Archivio mensile:aprile 2010

Voti comprati a Barletta, silenzio dopo la denuncia

I voti comprati a Barletta o in una qualsiasi altra città, non sono diversi da quelli comprati a Molfetta.
Dopo la conclusione del processo contro Pino Amato e l’inizio  del processo contro l’assessore Michele Palmiotti per voto di scambio ed altri reati, potrebbe aprirsi a Molfetta un altro filone d’indagine sul voto di scambio.
Si accettano segnalazioni di semplici elettori "rappresentanti di lista" o “raccoglitori di voti” che sono stati pagati nello stesso modo nelle ultime consultazioni elettorali regionali. Sappiamo che ci sono e sono anche tanti.

Fonte: www.lagazzettadelmezzogiorno.it/…

La compravendita dei voti va quasi in diretta tv col servizio mandato in onda mercoledì scorso dalle «Iene» su “Italiauno” e la città reagisce come al solito: più silenzi che voci. Perché, mai forse come in questi casi, il silenzio è d’oro, anzi, di platino. E una parola sarà pure insufficiente ma due fin troppe.

Così quasi nessuno parla, tranne sparute eccezioni.

Dice Fabio Lattanzio, animatore dell’associazione Fraternità per il diritto alla casa:
«A mio avviso – sottolinea – c’è un legame tra il servizio delle Iene del marzo scorso sulla compravendita in nero delle case a Barletta e questo ulteriore sulla compravendita dei voti alle scorse regionali. C’è un legame ben definito tra il nero nel settore nell’edilizia e la compravedita dei voti: così la città sceglie ed incorona la sua classe dirigente. Le fila vengono mosse da apparati importanti del mondo dell’edilizia, ma con ciò non intendo solo i costruttori, ma un ampio prezzo dell’affare immobiliare che si ispira a queste logiche. La politica cittadina è inquinata da una logica clientelare e servile».

«Durante la campagna elettorale – aggiunge Lattanzio – ho ricevuto più volte contatti da vari esponenti del mondo della politica cittadina, che m’invitavano a cambiare atteggiamento nei confronti dei costruttori: in cambio avrei potuto godere di sostegno economico per la mia campagna elettorale. Ho annotato tutti questi incontri, messaggi e queste telefonate: presto completerò la relazione che voglio inviare alla Procura della Repubblica ed alla Guardia di Finanza, ad integrazione della denuncia depositata lo scorso anno dopo il servizio delle “Iene”. Quella denuncia l’ho presentata ipotizzando l’evasione fiscale ma soprattutto l’estorsione. Nel video si vede fin troppo bene: si chiedono soldi in nero, in mancanza, niente casa. Sono certo che una parte di quei soldi finisce per finanziare le campagna elettorali della classe politica barlettana, per mantenere in piedi un vero e proprio sistema di potere. Ho più volte invitato con appelli pubblici gli imprenditori a denunciare, nel caso in cui fossero vittime della classe politica della città. Ho solo ricevuto dei chiari messaggi a cambiare atteggiamento, perché così avrei potuto godere del contributo economico di alcuni di essi per la mia campagna elettorale. Cosa che naturalmente non ho accettato in passato, né intendo accettare in futuro».

Compravendita di voti? «Se il gravissimo episodio registrato in tv si è verificato realmente a Barletta, ciò andrebbe, non solo a riscontrare quanto da me e dalla Stella Mele denunciato lo scorso anno, ma addirittura sarebbe rafforzativo di quella denuncia e collegabile alla stessa, visto che il venditore di voti si lamenta che nella scorsa competizione il candidato avrebbe pagato il doppio di quanto promesso e l’acquirente dei voti replica con affermazioni del tipo "questa volta è diverso"».

Così Michele Cianci, avvocato penalista: «Da quanto mi risulta – aggiunge l’avvocato – credo che l’indagine incardinata a seguito della mia denuncia sia stata robustamente riscontrata dal lavoro certosino svolto dalla Compagnia dei Carabinieri di Barletta. Pertanto, sono convinto che le forze dell’ordine avranno modo di fornire alla Procura della Repubblica tutto il materiale necessario per un approfondimento della vicenda».
E poi: «Devo però aggiungere che a Barletta non esistono solo candidati o capofila sostenitori che sfruttano l’indigenza della gente per acquistare i voti e sostenere i propri interessi nell’ambito delle pubbliche amministrazioni, ma vi sono ed è bene sottolinearlo anche candidati seri e cittadini che esprimono la propria preferenza elettorale per l’interesse ed il bene comune».

Al via il processo “By pass”.

Ieri a Trani la prima udienza dibattimentale. Sedici gli imputati; tra questi l’assessore Michele Palmiotti.

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di La Redazione (www.molfettalive.it/…)

Sono accusati a vario titolo di voto di scambio, estorsione, ricettazione e furto i sedici imputati del processo “By pass”, che ha preso il via nel tribunale di Trani.

Tra questi i pregiudicati Michele Laforgia e Giuseppe Cuocci e l’assessore alle Attività produttive del Comune di Molfetta Michele Palmiotti.

Dopo il rinvio dello scorso 30 gennaio a causa dello sciopero delle camere penali, il procedimento nato da un’operazione dei carabinieri del 6 ottobre 2005 ha registrato ieri la sua prima udienza dibattimentale.

La seduta si è aperta con una serie di questioni preliminari procedurali sollevate dalle difese, comprese quelle della formazione del fascicolo per il dibattimento. In seconda battuta, il pubblico ministero Giuseppe Maralfa ha depositato un copioso numero di intercettazioni telefoniche tra i vari imputati. Queste saranno trascritte su istanza dell’avv. Maurizio Masellis. Il consulente sarà convocato in aula il 5 maggio, data cui la seduta è stata aggiornata.

