RAI Radio3 e la rivista I.AM parlano delle armi chimiche a Molfetta

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Alessandro Lelli
, portavoce del "Coordinamemto Nazionale Bonifica Armi Chimiche", racconta durante la trasmissione, "CHIODO FISSO", su RAI Radio3, le vicende legate alla produzione di armi chimiche in Italia durante il periodo fascista, l'uso che se ne fece in Etiopia (strage di Zeret 1939) e la mappatura dei luoghi in attesa di essere bonificati, dalla Lombardia, alla Puglia (Molfetta), alla Campania (Ischia), alle Marche (Pesaro) e al Lazio (Lago di Vico e Colleferro), dove quest'arsenale chimico giace ancora oggi.  Ascolta direttamente l'audio cliccando QUI

Invece la giornalista ILARIA ROMANO ha curato l'inchiesta "ARMI CHIMICHE , SCORIE ITALIANE" sulla riviste mensile d'informazione su tematiche ambientali  I.AM 

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Armi chimiche, scorie italiane. Sulle tracce della tossicità nascosta sotto i nostri piedi
 
In Italia mari, laghi e terreni contaminati rilasciano sostanze chimiche nell’atmosfera da oltre sessant’anni. Esiste una mappa di località sul nostro territorio che hanno deciso di costituire un coordinamento nazionale per mettere fine all’ingombrante eredità della seconda guerra mondiale
 
DI ILARIA ROMANO
 

A Molfetta capita che i pescatori si ustionino le braccia mentre tirano le reti in barca. E che col vento di tramontana i bagnanti abbiano improvvisamente disturbi respiratori e allo stomaco.
Il “problema del gas” come lo chiamano i residenti, colpisce anche i pesci, che non di rado quando finiscono sulle barche sono già morti, ricoperti di strane bolle.
Quel gas si chiama iprite, e la sua storia lungo la costa pugliese, dal barese al Golfo di Manfredonia, comincia il 2 dicembre del 1943, con il bombardamento del porto di Bari da parte degli aerei tedeschi. Fra le navi inglesi colpite, alcune contengo ordigni chimici all’iprite che finiscono in mare: la bonifica del 1946 ha permesso di recuperarne 15.500, oltre a 2.500 casse di munizioni. Molte altre sono ancora sui fondali, e i casi di intossicazione non sono mai cessati.
Molfetta è una delle località italiane dove c’è stato uno sversamento di sostanze tossiche legate ad armamenti. Le altre, sono Napoli, Ischia, Pesaro, ma anche Il lago di Vico in provincia di Viterbo.
Diverse realtà territoriali, ambientaliste o di semplici cittadini che abitano in queste zone hanno deciso di mettersi in rete, e dare vita alla fine di marzo a un Coordinamento per la Bonifica dalle armi chimiche (www.velenidstato.it).
Insieme a loro ci sono anche Colleferro (Roma), che convive da sempre con la produzione di armamenti, Melegnano (Milano) che ospita la vecchia Chimica Saronio e presenta alti tassi di arsenico nelle acque di falda, e Legambiente che ha aderito come associazione nazionale. Anche dove non sono state portate a galla delle bombe, esistono documenti della seconda Guerra Mondiale che provano, coordinate alla mano, che i fondali italiani sono davvero una polveriera.
Nei rapporti militari americani Brankowitz (1987) e Aberdeen (2001) esiste traccia di smaltimenti nel Golfo di Napoli e in particolare nelle acque di Ischia, dove sarebbero stati abbandonati ordigni e proiettili a base di iprite, fosgene, arsenico e cianuro. Queste carte sono rimaste sotto segreto militare fino al governo Clinton, che le ha rese pubbliche; ma una nuova secretazione è stata imposta dopo l’11 settembre dall’amministrazione Bush, in nome della sicurezza e del rischio terrorismo. Ma da quanto è emerso, risulta che una quantità imprecisata di bombe sia stata affondata nelle acque di quella che gli americani nel 1946 chiamavano la discarica di Ischia.
L’Istituto nautico di Forio ha ipotizzato che la presenza degli arsenali chimici possa essere racchiusa in un ipotetico triangolo compreso fra Bagnoli, Ischia e Capri dove ci sarebbero le profondità adatte all’affondamento. Per la situazione di Pesaro ci sono i documenti degli Archivi nazionali di Londra che parlano, eppure prima della pubblicazione del libro-inchiesta di Gianluca Di Feo Veleni di statonel 2009, in pochi erano a conoscenza del problema.
Nel 1944 testate all’arsenico e all’iprite, provenienti dal deposito tedesco di Urbino, sono state sversate in mare per oltre un milione di litri. Qualche anno dopo il sottosegretario alla Marina Mercantile Ferdinando Tambroni, ex sindaco di Fano, rispondeva a un’interrogazione parlamentare e individuava l’area marina dove sarebbero le bombe: di fronte al porto di Cattolica, a Casteldimezzo e Fosso Sejore.
Ma quei dati non hanno portato a un’azione risolutiva, tanto che oggi la sezione di Pesaro del Coordinamento torna a chiedere un’azione di ricerca di quegli ordigni, che dovrebbe essere circoscritta proprio alle zone già indicate negli anni Cinquanta.
Lontano dalle coste, nel 1996 nei pressi del Lago di Vico, nel viterbese, un ciclista viene “investito” da una nube tossica e ricoverato per gravi problemi respiratori. La causa diventa chiara quando le autorità militari si presentano in ospedale spiegando che a pochi metri di distanza, nel comprensorio Chemical citydi Ronciglione (un laboratorio di ricerca bellica della Seconda guerra mondiale) è in corso la bonifica di 60 cisterne di fosgene rinvenute a pochi metri di profondità.
L’anno scorso è stato reso noto il rapporto del Centro tecnico logistico interforze di Civitavecchia che riporta dati di un’indagine geofisica eseguita proprio all’interno di questo polo chimico, da cui sono emerse masse anomale interrate e alti quantitativi di arsenico, riscontrabili anche nelle acque del lago e trenta volte superiori alla soglia di contaminazione secondo l’Agenzia regionale di protezione ambientale.
A Melegnano, in provincia di Milano, c’è un vecchio stabilimento che negli anni ha esposto la popolazione ad alti livelli di arsenico: si tratta di un’industria chimica, la Saronio, che ha prodotto soprattutto coloranti e che negli anni ha visto morire di cancro molti suoi ex dipendenti.
I casi in cui sostanze tossiche sono state interrate o sversate in mare potrebbero essere molti più di quelli censiti finora, basti pensare che a oggi gli ordigni ripescati dalle acque sono più di quelli individuati dopo il 1945.
Per questo il Coordinamento punta ad avere risposte chiare su quale sia lo stato delle acque e del territorio italiano. Il 3 maggio scorso i senatori Francesco Ferrante e Roberto Della Seta hanno presentato la prima interrogazione parlamentare unitaria sul tema al ministri della Difesa e dell’Ambiente; fra le richieste, l’istituzione di una commissione straordinaria d’inchiesta, l’informazione al Parlamento sullo stato reale delle bonifiche, il monitoraggio sanitario e ambientale sui cittadini e i loro territori.

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