Roberto Morrione, un mese dopo.Libera Informazione riprende il suo cammino

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È trascorso un mese esatto da quel venerdì 20 maggio, il giorno in cui Roberto Morrione ci ha lasciato dopo una lunga battaglia, affrontata a testa alta contro la terribile malattia che ne minava la salute da tempo. Era un guerriero, come è stato ricordato il giorno dei suoi funerali e come un invincibile samurai si è battuto fino alla fine, con straordinaria lucidità. Il direttore non faceva mistero dei suoi problemi di salute, conscio come era del fatto che i problemi andavano affrontati e non nascosti. E per questo ha sempre guardato avanti: non per paura di sottrarsi al destino purtroppo scritto, non per la volontà di esorcizzare il male correndogli incontro, ma piuttosto per una questione di dignità, personale e collettiva. Pur avvertendo il peso della sua condizione, allo stesso tempo Roberto non voleva che il dolore personale lo sottraesse a quello che era stata una ragione di vita, il suo impegno per un giornalismo capace di raccontare la vita delle persone e contribuire a migliorarla. Non solo la denuncia di ciò che non andava o il racconto delle miserie umane, ma soprattutto la proposta capace di sollevare speranze e di mobilitare impegno.

In queste lunghe settimane di lui abbiamo rivisto interventi significativi e riletto parole importanti; di lui hanno scritto e detto tanti altri meglio di quanto noi stessi potremmo fare, ovviamente; di lui abbiamo parlato privatamente con amici e colleghi e anche pubblicamente, in occasione di alcune uscite già programmate prima della sua scomparsa. Impegni che sono stati mantenuti, come quello del “Premio Ilaria Alpi”, nonostante la morte nel cuore, compagna muta e dolente di questi giorni. Parlare di lui, ricordare il suo insegnamento, non solo professionale, ci permette di non sentirlo troppo lontano, ci offre la possibilità di rivivere, anche se per un attimo, le tante occasioni di scambio profondamente intellettuale e di incontro veramente umano che ci ha regalato.

In questo mese ne sono successe di cose importanti per il nostro Paese: dagli esiti imprevisti del ballottaggio per le elezioni amministrative, con la conquista di città importanti per il centrosinistra, da Milano a Napoli, passando per Bologna e Torino alla straordinaria cavalcata che ha portato, contro ogni previsione e bavaglio mediatico, all’esito positivo dei referendum. Di quest’ultimo risultato, in particolare, Roberto avrebbe gioito in quanto segno di quella volontà di cambiamento che ha segnato anche la linea editoriale di Libera Informazione. Linea editoriale che – va detto solo per inciso e non per gusto di polemica – non ha convinto qualcuno, anche all’interno di ambienti insospettabili, per la chiara denuncia del malaffare e della corruzione che ha ammorbato le istituzioni negli ultimi anni e per la ricostruzione puntuale dei danni provocati dall’incontro delle volontà di mafiosi e corruttori con quella di uomini che hanno tradito il giuramento di fedeltà allo Stato.

Raccontare la deriva delle istituzioni repubblicane, il mercimonio delle funzioni pubbliche non è stato per Roberto Morrione e Libera Informazione uno sfoggio di consunta moralità o la ricerca di un irrinunciabile scoop sulle escort nei palazzi del potere. Ritornare con caparbietà sul periodo del 1992/1993 per cercare di svelarne le trame non è stato per Roberto Morrione e Libera Informazione un vezzo intellettuale ma piuttosto il tentativo serrato di arrivare a trovare le prove dei fatti che hanno influenzato e continuano ad influenzare la vita della nostra democrazia. Per rievocare la tensione morale di Roberto Morrione in questa direzione, pensiamo alle parole scritte da un altro intellettuale di valore, Pier Paolo Pasolini per il Corriere della Sera il 14 novembre del 1974: «Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere».

Anche Roberto sapeva e non voleva tacere di fronte allo scempio attuato in questi anni di ogni funzione pubblica da parte di chi avrebbe dovuto avere come unico riferimento la Costituzione e non il proprio tornaconto o le proprie depravazioni. Anche Roberto sapeva e non aveva mai smesso di cercare i tasselli che compongono il complicato mosaico di anni passati ma ancora incombenti. Lo aveva fatto anni fa, mandando in onda su Rainews 24 l’ultima intervista a Paolo Borsellino. Ci si dimentica spesso di questa decisione presa in solitaria, anche nei libri migliori che ricostruiscono con maggior puntiglio quegli anni, perché è quasi consolatorio pensare che in Rai nessuno ebbe il coraggio di fare quello che andava fatto e serve ad accreditare la giusta tesi della necessità di un servizio pubblico che sia veramente dalla parte dei cittadini. E invece Roberto si prese quella responsabilità difficile, difendendo poi a spada tratta quella scelta, come era giusto fare.