Il pm ha inoltre allegato agli atti una serie di lettere manoscritte giunte alla sua attenzione presso gli uffici della procura della repubblica, e inviate dal carcere da Saverio Piccininni. Il pregiudicato, conosciuto come “Settpont”, secondo gli inquirenti sarebbe stato aiutato da Palmiotti a raggirare le indagini dei carabinieri su alcuni episodi di ricettazione ed estorsione. L’attuale assessore all’epoca dei fatti ricopriva la carica di presidente della Multiservizi.

Palmiotti dovrà anche rispondere del reato di voto di scambio: in occasione delle elezioni provinciali del 2004 avrebbe promesso a Piccininni un posto di lavoro per la moglie in cambio di collaborazione nella campagna elettorale.

Voto di scambio, il pm: «Condanna per Amato».

Battute conclusive per il processo “Amato +5”. La requisitoria del pubblico ministero Maralfa proseguirà il 5 maggio.

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di La Redazione (www.molfettalive.it/…)

Il pubblico ministero Giuseppe Maralfa ha chiesto la condanna per Pino Amato, imputato assieme a Pasquale Mezzina, Girolamo Antonio Scardigno, Gaetano Brattoli, Vito Pazienza e Giovanna Anna Guido dei reati, a vario titolo, di voto di scambio, abuso d’ufficio e falso ideologico.

L’entità della pena richiesta sarà resa nota nell’udienza del prossimo 5 maggio, data in cui Maralfa concluderà la sua requisitoria, durata nella sola giornata di ieri oltre tre ore.

Il magistrato ha ripercorso nell’udienza le fasi della vicenda, che ha portato in tribunale una presunta rete di contatti a fini elettorali. Rete creata, per la procura di Trani, dagli imputati insieme al consigliere comunale Pino Amato, all’epoca dei fatti contestati (4 gennaio 2004-11 ottobre 2005) assessore alla polizia municipale nella giunta di Tommaso Minervini.

La presunta mole di voti raccolti, secondo il pm, sarebbe stata utilizzata dallo stesso Amato nelle elezioni amministrative del 2006 (in cui fu eletto con il record di 999 voti) e a favore del candidato di Forza Italia Massimo Cassano nelle regionali 2005 (il consigliere regionale fu eletto con 10.835 voti, 1.707 dei quali ottenuti a Molfetta).

Un ruolo importante per gli inquirenti avrebbero avuto le riduzioni di alcune contravvenzioni e, talvolta, le mancate decurtazioni di punti sulla patente automobilistica. Il quadro accusatorio è maturato dopo indagini condotte per mezzo di intercettazioni ambientali e telefoniche, in gran parte rilette in aula dal pubblico ministero, che si è soffermato anche su una memoria del principale imputato allegata all’istanza di revoca degli arresti domiciliari.

Nel processo che per la prima volta ha portato in aula la politica molfettese si sono costituiti parte civile il Comune di Molfetta e Matteo d’Ingeo, rappresentati in aula dai legali Maurizio Masellis e Bartolomeo Morgese. La loro requisitoria il 5 maggio seguirà quella della procura.

Il giorno successivo sarà la volta delle arringhe dei difensori dei sei imputati. La sentenza dovrebbe essere emessa nella stessa seduta.

 

Marina Piccola, sentenza con sorpresa. Verso nuove indagini su Mariano Caputo.

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di La Redazione (www.molfettalive.it/…)

Una sentenza a sorpresa quella del giudice Lorenzo Gadaleta con cui si è chiuso ieri mattina il procedimento nei confronti di Michele Tattoli, rappresentante legale dello stabilimento balneare Marina Piccola sulla Molfetta-Giovinazzo.

Al centro dell’attività investigativa coordinata dal pubblico ministero della procura di Trani Antonio Savasta, alcuni lavori eseguiti nel lido in cui si sarebbe fatto uso di cemento armato. Ipotizzata anche l’assenza di concessione e autorizzazione paesaggistica. I manufatti erano emersi nel 2007 durante un’ispezione della capitaneria di porto.

Il giudice monocratico ha assolto l’imputato «per non aver commesso il fatto», ma ha disposto la trasmissione degli atti alla procura per la valutazione di nuove iscrizioni di reato a carico dell’avv. Mariano Caputo.

Per precedenti lavori nello stesso stabilimento eseguiti nel 2005, quando non ricopriva l’attuale carica di assessore ai Lavori Pubblici del comune di Molfetta, Caputo lo scorso anno era già stato condannato in primo grado al pagamento di un’ammenda di 23mila euro e delle spese processuali, oltre a quindici giorni di reclusione (pena sospesa). Aveva però impugnato la sentenza in appello, tuttora pendente ma in via di prescrizione.

Nel 2007, la seconda ispezione. Altre opere rinvenute e il conseguente rinvio a giudizio dell’attuale rappresentante legale del lido Michele Tattoli, subentrato proprio a Caputo.

Ma per il giudice le opere contestate sono state realizzate prima del cambio di gestione.

La sentenza, dunque, riapre la vicenda che torna a Trani e nuove indagini potrebbero essere disposte a carico dell’assessore. E ricomincia il conto alla rovescia verso la prescrizione.

«Si è trattato di una giusta valutazione. Ci aspettiamo che, ad ogni modo, ci si attivi per ripristinare lo stato originario dei luoghi. Lo chiede l’ambiente e i cittadini» è il commento di Pasquale Salvemini del Wwf Molfetta, parte civile nel processo e rappresentato in aula dall’avv. Marcello Magarelli.

 

 

MOBY PRINCE: il porto delle nebbie

 

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(http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=72)

Si riapre il caso Moby Prince

10 aprile del 1991: il traghetto Moby Prince, appena uscito dal porto di Livorno, si schianta contro la petroliera Agip Abruzzo. 
La notizia dell'aggressione del consulente tecnico che si occupa del 'caso Moby Prince' e del furto dei suoi documenti avviene poco dopo l’istanza per la riapertura del caso. L'istanza è stata presentata il 15 ottobre 2007 alla procura di Livorno dall’avvocato Carlo Palermo, su incarico di Angelo e Luchino Chessa, i figli del comandante del traghetto della Navarma.


