Francesco Padre parla il palombaro: «Le ossa non c'erano»

di Nicolò Carnimeo 

www.lagazzettadelmezzogiorno.it

BARLETTA – Una delle sue passioni sono i relitti, ne ama il mistero, ama riuscire a riscoprire le storie che il mare ha inghiottito. Luca Russo, sergente della Marina militare a bordo di nave «Anteo», è stato il primo uomo a scendere sul peschereccio molfettese «Francesco Padre», a 247 metri di profondità. Ha 35 anni e lo sguardo sereno. È nato ad Agropoli (Salerno) e il mare ce l’ha nel sangue. Prima di entrare in Marina appena 20enne, era già un subacqueo, esplorava le navi affondate lungo la costa del Cilento. Ma la missione che lo spinto nelle buie profondità dell’Adriatico a pilotare un robot subacqueo ad alta tecnologia è il frutto di un lungo addestramento durato 15 anni, costellato da prove sempre più difficili. Con 2 comandamenti: imparare a dominare l’ansia e lo stress; conoscere i propri limiti. 

Sono le 16 di giovedì 6 ottobre quando, dopo avere indossato una leggera tuta in micropile che lo aiuterà a sopportare le rigide temperature degli abissi, Luca Russo entra nell’Atmospheric Diving Suite (Ads). Il robot subacqueo che ha la forma dell’omino Michelin si apre in due tronconi, prima lui infila le gambe, poi viene chiuso il tronco e infine l’oblò superiore che ha 2 faretti sulla sommità. Una volta sigillato, il pilota è pronto, il robot è caricato su un ascensore (in gergo «Lars») che in 20 minuti lo porterà sul fondale. Russo è in contatto radio con il capitano di fregata Paolo Spina, responsabile delle operazioni subacquee. 

Scendendo, che cosa ha pensato? 

«Ero solo concentrato sulla missione. Verificavo che tutto funzionasse, ripetendo con calma le procedure. All’inizio ho avvertito un lieve sbandamento per le forti correnti. Ma più in profondità c’era quiete assoluta. A 170 metri non filtrava più neppure un debole fascio di luce, tutto era divenuto buio. Aspettavo che l’ascensore si fermasse, per dare inizio alla missione». 

Come riesce a gestire il robot? 

«Le braccia sono io a muoverle e ci vuole un certo sforzo. Posso controllare anche le pinze che ho al posto delle mani, mentre l’Ads lo muovo con pedaliere che mi fanno spostare in tutte le direzioni. Laggiù non ho molta autonomia, sono una specie di telecamera umana. Il mio comandante mi guidava». 

Quale parte del relitto ha visto per prima? 

«Non mi ci sono avvicinato troppo. Era troppo pericoloso, il “Francesco Padre” è pieno di reti e lo scafandro potrebbe rimanere impigliato. Così ho camminato attorno al relitto sul sottile e morbido fango che si sollevava in sospensione, a ogni mio movimento, tra branchi di seppie e gamberi, che si bloccavano, come paralizzati, appena investiti dal fascio di luce». 

Quanto è durata l’immersione e che cosa l’ha incuriosita? 

«Sei ore. Ho cercato di non perdere il più piccolo dettaglio. Procedevo eretto ma, quando scorgevo qualche anomalia o qualche oggetto particolare sul fondale, mi mettevo in orizzontale, piegandomi e avvicinandomi il più possibile in modo che la telecamera lo inquadrasse. Il comandante decideva se dovevo recuperarlo». 

Le ossa dei 4 marinai non c’erano? 

«Mi auguravo davvero di riportare su i resti umani che si vedevano in un filmato precedente (del 1996, ndr) ma non è stato possibile. Su quei fondali sono passate centinaia di reti. E poi il fango avvolge e seppellisce tutto». Luca Russo si congeda con un filo di voce: «Io ce l’ho messa tutta».

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