Abbiamo ricordato nel giorno dell’ultimo saluto, presso la sede della Provincia di Roma, che quella fu la prima decisione presa come direttore di Libera Informazione perché ne siamo convinti. Del resto, se si dipana il filo rosso della carriera professionale di Roberto Morrione, si troveranno molte tracce in direzione di un giornalismo al servizio della democrazia: dagli esordi con Enzo Biagi alla lunga carriera all’interno delle redazioni giornalistiche dei Tg della Rai, dalla coraggiosa inchiesta sulla P2 al lancio diRai International, per arrivare alla creatura di cui andava più fiero, Rainews 24. E non è un caso il coinvolgimento in questi anni nel percorso di Libera Informazione degli uomini e delle donne che lo hanno accompagnato nell’ultima avventura in Rai. Sono stati proprio i colleghi di Rainews i più vicini a Libera Informazione in questi giorni: le due ultime redazioni di Morrione insieme di strada ne faranno ancora molta.

E ancora, in questo mese senza Roberto, sono da registrare l’operazione Minotauro in Piemonte e l’avvio del processo alle cosche calabresi in Lombardia, colpite dal blitz del 2010 coordinato dalle DDA di Milano e Reggio Calabria. Per il nostro direttore sarebbero state la conferma della puntuale attenzione che ci aveva invitato a mantenere sulla colonizzazione dei territori del nord Italia da parte delle cosche. Quando incominciammo a scriverne eravamo in compagnia di pochi; quando lo scorso anno pubblicammo “Ombre nella nebbia” ci prendemmo anche dei visionari allarmisti, salvo poi vedere utilizzato il dossier dalle redazioni giornalistiche più quotate o per la stesura dei tanti libri usciti sull’argomento. Senza ovviamente citata la fonte. Roberto ne aveva sorriso compiaciuto, contento che il nostro lavoro servisse a movimentare altre inchieste, nuove attenzioni. Sulla necessità di approfondire il tema della presenza delle mafie al nord, torneremo nei prossimi mesi, con un’importante iniziativa in collaborazione con la Regione Emilia Romagna.

In fondo questo è uno dei tanti obiettivi raggiunti di Libera Informazione: raccontare quello che altri non raccontano, rilanciare le notizie che non arrivano al grande pubblico, creare rete all’interno di un mondo professionale dove il solista è la regola e la squadra l’eccezione. E, sempre in questo mese senza Roberto, è emerso con assoluta chiarezza la necessità di riforme che diano speranze agli italiani, soprattutto a quelli più giovani che chiedono lavoro e dignità, secondo i diritti sanciti dalla Costituzione. Ecco l’amore di Roberto per la Costituzione era pari a quello per la sua professione: il lavoro giornalistico per lui era un fattore di cambiamento civile. Così si spiegano i suoi impegni sindacali e politici e anche la stagione vissuta con Libera, con la nascita di Libera Informazione. Per descrivere meglio il pensiero di Roberto sulla funzione della professione giornalistica sono utili le parole di Pippo Fava che in uno dei suoi editoriali per il “Giornale del Sud”, scrisse: «Io ho un concetto etico del giornalismo. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza e la criminalità, impone ai politici il buon governo. Un giornalista incapace, per vigliaccheria o per calcolo, si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare. E le sofferenze e le sopraffazioni, la corruzione, la violenza che non è stato capace di combattere».

Insomma in questo mese di cose ne sono successe tante e però siamo stati fermi, senza avere la possibilità di raccontarle, per i normali problemi burocratici che seguono la scomparsa di chi dirige il lavoro giornalistico di una testata e che stiamo risolvendo. A tale proposito formuliamo i migliori auguri di buon lavoro per Santo Della Volpe, il nuovo direttore di Libera Informazione. A lui passa il testimone, mentre a noi della redazione tocca il compito di continuare a giocare insieme con il contributo di tanti, a partire dai collaboratori e dai lettori. Non sarà facile riprendere e soprattutto continuare, avendo perso il regista e il presidente della squadra.

Ci proveremo, dobbiamo provarci, per rispetto a quanto Roberto ha costruito e ci ha consegnato. Per chiudere quello che è un saluto ma anche una promessa che vogliamo fare a Roberto, prendiamo a prestito quanto scritto da altri valorosi colleghi. Sono le parole che chiosano l’editoriale con il quale “I Siciliani” tornarono in edicola all’indomani dell’uccisione del loro direttore. Profondamente diverso il contesto, profondamente diverse le ragioni di quelle frasi ovviamente, ma assolutamente identico è il dolore, assolutamente identica è la determinazione che ci accompagnano. Ecco perché scegliere queste parole, senz’altro dure, ma altrettanto dense in termini di volontà.

«Ok, ringraziamo tutti quanti, grazie di cuore a tutti. Adesso dobbiamo ricominciare a lavorare, c’è ancora un sacco di lavoro da fare per i prossimi dieci anni. Mica possiamo tirarci indietro con la scusa che è morto uno di noi. Se qualcuno vuole dare una mano ok, è il benvenuto, altrimenti facciamo da soli, tanto per cambiare. Va bene così, direttore? »

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