Il caso si riapre perché ci sono nuovi elementi venuti alla luce nei due anni di lavoro che sono serviti al legale Palermo per mettere a punto la richiesta di apertura del procedimento penale. Sono passati 15 anni da quella tragedia, eppure Angelo Chessa non demorde. Vuole la verità per se e per il padre, morto nella tragedia. 

Nel frattempo il figlio del comandante ha fondato un’associazione dei parenti delle vittime, chiamata Associazione 10 aprile. “Quando abbiamo cominciato a chiedere accertamenti, ci siamo resi conto che la verità ufficiale non tornava. Gli stessi legali ci hanno consigliato di metterci una pietra sopra perché non saremmo mai arrivati alla verità.” Angelo Chessa ora si aspetta che le indagini continuino sulla base dei nuovi punti messi in evidenza dall’avvocato Palermo. 

Sull’accaduto, le fonti ufficiali parlano di un grande traffico di navi militari statunitensi e di armi. Il traghetto, appena uscito dal porto avrebbe scontrato la petroliera perché questa si trovava in un’altra posizione. Qualcosa di anomalo è accaduto a bordo o in mare. Resta il fatto che l’esplosione c’è stata. Quella sera le comunicazioni sono state disturbate e dai radar non risultava che il traghetto fosse uscito dal porto. 

La verità? 
Sono, quindi, ancora tutte da scrivere le ragioni che hanno causato la collisione e che hanno impedito ai soccorsi di salvare la vita alle 140 persone morte a bordo del traghetto. 

La tesi ufficiale con cui si è sbrigativamente cercato di spiegare la tragedia al grande pubblico è nota: un banco di nebbia avrebbe avvolto la petroliera (lasciando però perfettamente visibili tutte le altre navi in rada). L'equipaggio della nave passeggeri era distratto da una partita di calcio trasmessa in tv. Il comandante del Moby aveva scelto una rotta rapida ma pericolosa per uscire dalla rada. Una combinazione di fattori concomitanti, dunque. Una distrazione e la solita, tragica fatalità. 

Perché quella sera non c’era alcun televisore nella plancia comandi del traghetto? Il radar era acceso e funzionante e la rotta scelta, prudente e sicura. E la nebbia serviva a nascondere qualcos'altro. 

La cronaca 
E’il 10 aprile del 1991. Alle ore 22.00 il traghetto Moby Prince in servizio di linea tra Livorno e Olbia, si prepara a partire. Ci sono in tutto 140 persone: il capitano Ugo Chessa con i suoi membri dell’equipaggio e 75 passeggeri. Dopo soli ventisei minuti a bordo viene lanciato il may day. Ma il traghetto viene individuato solo alle 23.35. 

Il Moby Prince si è scontrato in mare con la petroliera Agip Abruzzo, e nell’urto, il petrolio contenuto nella “cisterna 7” viene spruzzato sul traghetto. Le fiamme raggiungono il punto più affollato della nave, il salone Deluxe, dove, in seguito, sono state ritrovate gran parte delle 140 vittime. In quel luogo le vittime sono state rinvenute con giubbotti e bagagli, come se fossero pronte a sbarcare. Il marconista, con il compito di lanciare il may day, non si trovava al suo posto ma sul ponte di comando, come se fosse stato messo in allarme dal comandante. 

L’unico superstite è un mozzo napoletano, Alessio Bertrand, che aggrappatosi alla poppa della nave, riesce ad essere recuperato. 

Circa un'ora dopo la collisione, due ormeggiatori si mettono all'inseguimento del Moby Prince in fiamme: sono soli, a bordo di una barchetta di sette metri senza radar né impianto antincendio. Raggiungono la nave e recuperano in mare il giovane mozzo del Moby Prince, terrorizzato, unico sopravvissuto (sparirà ben presto dal processo). A questo punto i due ormeggiatori, sul canale radio di emergenza, urlano ai mezzi della Capitaneria un appello disperato, ripetuto più volte in un silenzio irreale, che viene registrato ad insaputa di tutti dalla stazione Ipl Livorno Radio e rappresenta un duro atto d'accusa. 

Eppure, immediatamente prima dello scontro, due ufficiali di marina osservano qualcosa di anomalo in rada. In prossimità della zona dove è ancorata la grande petroliera Agip Abruzzo, strani bagliori squarciano l'oscurità. Sembra un incendio, a loro avviso. Ma la cosa più importante è che, mentre osservano questo fenomeno, vedono il traghetto Moby Prince uscire dalla diga foranea diretto in rada: traghetto e petroliera sono ancora distanti ma qualcosa di lì a poco inghiottirà lo sfortunato traghetto Navarma mentre, dall'alto, un elicottero senza nome segue la scena. 

La testimonianza dei due ufficiali non viene tenuta in alcun conto. Cinque anni dopo la tragedia, un comandante della Guardia di finanza, fra i primi a uscire in soccorso quella sera, afferma davanti ai magistrati di aver visto in rada alcune imbarcazioni che movimentavano armi: operazione assolutamente vietata di notte e in prossimità delle rotte commerciali. La sua non è una testimonianza tardiva: l'ufficiale aveva puntualmente scritto tutto questo in una relazione regolarmente consegnata e protocollata agli atti dell'inchiesta cinque anni prima, 24 ore dopo la tragedia. Ma la sua relazione inspiegabilmente sparisce dal fascicolo. 

Le motivazioni 
La Capitaneria di porto di Livorno, appena poche ore dopo la collisione, parla della nebbia come causa dell'incidente, mentre l'avvisatore marittimo, il pilota di porto, militari di vedetta e ufficiali della guardia di finanza presenti sul posto affermano che la petroliera era perfettamente visibile in una serata “chiara e limpida”. 

