«Francesco Padre» a galla i primi reperti

di Carlo Stragapede 

www.lagazzettadelmezzogiorno.it

BARLETTA – L’autoblindo del Servizio investigazioni scientifiche (Sis) dei Carabinieri lascia la banchina del porto di Barletta alle 12,35 con il suo prezioso carico: due contenitori appena sbarcati (nella foto di Calvaresi) dalla nave cacciamine «Viareggio» della Marina militare. Uno somiglia a una valigia rigida, di medie dimensioni. L’altro ha forma di secchio. Sono sigillati, contengono i reperti raccolti dal relitto del «Francesco Padre», negli abissi d’Adriatico. 

Il contenitore quadrangolare custodisce residui della fiancata del motopeschereccio, che presenterebbero – il condizionale è d’obbligo – fori sospetti, forse riconducibili a proiettili. Nel secchio c’è un ampio pezzo di stoffa di colore bianco, comunque chiaro: il pool di consulenti della Procura di Trani deve verificare se appartiene agli abiti di una delle vittime. I reperti sono mantenuti in acqua di mare: saranno tirati in secco con ogni cautela, per evitare che le prove si compromettano. 

Il furgone del Sis lascia lo scalo marittimo barlettano sotto gli occhi lucidi dei familiari delle vittime: tutte donne tranne Angelo Chiarelli, cognato di Saverio Gadaleta, marinaio del «Francesco Padre». I parenti vorrebbero che quel loro strazio, durato 17 anni, da oggi in poi abbia un senso. Quelle due scatole potrebbero svelare la verità sull’esplosione del 4 novembre 1994. 

Nessuna traccia dei resti umani – Le ossa dei marinai, no, quelle non sono state recuperate dal fondale a 247 metri, nelle acque internazionali a una ventina di miglia dalla città montenegrina di Budva, e a 100 miglia da Bari. I reperti saranno sottoposti formalmente a sequestro probatorio dal capo della Procura di Trani, Carlo Maria Capristo, e dal sostituto, Giuseppe Maralfa. E saranno analizzati, oltre che dal Sis, dal pool di consulenti, formato da: Francesco Introna, medico legale; Paolo Cutolo, ex capo del Nucleo artificieri antisabotaggio della Questura di Bari; Mario Nigri, perito balistico; Francesco Giusto Mastropierro, ingegnere e capitano di lungo corso (83 anni); Domenico D’Ottavio, chimico, esperto di esplosivi. 

Il sergente luca russo, eroe silenzioso – Le operazioni sono andate avanti per due giorni e due notti, poi sono state sospese a causa della perturbazione sull’Adriatico. Potrebbero ricominciare la prossima settimana, se i pm lo riterranno opportuno. L’eroe della giornata è Luca Russo, palombaro, sergente della Marina militare, un giovane alto e magro. È stato calato a 247 metri di profondità, con addosso lo speciale scafandro «Ads» (Atmospheric Diving Suit) in grado di mantenere al suo interno la pressione naturale dell’aria, a un’atmosfera. Giovedì pomeriggio e sera ha lavorato per 6 ore sul fondale, registrando tutto con la videocamera e prelevando i reperti. Le sue immagini si aggiungono alle 8 ore riprese mercoledì dal «Pluto Gigas», il siluro tecnologico della «Viareggio». 

Maria Pansini – La figlia del comandante del motopeschereccio molfettese ha assistito personalmente alle operazioni, in mare aperto, da bordo della cacciamine. Quando la «Viareggio» è attraccata nel porto di Barletta, alle 11 di ieri, ha abbracciato i familiari delle altre vittime, che erano in banchina, ansiosi di sapere. Racconta: «Qui sono stati tutti molto gentili e comprensivi con me. C’era sempre tanto da mangiare, ma non avevo per niente fame. Speravamo – confessa – che fossero ritrovate le ossa dei nostri cari». 

17 anni fa – Era mezzanotte e mezza del 4 novembre 1994 quando il «Francesco Padre» fu distrutto da un’esplosione le cui cause non sono state ancora chiarite. Morirono tutti e 5 i componenti dell’equipaggio: il comandante Giovanni Pansini, 54 anni; il capopesca Francesco Zaza, 31; il motorista Luigi De Giglio, 56; i marinai Saverio Gadaleta, 42, e Mario De Nicolo, 28 anni (suo l’unico corpo recuperato all’epoca).

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