Il luminol è un composto chimico che, mescolato con un agente ossidante, esibisce una luminescenza bluastra, rilevabile da un’apposita fonte luminosa. Viene cosparso su una superficie per rivelare la presenza di tracce biologiche (sperma, saliva) o ematiche (sangue). Ebbene, il maresciallo del Ris, una volta spruzzata la sostanza nell’auto di Bindi, constata la presenza di ben 13 aree violacee (soprattutto nel bagagliaio dell’auto). Ma successivamente afferma che, probabilmente, si era trattato di “falsi positivi”, non avendo alcuna certezza che si trattasse invece, come in un primo momento era parso, di tracce biologico-ematiche. 

Anche la Polizia Scientifica esaminerà la station wagon. L'immagine pubblicata su queste pagine si riferisce proprio a quella perizia, proiettata in aula nel corso del dibattimento, detta "esame spettrofotometrico", Una perizia che individuerà, per mezzo di una lampada Uv, aree violacee sempre nel portabagagli.

Torniamo all’alibi dell’indiziato. Era stato ritenuto attendibile dagli inquirenti del 1992: Bindi aveva dichiarato di trovarsi in palestra all’ora del delitto in compagnia di quattro amici, precedentemente indicati come (1), (2), (3) e (4). Come è stato scritto nella puntata precedente, solo uno di questi è ascoltato il giorno dopo il crimine, e per giunta al telefono, senza che neppure gli sia chiesto a che ora il sospettato fosse stato visto in palestra il giorno del delitto. Anche per questa ragione, dopo venti anni, la Corte di Cassazione, con sentenza del 20 aprile 2011 annullerà la sentenza assolutoria dell’insegnante. Chiarendo, risolvendo, una volta per tutte, la questione dell’alibi nel senso prospettato dall’accusa. Che cioè non fosse veritiero. 

Abbandonata la pista Bindi dopo un giorno, il presunto assassino viene improvvisamente “attenzionato” nell’estate del 1992, e si riprende con l’ascolto dei testimoni che potrebbero meglio consentire l’approfondimento delle ipotesi investigative. I Carabinieri coordinati dal pubblico ministero inquirente, Alessandro Messina, decidono di intercettare l'utenza telefonica del maggiore indiziato. 

Le telefonate intercettate, che per gli investigatori del 1992 sono di nessun rilievo, risulteranno invece decisive per Bretone nel 2001. 

In alcune di esse, un componente della famiglia dell’indiziato parlerebbe di rapporti di amicizia d’infanzia fra Bindi e Messina ed eventuali ripercussioni sulle indagini. Lo stesso pm subisce un procedimento disciplinare dinanzi al Consiglio Superiore della MagistraturaSarà assolto per insussistenza delle incolpazioni ascritte a suo carico (l’accusa aveva chiesto l’applicazione del provvedimento della censura nei suoi confronti).

Il magistrato sarà sottoposto a procedimento penale dinanzi al Tribunale di Potenza, ma la sua posizione sarà archiviata, mentre per i carabinieri incolpati si celebra un regolare processo. Che, come già detto, si conclude con sentenza definitiva di assoluzione. Per tutti, le accuse di falso per occultamento di prove e favoreggiamento dell’indiziato di omicidio, Bindi.

Quelle telefonate non potranno però essere utilizzate dalla Corte d’Assise, pur contenendo elementi importanti per l’accusa: il decreto che le disponeva viene ritenuto affetto da un vizio di forma

Per capirne il perchè bisogna tornare di nuovo al 1992. La sala intercettazioni della Procura è già occupata per indagini su altri processi e quindi si decide di eseguire le intercettazioni telefoniche nei confronti di Bindi all'interno della caserma dei carabinieri di Molfetta. Nel decreto che le dispone, a firma di Messina – lo stesso che sarà incolpato, processato e poi assolto per l’amicizia con Bindi – nel rigo dove si sarebbe dovuta indicare tale circostanza, il magistrato non dà atto di tale situazione logistica. L’omissione determina, pur se impercettibile vizio di forma, l’inutilizzabilità di tutte le telefonate intercettate nel 1992, comprese quelle che riguarderebbero lo stesso magistrato autore del decreto “viziato”. 

Si ripete che il pm è stato assolto sia in sede penale che disciplinare. Nel 2001, quando sarà chiamato dal nuovo titolare delle indagini a testimoniare in aula nel processo nei confronti di Bindi per aiutare la Giustizia a ricostruire i fatti, si avvarrà della facoltà di non rispondere. 

Altrettanto faranno i carabinieri processati a Potenza e poi assolti. Si avvarranno della facoltà di non rispondere, tranne uno. Anche Bindi, nel processo di omicidio a proprio carico, si avvarrà della facoltà di non rispondere. Come anche i suoi parenti. 

Le indagini riaperte da Francesco Bretone rivelano altri misteri attorno a quelle telefonate. I carabinieri, dopo aver ultimato le intercettazioni, depositano in Procura, a Trani, quattro bobine. Dagli atti, già nel settembre dello stesso anno, ne risultano solo due. Che ne è stato di quelle mancanti? 

Non basta. Delle due bobine rinvenute, non tutti i nastri sono integri. Da una consulenza tecnica ordinata da Bretone, numerose parti dei nastri ritrovati risultano manomessi. Qualcuno, cioè, su quei nastri, era intervenuto manualmente per cancellarne parti, come si può ascoltare.

Il magistrato avvia un’altra inchiesta, che getta ombre su ombre. «E' chiaro che chi ha manomesso i nastri doveva conoscerne il contenuto», afferma nella richiesta di archiviazione. Sul fascicolo cala infatti la prescrizione, essendo trascorsi ormai più di dieci anni. 

Chi ha cancellato parti dei nastri, però, ha omesso di agire anche su quelle parti delle telefonate in cui si evince che Eleonora aveva consentito di accertare che la vittima, così come faceva quando doveva incontrarsi con Bindi, anche la sera del delitto era giunta in corso Umberto, verso le ore 20.30, da dove poi era sparita. 

Eleonora, una goccia nell’oceano di atti che caratterizzano il processo Bufi, identificata e ascoltata da Bretone nel 2001, conferma la circostanza di essere stata l’ultima prima dell’assassino a vedere in centro Annamaria, la sera del delitto, poco prima della sua morte. Che, come detto, si verifica fra le ore 21 e le 22 del 3 febbraio 1992.

Parte I – 3 febbraio 1992

Parte II – L’autopsia e l’alibi del sospettato

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