Pochi minuti dopo la collisione, mentre stanno arrivando i soccorsi, alcune imbarcazioni ancorate in rada registrano i movimenti di altre imbarcazioni che si allontanano a grande velocità dal luogo della collisione: chi sono quelle navi? 

Perché si trovavano lì (non erano previsti movimenti a quell'ora in quella zona del porto) e, soprattutto, perché fuggono dopo la collisione, anziché prestare soccorso? Perché non è stato organizzato l'abbordaggio del traghetto dopo la collisione, lasciandolo invece andare alla deriva in fiamme? Perché non è stata almeno tentata un'operazione di salvataggio di passeggeri ed equipaggio del Moby Prince? Eppure gli esami clinici hanno evidenziato che la vita a bordo è durata ore. 

Altra questione importante: alla sorveglianza delle autorità portuali si sovrapponeva il controllo radar dalla base di Camp Darby, alla quale spettava la vigilanza diretta delle navi militarizzate cariche di materiale bellico di proprietà dell'esercito Usa e sottratte a qualunque forma di controllo e ispezione da parte della Capitaneria. 

Anche quella sera nel porto di Livorno funzionava un servizio di vigilanza militare 24 ore su 24 (era così da quando era iniziata l'operazione Desert Storm). La rada, più che uno scalo civile, era simile a una darsena militare. Il 10 aprile, al porto di Livorno, esisteva una situazione di preallarme militare. Le previsioni davano per certa la chiusura dell’operazione Desert Storm proprio tra la notte del 10 e l’11 aprile. Dal giorno seguente, le navi sottoposte al comando statunitense presenti nelle acque italiane, sarebbero state utilizzate per altre operazioni militari. 

Le prove
E’ stato accertato che in quei giorni si trovavano nel porto di Livorno almeno sette navi sottoposte al comando USA e non quattro. Le navi dovevano effettuare il trasbordo di armamenti provenienti dal Golfo nella base militare di Camp Darby. Abitualmente le operazioni avvenivano con l’aiuto di imbarcazioni più piccole. Ma la sera del 10 aprile 1991, le operazioni di trasbordo vengono effettuate da una delle navi USA su un’altra nave, mai identificata. La conseguenza è stata che le armi trasportate dalle imbarcazioni presenti nel porto di Livorno sono scompar
se nel nulla e non sono mai arrivate alla base di Camp Darby. 

Recentemente sono stati recuperati alcuni documenti che avvalorano questa ipotesi. Il 15 aprile 1991, il comando militare USA precisa che la nave Efdim junior conteneva materiali di proprietà del governo degli Stati Uniti destinati alla base Usa/Nato di Camp Darby. Tutti i materiali che accertavano il fatto sono spariti. 

Sono così scomparse le uniche prove dell’avvenuta movimentazione degli armamenti. La nota degli ufficiali che si occuparono dei fatti è stata ritrovata dall’avvocato Palermo- che si occupa attualmente del caso- ma non è l’originale depositata e descritta dal tenente Gentile. Le date divergono: 15 aprile e non 11. E, soprattutto, non contiene l’estratto giornaliero degli ufficiali e le tre relazioni delle motonavi impiegate nel soccorso. 

Inoltre a bordo era stato girato da un passeggero anche un filmato amatoriale con una videocamera, il quale, quando giunge nelle mani del magistrato, presenta, come risulta esplicitamente dagli atti processuali, una giunzione non professionale (sarebbe stato, quindi, tagliato). Tutto questo ha contribuito a fare della tragedia del Moby Prince uno dei cosiddetti misteri d'Italia; ma le uniche cose che rimangono certe sono 140 persone che hanno perso la vita in un modo atroce e, per moltissimi versi, inspiegabile. 

Il processo 
29 novembre 1995 
Inizia il processo. Immediatamente dopo la collisione, la procura di Livorno apre un fascicolo per omissione di soccorso e omicidio colposo. Gli imputati sono 4: il terzo ufficiale di coperta dell'Agip Abruzzo Valentino Rolla, accusato di omicidio colposo plurimo e incendio colposo; Angelo Cedro, comandante in seconda della Capitaneria di porto e l'ufficiale di guardia Lorenzo Checcacci, accusati di omicidio colposo plurimo per non avere attivato i soccorsi con tempestività; Gianluigi Spartano, marinaio di leva, imputato per omicidio colposo per non aver trasmesso la richiesta di soccorso. In istruttoria furono archiviate le posizioni dell' armatore della Navarma, Vincenzo Onorato, e del comandante dell' Agip Abruzzo Renato Superina. 

1 novembre 1997 
Gli imputati vengono tutti assolti perché “i fatti non sussistono”.

Il processo, pieno di momenti di tensione, si conclude due anni dopo: la sentenza viene pronunciata nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre 1997. In un'aula piena di polizia e carabinieri, chiamati dal tribunale per la tutela dell'ordine pubblico, il presidente Germano Lamberti legge il dispositivo della sentenza con cui furono assolti tutti gli imputati perché «il fatto non sussiste». La sentenza verrà però parzialmente riformata in appello: la terza sezione penale di Firenze dichiara il non doversi procedere per intervenuta prescrizione del reato. 

Contemporaneamente al processo principale, nell'allora Pretura vennero giudicate due posizioni stralciate: quella del nostromo Ciro Di Lauro, che si autoaccusò della manomissione, sulla carcassa del traghetto, di un pezzo del timone, e quella del tecnico alle manutenzioni della Navarma, Pasquale D'Orsi, chiamato in causa da Di Lauro. I due erano accusati di frode processuale, per aver modificato le condizioni del luogo del delitto, ovvero per aver orientato diversamente la leva del timone in sala macchine. 

Nel corso di una udienza drammatica, Ciro Di Lauro confessò di aver manomesso il timone. Ma il pretore di Livorno assolse entrambi gli imputati per «difetto di punibilità». La sentenza verrà confermata sia dal processo di appello sia in Cassazione.

