Omicidio Bufi, a dicembre si torna in Appello. Parte II – L’autopsia e l’alibi del sospettato

Il corpo della 23enne, rinvenuto sulla 16bis è sottoposto a perizia medico-legale. Si analizzano le prime testimonianze. La vittima aveva un amante

 Redazione – molfettalive.it


Foto: © MolfettaLive.it

 

Il fascicolo del processo Bufi consta di circa 20mila pagine. La ricostruzione giornalistica pubblicata su queste pagine si basa solo su minima parte degli atti di indagine del 1992. 

Nella scorsa puntata si è detto di una prima ombra sinistra che cala immediatamente sul delitto. La giovane Annamaria viene rinvenuta cadavere all’1,30 della notte fra il 3 e il 4 febbraio 1992 sul ciglio della strada statale 16 bis, in direzione Molfetta-Bisceglie, a cento metri dallo svincolo per la zona Industriale, dal quale ci si immette sulla vecchia statale Adriatica.

Sono gli autori della scoperta, i Finanzieri della Tenenza di Molfetta, ad avvisare i Carabinieri. Il prof. Cosimo Di Nunno, dell’Istituto di Medicina Legale presso l’Università di Bari, giunge alle 3 di quella stessa notte. Dopo la sommaria ispezione esterna del corpo, il medico legale ne autorizza il trasporto all’obitorio del cimitero di Molfetta per eseguire l’autopsia, che ha inizio alle 12 del 4 febbraio

Il mattino del 5 febbraio 1992, in tutte le edicole, sono in vendita le copie del quotidiano “La Gazzetta del Mezzogiorno”. È del giornalista Gaetano Campione il primo resoconto del delitto, elaborato, come è ovvio, il giorno precedente, il 4 febbraio e in distribuzione dall’alba. “L’esame necroscopico – si legge – ha stabilito che l’assassino ha usato un corpo contundente”. 

Alle ore 9,15 del 6 febbraio 1992, l’appuntato dei carabinieri di Molfetta Antonio Caldarulo deposita alla Procura della Repubblica di Trani la notizia di reato redatta dagli inquirenti il giorno precedente, in cui si legge che “emergeva che la vittima verosimilmente era stata fatta oggetto di colpo di arma da fuoco”. 

Nove anni più tardi, nel 2001, il pubblico ministero Francesco Bretone dà il via alla terza e ultima indagine sull’omicidio. Il magistrato vuole vederci chiaro e accertare chi abbia diffuso la notizia della morte per arma da fuoco e per quale motivo, nella notizia di reato depositata in Procura il 6 febbraio, i carabinieri a questa causa avessero ricondotto la morte, nonostante l’uso del corpo contundente fosse noto dal 4 febbraio. 

Bretone il 29 ottobre 2001 ascolta il prof. Di Nunno, dal quale si apprende che le cause del decesso erano state accertate e diffuse non oltre il 4 febbraio 1992, giorno dell’autopsia. Si trattava di lesioni encefaliche da corpo contundente. Non solo. L’autore degli accertamenti dichiara di non aver mai accennato a un’arma da fuoco come causa della morte

Al momento del rinvenimento del cadavere, come si nota nella fotografia – pubblicata con l’esplicito consenso della famiglia Bufi – è ben visibile un pacco di fazzolettini sotto il ginocchio destro di Annamaria (mai repertatiné sottoposti a esamianzi spariti nel nulla) e un filo d’erba infilato nella tomaia della scarpa destra. Ciò farebbe supporre che la ragazza sia stata uccisa in un luogo diverso da quello in cui è stata ritrovata, come dimostrerebbero anche le macchie di terriccio presenti sugliindumenti e sulle scarpe (anche in questo caso non sottoposti a perizia). E in questa direzione vanno le ricerche, sin dal primo istante finalizzate a trovare tracce compatibili con quelle presenti sulle scarpe e sugli indumenti della vittima. 

Uno dei Finanzieri che scoprono il cadavere, così testualmente dichiara: «Ero sconvolto da quella scena, anche se nella mia carriera ne ho visti di cadaveri, però le circostanze come stava il corpo, era una cosa raccapricciante; come particolare, mi ricordo soltanto che aveva i jeans e la parte dei ginocchi tutti pestati colore verde di erba e sotto alle scarpe proprio dei fili di erba ancora attaccati e roba di terriccio, cioè era sporca di terreno, di campagna». 

Nel primo pomeriggio del 4 febbraio 1992 si presentano in caserma, dai Carabinieri di Molfetta, le cugine di Annamaria Bufi, Francesca e Annamaria. La prima riferisce di aver visto la sera del delitto, rincasando, la cugina defunta colloquiare sotto casa con il conducente di una Volkswagen Golf di colore beige (all’esterno della macchina). Sono le 20.15 circa. La seconda racconta di una relazione sentimentale allacciata tempo prima dalla vittima con un uomo sposato, di nome Marino Bindi

Michele Bufi, fratello della ragazza uccisa, riferisce, quel giorno stesso, che da parecchio tempo e sino ai giorni precedenti al delitto, a casa Bufi giungevano telefonate da parte di un uomo adulto, il quale, senza qualificarsi, chiedeva: “C’è Anna?”. Quando Annamaria era in casa – ricostruisce la testimonianza – parlava al telefono a bassa voce; quando invece non c’era, l’anonimo interlocutore, una volta ricevuta risposta negativa, riattaccava immediatamente. 

