Nel santuario delle scommesse sportive dove finivano i soldi delle partite truccate


di MARCO MENSURATI
www.repubblica.it

SINGAPORE – Se qualcosa dovesse andare storto, all’ingresso, ben visibile, c’è il defibrillatore. Perché qui si fa sul serio. Girano i milioni e con i milioni l’adrenalina. 

La sede della “Singapore Pools”, l’allibratore statale  e monopolista di questa Montecarlo equatoriale, nonché l’epicentro mondiale del “calcioscommesse”, sta al primo piano di un elegante edificio a due passi dal quartiere cinese. Chiunque, in qualunque parte del mondo voglia accomodare una partita e poi guadagnarci su milioni di euro o di dollari, chiunque, insomma, voglia fare le cose in grande stile, deve venire fino a qui. Venire o, meglio ancora, appoggiarsi a qualcuno del posto (esistono delle vere e proprie agenzie di servizi) che si occupi di puntare i soldi a questo banco, proprio come avevano fatto, secondo la procura di Cremona, Beppe Signori, Gigi Sartor e il gruppo dei Bolognesi dell’inchiesta sul calcio scommesse esplosa lo scorso giugno. Qui ci sono le quote migliori, la tassazione minore, i soldi giocati non vengono tracciati, e – soprattutto –  non c’è nessun limite “reale” alle puntate. Insomma, un paradiso per chiunque voglia fare soldi (o anche semplicemente riciclarli) senza dare troppo nell’occhio.
 
Il presupposto della fortuna della “Singapore Pools” è che le scommesse sullo sport sono una delle principali voci di bilancio dello Stato. “I soldi provenienti dal gioco – concludeva 


pochi mesi fa una relazione interna del governo –  vengono utilizzati per finanziare la costruzione di impianti per l’intrattenimento e l’arte, e per la realizzazione di stadi e altre strutture per lo sport, specialmente laddove l’entità degli investimenti richiede  l’intervento dei privati”. Per questo lo Stato ha deciso di gestire il tavolo in prima persona e per questo giocare a Singapore conviene. 

Ovviamente anche in un posto del genere ci sono delle regole da seguire. La prima è: non fare foto, non fare domande, non fare nient’altro che non sia giocare: consultare il “menu” del giorno, compilare schedine, pagare ed eventualmente riscuotere. E basta. Specialmente se si è occidentali. Passato l’atrio, un arco kitsch che ricorda l’antro di qualche supereroe, ci  sono guardie ad ogni angolo, signori con la giacca rossa e l’aria sonnacchiosa che drizzano le orecchie appena sentono il click della macchina fotografica e non si placano finché la foto non è cancellata. 

“Dite che sono scortesi? – ride Ruud, un dipendente della compagna che accetta di parlare coperto dal consueto anonimato – Dovreste vedere come si comportano con quelli che identificano come bookmakers abusivi”, cioè quelli che entrano dentro la “Singapore Pools” e poi si collegano via telefono con le bische clandestine. Allibratori irrilevanti, dediti perlopiù all’ippica, ma particolarmente invisi al colosso delle scommesse. 

Protetto dalle guardie, l’ambiente principale è una sorta di sala Bingo – c’è anche, soffusa, la stessa mestizia – con dei giganteschi monitor alle pareti sempre sintonizzati sulle partite: di giorno assurde, posticipi di campionato giapponese (Yokoama-Vegalta Sendai) o di prima serie sud coreana; di notte, quando il fuso è favorevole, più interessanti, serie A, Liga o Premier. E’ per questo che le organizzazioni criminali italiane cercano di taroccare le partite di serie A nonostante il rischio di farsi scoprire dalle mille telecamere, perché le serie minori non arrivano fin qui, non vengono bancate.

Che non sia una sala Bingo lo si capisce anche dai molti computer sparsi qua e là. Piccoli laptop Acer con tanto di mouse e un blocchetto per gli appunti. In teoria sono a disposizione di tutti i possessori della “Poolzconnect platinum”, la carta corporate della casa; in pratica sono gli strumenti di lavoro di un piccolo esercito di “intermediari”, gente che prende i clienti ricchi in giro per il mondo e si presta per effettuare le giocate, anche live (cioè mentre l’evento è in corso). “Questi sono i livelli medi del giro – avverte Ruud – gente che gioca parecchio ma non moltissimo. Quelli che giocano i milioni veri sulle partite di calcio lo fanno da casa loro, attraverso conti correnti fatti apposta”. 

Dice così e, con la testa indica qualcosa al di là del muro. A cosa si riferisca lo si capisce presto. A fianco all’arco d’ingresso, c’è il cuore del sistema. A una prima occhiata sembra il caveau di una banca svizzera. E’ il quartier generale della società.

L’etichetta sulla porta recita “Singapore Pools (private) ltd”, gli uffici occupano interamente gli ultimi tre piani dell’edificio. Il tentativo di entrare si scontra miseramente contro un muro di security. Il massimo livello raggiungibile è dunque la sala d’attesa vicino alla stanzetta dove vengono accolti i Vip. L’aria mesta da sala Bingo è lontana anni luce.“Qui si gestisce il gioco grosso”, spiega Ruud mostrando una brochure dal titolo “Noi ci preoccupiamo se voi vi preoccupate”, dove è specificato: “Singapore Pools (private) ltd si impegna a proteggere la vostra privacy e tutte le informazioni che ci fornite”. Ruud però si rifiuta di andare oltre. 

Anche perché “oltre” è probabilmente un territorio penalmente rilevante. Un territorio già battuto questa estate dalla procura di Cremona, che aveva  ricostruito il sistema attraverso cui grazie a Gigi Sartor – ex giocatore con interessi economici proprio a Singapore – i bolognesi di Signori riuscivano a giocare “ingenti somme” sulle partite di cui conosceva l’esito. Bastava chiamare il suo contatto con Singapore che il gioco era fatto, senza muovere un euro dall’Italia, e con la garanzia dell’anonimato. Una pratica comune a molti altri scommettitori: milioni di euro vennero giocati, proprio qui alle Singapore Pools sul famigerato over di Inter-Lecce (over che non si realizzò) e su Padova-Atalanta (23 milioni in sei ore). “Da chi? E’ ancora un mistero”, sospirano gli investigatori. Un mistero la cui chiave è custodita negli ultimi tre piani di questo palazzo
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