Oggi il processo si riapre perché, tra le ipotesi fatte per spiegare la tragedia, c’è un possibile traffico di armi che sarebbe stato messo in atto da unità della marina militare americana. 

Ufficialmente sono armi provenienti dall'Iraq. Ma si è alla ricerca di altri documenti che possano fare maggiore chiarezza. 

L’avvocato Carlo Palermo, ha trovato delle fotografie satellitari finora sconosciute scattate il giorno dell'incidente del Moby Prince. E' una bobina sigillata che era stata sequestrata dai Ros nel 1995 e mai presa in considerazione. Oggi, a distanza di dieci anni, ci sono nuove tecnologie di elaborazione delle immagini, nettamente superiori. Su queste basi si spera di scoprire la verità. 

La tragedia del Moby Prince, silenzi e omissioni.

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Sono trascorsi ormai 19 anni dalla tragedia del Moby Prince, il traghetto che andò a fuoco dopo uno scontro con la petroliera dell'Agip Abruzzo al largo del porto di Livorno; la più grave tragedia che abbia mai colpito la Marina mercantile italiana dal secondo dopoguerra e la terza tragedia della Marina Italiana in tempo di pace per le 140 vittimemorte la sera del 10 aprile 1991.
 
Tra loro anche i molfettesi Giovanni AbbattistaNatale AmatoGiuseppe de GennaroNicola Salvemini.
 
Come nella tragedia del motopeschereccio “Francesco Padre” non è mai stata fatta piena luce sulla dinamica dell’incidente nonostante l’attività della magistratura e le inchieste giornalistiche, da cui è emerso che in questi anni si sono succedute incongruenze processuali, omissioni, testimonianze parziali e inascoltate in una delle vicende giudiziarie più controverse della storia italiana.
 
Proprio qualche giorno fa il presidente dell’associazione dei familiari delle vittime del Moby Prince, Loris Rispoli, ha denunciato la “sparizione” di sette scatoloni contenenti i documenti originali dei diversi processi relativi alla tragedia.
Secondo Rispoli, potrebbe non essere un semplice smarrimento, chiedendosi come mai tra i tanti faldoni presenti nei magazzini del Comune di Livorno, siano spariti solo i documenti processuali.
 
In questi lunghi anni le indagini sono state riaperte e il legale di parte civile, l'avvocato Carlo Palermo, ex magistrato (nel 1985 sfuggì a Trapani ad un attentato mafioso) avrebbe scoperto prove mai esaminate nel corso delle numerose inchieste che si sono succedute negli anni attorno alla vicenda. 
Secondo il legale, che difende gli interessi di una parte dei familiari delle vittime, ben sette navi militari americane più una francese, quella notte, poco dopo le 22, stavano trasportando ingenti quantità di materiale bellico, compreso esplosivo, proveniente dalla base americana di Camp Derby. 
Un trasporto da considerarsi eccezionale, data la pericolosità del materiale imbarcato, un'operazione segreta che non risulta autorizzata dalla prefettura di Livorno, come prevedono la legge italiana e le norme sulla sicurezza portuale, e da considerarsi quindi assolutamente illegale.
Questo spiegherebbe il perché le autorità americane si sono sempre rifiutate di consegnare ai magistrati livornesi le foto satellitari rilevate quella notte; e con ogni probabilità, i soccorsi furono scientemente ritardati, proprio per dar modo ad altre navi coinvolte di lasciare la scena della tragedia. 

Quante similitudini con la tragedia del Francesco Padre.
Una tragedia che a questo punto assumerebbe davvero i contorni della strage. E che solleva nuovi pesanti interrogativi sulla funzione della base americana di Camp Derby, sul suo ruolo strategico e sul contenuto dei suoi depositi.
Su queste ipotesi e tanti altri indizi raccolti dall’avvocato Palermo sicuramente si riapriranno nuove fasi processuali per dare un nome ai responsabili di quella tragedia.
 
In questi casi le associazioni dei familiari delle vittime con la loro costituzione di parte civile intervengono direttamente nelle fasi processuali portando fuori dalle aule giudiziarie quella verità che quasi sempre viene loro negata.
 
A tale proposito, anche il Comune di Molfetta, nel maggio del 2007aveva espresso, per bocca del vice presidente del Consiglio comunale allora in carica Francesco Armenio, la volontà del sindaco Azzollinia portare in consiglio comunale un ordine del giorno che impegnasse l’amministrazione comunale a costituirsi parte civile in un eventuale nuovo processo sulla strage della Moby Prince.
Sono trascorsi tre anni ma questa volontà non l’abbiamo mai vista realizzata anche per essere più vicini alle famiglie delle vittime.
 
Il Comune di Molfetta si limita a portare ogni anno a Livorno, per l’anniversario della tragedia del Moby Prince, il proprio gonfalone in compagnia di due agenti di polizia municipale, un assessore e un consigliere comunale. Per questo anniversario, abbiamo appreso dalla stampa locale, invece che di due agenti ne andrà solo uno lasciando spazio a due consiglieri, oltre al vicesindaco-assessore Uva.
Il tutto alla modica spesa di 2.000,00 euro.
Una domanda ci viene spontanea, perché il Comune manda a Livorno, assessori e consiglieri comunali e non i familiari delle vittime? 

Caro estinto, il Pm chiede 4 anni e 6 mesi per Spagnoletti

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di La Redazione (www.molfettalive.it/…)

Condanne da 18 mesi a 5 anni. Sono state richieste ieri dal pubblico ministero della procura di Trani Ettore Cardinali nel processo che vede alla sbarra Giuseppe Spagnoletti, Michele Defronzo, Vincenzo Samarelli, Domenico Bovenga, Vito De Gennaro, Isabella Dragone, Luigi Massari ed Enrico Pansini.

Sono accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere, rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio, falso ideologico, corruzione, concussione e peculato.

