Dove c’è pizza, c’è mafia

di Peppe Ruggiero – NARCOMAFIE

“Dove c’è pizza c’è mafia”, dichiaro’ uno dei pochi pentiti della   ‘ndrangheta all’indomani della strage di Duisburg. E non solo pizza,  ma  ristoranti, pub, centri commerciali.   Utilizzati dalle mafie come   lavanderia di denaro sporco. E’ di pochi giorni fa l’ultima operazione   delle Forze dell’Ordine. Nella capitale della pizza, gli uomini  della  Dia di Napoli, coadiuvati da Carabinieri e Guardia di Finanza,  su  mandato della Dda partenopea hanno posto i sigilli alla  pizzeria   “Regina Margherita”.

Sigilli non solo alla sede napoletana  ma anche a quelle di  Genova, Bologna e Torino. Esempio di glocal che diventa   mafioso. Marchio doc. Denominazione origine camorristica. Del clan Lo   Russo. La ristorazione e’ “cosa loro.” E’ Il nuovo affare della   criminalità organizzata. Da Roma a Milano, passando per  la via  Emilia,  la Liguria e la Toscana, sulla base delle recenti inchieste e  dei  sequestri di beni, viene stimato in almeno 5000 il numero dei  locali   tra ristoranti, pizzerie, bar, in mano alle mafie.

Uno stuolo  di  esercizi spesso intestati a prestanome, dove la pratica dell’ evasione  fiscale è sistematica. Rete di locali per  “ripulire” denaro   mafioso  macchiato di sangue e violenza. Siamo in presenza della piu’  grande  catena di ristoranti in Italia con un giro d’affari di circa   un  miliardo di euro all’anno. Non esiste franchising. Posto che vai,   proprietario che trovi. Unica certezza: sono i ristoranti dei boss.   Anche se “loro” non li trovi mai direttamente nella gestione   dell’attività. Usano prestanomi. Società pulite. Spesso un continuo   passaggio di mano tra un proprietari all’altro. Locali che vengono   ristrutturati con frequenza.  Scatole cinesi difficile da  intercettare.  A tavola i soldi si riciclano. Con facilità. E pochi  rischi. Basta  seguire piccole regole.  Il conto spesso si paga in  contanti.  Le carte  di credito sono off limits. Lasciano tracce.  Indizi di colpevolezza.  Del resto basta avere memoria per ricordarsi  che tra i beni sequestrati  a Giuseppe Setola,  il killer insaguinario  dei casalesi , c’era anche  la “Taverna del Giullare” ristorante che si  trovava nel salotto della  Napoli bene. E che dire quando la capitale  d’Italia si svegliò con la  presenza della ‘ndrangheta in un locale in  via Veneto di Felliniana  memoria. Uomini dei Ros e dello Scico e le  Procure di Reggio Calabria e  Roma  scoprirono che il “Cafè de Paris”   dopo un periodo di  declino,  era finito nelle mani del clan alleato  degli Alvaro-Palamara. Come  manager avevano “ingaggiato” un barbiere  calabrese. Per non parlare del maxisequestro  che ha portato alla  chiusura dell’Antico Caffe’ Chigi, a pochi passi dal Palazzo del  Governo  Che business. Da attenzionare ancora con piu’ decisione.   Faccia concreta di una  criminalità organizzata ingorda ed insaziabile  che agisce in ogni  compartimento dalla produzione alla grande  distribuzione. E  noi,   clienti inconsapevoli mangiamo, paghiamo e  ingrassiamo i loro  portafogli. E purtroppo  non è questione di gusti.  Nemmeno di prezzo.  E’ solo uno sporco affare. Di mafia e di camorra.

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