Nel primo pomeriggio del 4 febbraio, i carabinieri di Molfetta si recano al campo sportivo di Bisceglie, dove Bindi, insegnante di educazione fisica, tiene lezioni di atletica leggera. Lo identificano e gli mostrano una foto della vittima. Nega di conoscere la ragazza. Dice: “Questa qui non la conosco”. Durante il tragitto in macchina per raggiungere la caserma di Molfetta, come dichiarerà il brigadiere dei Carabinieri, Rocchini, l’uomo non chiede mai ai militari: “Scusate, volete dirmi cosa è successo a questa ragazza e che cosa c’entro io con questa ragazza; perché mi state portando in caserma?”. 

Il sospettato giunge al comando dei Carabinieri verso le ore 16. La sua auto, una Renault 21 Nevada, è ispezionata. Ma non viene redatto un verbale. Il brigadiere Avila, che controlla la vettura, la trova completamente pulita e, soprattutto, bagnata nel bagagliaio, come se fosse stata appena lavata. La station wagon non viene sottoposta a esami. 

Verrà ispezionata dai Ris dei Carabinieri e dalla Scientifica della Polizia solo nel 2001, dopo essere stata ricercata e trovata in Germania. È messa in vendita da Bindi pochissimi giorni dopo il delitto, senza passaggio di proprietà. Questo dimostrano le indagini del pubblico ministero Francesco Bretone, che portano nell’ottobre 2001 all’arresto dell'uomo. 

Torniamo al 4 febbraio. L'insegnante continua a negare di conoscere la ragazza. Gli contestano che la cugina della vittima – in quel momento anch'essa in caserma, nella stanza accanto – ha appena rivelato di essere a conoscenza di una sua relazione con Annamaria sin da quando la ragazza era minorenne.L’uomo, di fronte all’evidenza, finisce per ammettere il legame. È il turno dell’alibi. Gli inquirenti vogliono sapere cosa abbia fatto il giorno precedente, quello del delitto. 

Un piccolo passo indietro. Il medico legale prof. Di Nunno esegue l’autopsia il mattino del 4 febbraio 1992, indicando subito le cause della morte. L’orario del decesso viene reso noto solo molto tempo dopo, quando cioè il consulente, una volta concluse tutte le indagini medico-legali, consegna al pubblico ministero una lunga e dettagliata relazione scritta. 

Il 4 febbraio 1992, dunque, quando Bindi viene ascoltato, nessuno sa a che ora sia stata uccisa la 23enne. Eppure l'indiziato, nel rispondere alla domanda su cosa egli abbia fatto la sera del delitto, indica proprio il lasso di tempo in cui, come si scoprirà in seguito, è avvenuto l’omicidio. Nella relazione si legge che la morte si era verificata fra le ore 21 e le 22 della sera del 3 febbraio 1992. E Bindi, quando descrive la sua precedente giornata, racconta tutto ciò che ha fatto proprio dalle 7 alle 10 della sera: è stato nella propria palestra “Riccardi”, che si trova all’ingresso di Bisceglie, provenendo da Molfetta, in compagnia di quattro persone, che indicheremo come (1), (2), (3) e (4). 

I carabinieri non pensano di ascoltare queste quattro persone. O meglio, solo uno di questi, (1), viene interpellato al telefono. Gli si chiede: “Hai visto Bindi ieri sera in palestra?”. Risponde di sì. Ma non gli viene chiesto: “A che ora lo hai visto?”. 
Gli individui (2), (3) e (4) non sono ascoltati. 

L’indagine a carico di Bindi inizia il 4 febbraio e termina il 4 febbraio. 
Sarà riaperta nel successivo mese di luglio, come si evidenzierà nella prossima puntata. E dopo cinque mesi (da febbraio e luglio) saranno ascoltati (2) e (3). Confermano di avere visto l’uomo la sera del delitto non prima delle ore 21.45. Dopo cinque mesi. 

Che fine fa il soggetto (4)? Perché nessuno lo interroga? E perché nessuno interroga il soggetto (1) che era stato interpellato solo telefonicamente? 

Questa ricostruzione vuole evidenziare solo gli elementi delle indagini del 1992. Ma per dovere di cronaca è opportuno considerare ciò che accade nel corso del processo di primo grado. Il teste (4) dichiara di non avere mai visto Bindi in palestra la sera del delitto. E che, anzi, era stato proprio l’indiziato a chiedergli, in caso di domande, di riferire agli inquirenti di averlo visto lì. L’alibi del presunto assassino è dunque ritenuto dagli inquirenti del 2001 falso e preparato a tavolino. Gli altri testimoni – (1), (2) e (3) – precisano di averlo visto in palestra verso le 19 della sera del delitto (e, comunque, non oltre le 20) e poi di averlo rivisto solo alle 21.45 – 22. 

L’omicidio, come accertato dal medico legale, avviene fra le ore 21 e le 22. La ragazza è scaricata, subito dopo il crimine, a cento metri dallo svincolo della zona industriale di Molfetta, a pochi minuti (otto, come affermano i titolari delle indagini del 2001) dal luogo del ritrovamento e la palestra “Riccardi” di Bisceglie. 

Parte I – 3 febbraio 1992

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