Secondo la procura, vi sarebbe stato una sorta di “sistema” mirato all’eliminazione della concorrenza che contava sull’appoggio all’interno dell’ospedale di Molfetta di personale paramedico che segnalava i decessi, oltre che di medici di base compiacenti o disattenti, che stilavano certificati di morte basandosi sulle indicazioni di rappresentanti delle agenzie funebri.

Gli inquirenti hanno anche analizzato i presunti casi di pazienti ormai deceduti dimessi per essere trasportati in casa, dove la morte era poi accertata dal medico di famiglia e poi dalla Ausl.

Una cinquantina gli iniziali indagati, giunti in otto al dibattimento dopo che l’udienza preliminare si era chiusa con otto condanne, tre patteggiamenti e un’assoluzione (dettagli nella colonna a destra). Nessuno ha scontato la pena beneficiando dell’indulto.

Al termine della requisitoria, la procura ha richiesto per il titolare dell’agenzia funebre “La Cattolica” 4 anni e 6 mesi di reclusione. Quattro gli anni per il suo dipendente Defronzo e per uno dei due infermieri: 5 per il collega Samarelli. Per i quattro medici convenzionati sono state chieste pene per 18 mesi (Massari e Pansini), 2 anni (Dragone) e 2 anni e 6 mesi (De Gennaro).

Cardinali ha ripercorso le indagini compiute dai carabinieri del comando provinciale di Bari, per mezzo anche di intercettazioni, filmati video e perquisizioni, scaturite dalla denuncia di Mauro Domenico Befo, concorrente di Spagnoletti nel campo delle onoranze funebri.

Nell’udienza di ieri hanno trovato spazio anche le prime due arringhe difensive. In rappresentanza dei medici Massari e Pansini, l’avv. Bepi Maralfa ha sottolineato come nel caso dei suoi assistiti ci si trovi di fronte a un processo privo di prove che attestino tempi e modi della corruzione contestata. Sarebbe assente qualsiasi riscontro, anche dopo l’analisi delle intercettazioni, di un presunto patto di questi ultimi con l’imprenditore che provi, dunque, una «bilateralità del rapporto».

Pertanto il legale ha richiesto per i “camici bianchi” l’assoluzione «perché il fatto non sussiste» per entrambi i reati di falso e corruzione.

L’udienza è stata aggiornata al 13 maggio. Saranno ascoltate le arringhe dei difensori degli altri sei imputati.

La legge regionale 31 è incostituzionale. In Puglia bloccata l'invasione delle energie rinnovabili selvagge

Fonte: forumambientesalute.splinder.com/…

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( Ecco come il mercato di rapina inaugurato dalla sciagurata legge 31/08 sulle energie rinnovabili industriali selvagge stava per ridurre il nostro Salento )


Con grande gioia, speranza e piacere, il Forum Ambiente e Salute pubblica questo comunicato stampa di Italia Nostra, invitando ad una attenta lettura e facendo eco forte all’appello lanciato per una urgente individuale e collettiva mobilitazione per far valere e applicare nei fatti la IMPORTANTISSIMA sentenza della Corte Costituzionale di cui segue.

 


COMUNICATO STAMPA

ITALIA NOSTRA-SudSalento
28 marzo 2010


 
L’ ITALIA SALVA LA PUGLIA!

Sentenza di incostituzionalità emessa dalla Corte Costituzionale, il 26 marzo 2010,  per la Legge Regionale 31/08

Nell’uovo di Pasqua, per la Puglia la sorpresa più preziosa: un primo forte Stop alla selvaggia distruzione del suo territorio e della salute delle sue genti causata  dalla speculazione delle fonti rinnovabili industriali da biomassa, eolico e fotovoltaico!


La Corte Costituzionale salva la Puglia dichiarando incostituzionale la Legge Regionale 31/08 in materia di energie rinnovabili, a seguito del ricorso presentato dal Tar Bari e dal Governo Italiano. Si tratta della legge, la 31/08, che ha reso in questi ultimi mesi e giorni la nostra regione l’eldorado delle rinnovabili in Europa, il luogo dove poter accedere ai lauti finanziamenti pubblici collegati alla produzione delle eco-energie, in maniera rapidissima, abbattendo i necessari e doverosi controlli e cautele, e semplificando ai minimi termini gli iter autorizzativi. Si son potuti realizzare così impianti industriali veri e propri da fonte eolica, fotovoltaica e da biomasse, fino a potenze di 1MW (MegaWatt), con una semplice DIA, Dichiarazione di Inizio Attività, una sorta di auto-certificazione, presentata semplicemente al comune in cui si vuole realizzare l’impianto! La legge regionale 31 del 2008, andando in deroga alla legge nazionale, aveva innalzato illegittimamente, come oggi finalmente sancito, le soglie massime di potenza per la realizzazione di impianti di produzione d’energia da fonti rinnovabili; tali soglie erano e sono stabilite dal Decreto Legge n. 387 del 2003 (tabella A allegata alla norma), cui ci si dovrà finalmente ora attenere e conformare in Puglia; queste soglie sono ad esempio di 60 kW per l’eolico, 20kW per il fotovoltaico, 200 kW per la biomassa. La L. R. 31/08 le aveva innalzate tutte addirittura a ben 1000 kW(kilowatt), equivalenti ad un 1MegaWatt, permettendo, nei fatti, di costruire senza alcuna garanzia di sicurezza per i cittadini ed il territorio, veri e propri impianti industriali, (con tutto il grave impatto ambientale che ciò comporta), con semplice autocertificazione, ed il tutto persino in zona agricola! Le basse soglie della legge dello Stato rientravano nella logica di favorire, con iter autorizzativi semplificati, gli impianti di piccola taglia, a basso impatto ambientale pertanto e per autoproduzioni d’energia per famiglie, imprese, aziende agricole, edifici pubblici. Maggiori soglie di potenza, ha ribadito la Corte Costituzionale, possono essere individuate solo con decreto del Ministro dello Sviluppo Economico, di concerto con il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, d’intesa con la Conferenza Unificata, senza che la Regione possa provvedervi autonomamente, come aveva fatto con alcuni comma dell’articolo 3 della L.R. 31/08! Per soglie superiori a quelle previste dalla Stato, per la validità della semplice DIA, (tabella A del Decreto Legge n. 387 del 2003), la costruzione e l’esercizio degli impianti da fonti rinnovabili, nonché le opere connesse, sono soggetti all’Autorizzazione Unica, (un procedimento autorizzativo più complesso, che coinvolge la regione, i comuni e numerosi altri enti, e che offre maggiori garanzie per i cittadini e la loro salute), nel rispetto sempre delle normative vigenti in materia di tutela dell’ambiente, di tutela del paesaggio e del patrimonio storico-artistico (art. 12, comma 3, del d.lgs. n. 387 del 2003).

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Effetti della sentenza di incostituzionalità della L.R. Puglia 31/08

sugli impianti di biomassa, eolico e fotovoltaico in progetto, in costruzione o già completati in Puglia

Nell’uovo di Pasqua per la Puglia la sorpresa più preziosa:

un primo forte Stop alla selvaggia distruzione del suo territorio ad opera della speculazione delle fonti rinnovabili industriali!

La pronuncia di "illegittimità costituzionale" di una norma di legge, (quale la L.R.  31/08 della Puglia), dichiarata dunque contraria alla Costituzione Italiana, dalla Corte Costituzionale, comporta la disapplicazione della stessa, dando luogo ad un fenomeno, sul piano degli effetti, più forte della semplice abrogazione della norma, avente di regola efficacia ex nunc (a partire da ora), comportando nei fatti, l’annullamento della norma che, normalmente, produce effetti ex tunc (a partire da quando la norma incostituzionale era entrata in vigore). Pertanto, la norma dichiarata “costituzionalmente illegittima” deve essere disapplicata con effetti ex nunc e con efficacia ex tunc. La legge incostituzionale dovrà essere immediatamente disapplicata per i rapporti non ancora costituiti, nuovi, o in corso di costituzione o di perfezionamento o caratterizzati da difetti, vizi, irregolarità che possono essere opportunamente denunciate, o tali da costituire motivo di impugnazione nelle opportune sedi, (ad esempio per autorizzazioni rilasciate per impianti industriali da fonti rinnovabili fino ad 1MW, eventualmente anche in costruzione o completati, attraverso ricorsi al TAR che dal rilascio delle autorizzazioni possono essere presentati entro 60 giorni, o al presidente della Repubblica per cui i tempi sono di 120 giorni, ed altre situazioni denunciabili all’autorità giudiziaria).

Entrando più nello specifico l’Avvocato di Italia Nostra, Donato Saracino, precisa che «l‘illeggittimità, sancita dalla Corte Costituzionale, comporta l’obbligo di interruzione dei lavori in tutti quegli impianti che non hanno avuto corpo, ovvero ancora in costruzione, dove i lavori sono già iniziati o che non sono stati completati, indipendentemente dalla perfezione dell’iter burocratico autorizzativo». Non solo, gli impianti di energia elettrica anche già realizzati, con semplice DIA, e completati con l’allaccio alla rete elettrica nazionale, e di potenze superiori a quelle stabilite per la DIA dalla legge statale, (che la Regione, con la L. 31 /08, aveva tentato di aggirare), esercitando un’azione continua sul territorio di inquinamento elettromagnetico, acustico, visivo, chimico (vedi uso dei diserbanti e solventi per gli impianti fotovoltaici al suolo, o l’immissione dei fumi in atmosfera per le biomasse), avendo dunque un impatto ambientale che la semplice DIA non ha permesso di studiare e ponderare in dettaglio, e questo incostituzionalmente, dovranno tutti essere fermati, e studiati caso per caso. «I sindaci, massime autorità sanitarie locali, i dirigenti degli uffici tecnici comunali, hanno il dovere di intervenire emettendo urgentemente, ad horas, ordinanze di sospensione di tutte le attività di cantiere volte al prosieguo dei lavori per la realizzazione di questi impianti, anche se già autorizzati, – ha detto Marcello Seclì, presidente zonale di Italia Nostra – nonché stracciare tutte le DIA presentate sempre per impianti di potenze maggiori a quelle soglia della legge nazionale, e che non hanno avuto ancora corso, o che sono in via di approvazione definitiva o perfezionamento. Ma anche per gli impianti già realizzati di fatto, (grazie alla norma illegittima), questi dovranno essere fermati e sottoposti a valutazione attentissima, per analizzare, caso per caso se devono essere ridimensionati, smantellati con bonifica del sito e ripristino dello stato dei luoghi, per poi avviare, eventualmente, nuovi iter autorizzativi finalmente rispettosi della legalità e della Costituzione Italiana!». Nelle campagne della Puglia si lavora notte e giorno, in queste ore, per danneggiare quanto più possibile i siti dove si è iniziato a realizzare questi impianti con DIA di potenze fino a 1MW e comunque superiori a quelle previste per la DIA dalla legge nazionale, proprio al fine di aumentare il danno ed il senso di completamento dell’impianto, sperando di non incorrere nel doveroso ritiro dell’autorizzazione, di fatto sancito dalla provvidenziale sentenza pronunciata dalla Corte Costituzionale in questi giorni. All’azione di opposizione ferma dura e costante svolta dalla nostra Associazione con il contributo e la solidarietà di migliaia di persone, comuni cittadini, politici di ogni colore, professionisti di ogni campo, numerosissime associazioni, comitati, sorti a decine ovunque nell’emergenza, e movimenti, e soprattutto tantissimi validi giovani, animati da un amore vero ed incondizionato per il territorio e le sue genti, e che sono stati la più bella scoperta di questi mesi, deve ora seguire una fase di urgente azione di "reconquista" del Salento; da qui l’appello ad una mobilitazione generale per fare il massimo delle pressioni sulle autorità cittadine dei vari comuni salentini e pugliesi, sulle province, sulle forze dell’ordine e di vigilanza del territorio (Polizia Provinciale, Carabinieri, Forestale, Finanza, ecc.), e sulla magistratura amministrativa e non solo, per  l’immediato rispetto della dichiarazione di incostituzionalità, perché siano stracciate tutte le migliaia di DIA presentate per impianti da biomassa, eolico e fotovoltaico fino a 1MW e superiori ai limiti ben più ristretti, stabiliti della legge nazionale, e affinché siano bloccati tutti i cantieri che con DIA sono stati inaugurati nel Salento in questi giorni e mesi a sfregio del territorio e della legalità. Uno stupro che viola, dunque, i principi e le leggi della Costituzione Italiana, come abbiamo in tutti i modi possibili denunciato, e che stava e sta provocando una vera e propria “catastrofe ambientale artificiale” nel Salento ed in tutta la Regione. La legge regionale 31/08, ha aperto una finestra temporale che oggi la Corte Costituzionale ha finalmente chiuso, ma la cui illegittima creazione ha generato un fenomeno politico-imprenditoriale losco che la magistratura non può non approfondire. Tanti tecnici e politici, ma anche consiglieri regionali, persino della maggioranza al potere (come Aurelio Gianfreda), hanno denunciato come la legge 31/08 sia stata scritta da imprenditori e imposta dalle lobby politico-industriali delle rinnovabili, in gran parte colluse col potere politico locale, al consiglio regionale, che l’ha approvata. Proprio in questi mesi è giunto da eminenti autorità politiche nazionali, come il giudice Alberto Maritati, (senatore e vicepresidente della commissione Giustizia, nonché componente della commissione Antimafia), uomo politico di sinistra, e da Alfredo Mantovano, (Sottosegretario del Ministero degli Interni), onorevole e uomo politico della destra, l’allarme per l’anomalo afflusso di ingenti somme di denaro in Puglia, con tutta probabilità correlabile al fenomeno del riciclaggio di denaro sporco; il tutto stranamente proprio in questi mesi in cui partivano i cantieri delle industrie rinnovabili, per milioni e milioni di euro; cantieri aperti grazie alla 31/08! Ancora, l’aver favorito sulle diverse DIA presentate ai comuni alcune al posto di altre, può celare, sotto motivazioni talvolta pretestuose, logiche di favoritismo che dovrebbero pure essere oggetto di vaglio ed attenzione, tanto più alla luce del clima generale che vedeva serpeggiare in ambienti politici, tecnici e legali la consapevolezza che presto la legge sarebbe stata dichiarata incostituzionale. Non è un caso, forse allora, che molti dei lucrosi impianti già realizzati siano legati a parenti o amici di politici locali. Con questa sentenza il sistema “Stato Italiano” ha risposto complessivamente bene, laddove fenomeni regionali e comunali stavano portando a comportamenti mafiogeni ed autodistruttivi! Non vi è in gioco solo il futuro della Puglia, il suo paesaggio e la cultura ed identità, ma si solleva anche una questione di moralità e legalità che ha visto la politica locale creare una sorta di deregulation incostituzionale, che veniva celata dietro un “marketing terroristico”, che faceva leva sulla paura per l’ "effetto serra" (lo spauracchio del “global warming”) e il ricorso strumentale al "Protocollo internazionale di Kyoto", nonché a forme pubblicitarie calcistiche volte ad innalzare al grado massimo i successi della Puglia nel campo delle rinnovabili per salvare il pianeta, mentre in realtà, paradossalmente, si uccideva il territorio, desertificato artificialmente su migliaia e migliaia di ettari di campi verdi e pascoli, al fotovoltaico, e questo nell’anno 2010, anno internazionale dedicato alla biodiversità; quella biodiversità cancellata nei campi pugliesi piegati, assassinati per la produzione industriale dell’energia del sole. Così si stava permettendo la nascita di circa cinquanta centrali a biomasse da 1MW, nel solo Salento, centrali che mai si sarebbe potuto alimentare con biomassa locale (filiera corta, come prescritto e sbandierato strumentalmente), a meno di incenerire nei primi mesi tutti gli alberi d’ulivo e non, della Regione. Centrali allora che sarebbero divenute inceneritori di rifiuti e che avrebbero compor
tato il disboscamento di ampie estensioni di foresta tropicale per la produzione delle biomasse industriali e forse anche il disboscamento delle foreste del nostro Appennino e i boschi del sud Italia, come qualche pazzo mercenario della falsa informazione invitava a fare recentemente, anche su programmi della tv nazionale! Il tutto poi nella beffa di una Puglia che già produce da fonti fossile quantitativi di energia ben superiori al suo fabbisogno, e dove le industrie che utilizzano fonti fossili inquinando, anziché ridurre l’uso delle loro fonti tradizionali fossili (carbon fossile, petrolio, gas fossile), lo hanno incrementato, paradossalmente, e questo consentito loro burocraticamente grazie all’acquisto dei cosiddetti “Certificati Verdi”, venduti loro dalle industrie delle fonti rinnovabili, che li acquisiscono, con le autorizzazioni ad operare nella produzione di “energie, cosiddette, pulite”, lucrando pure sulla vendita di questi certificati! Oltre l’inganno la beffa, per i cittadini, che a fronte dell’impatto da centrali d’energia rinnovabile su paesaggio e salute, assistono attoniti alla costruzione di altre centrali a fonti fossili, pure! Così l’inquinante centrale di Cerano a Brindisi non ha ridoto di un grammo il carbone fossile bruciato giornalmente, e così per i prossimi anni, come dimostra l’investimento per la costruzione di un molo per l’attracco delle navi carbonifere, direttamente nella rada antistante la centrale a Cerano. A Modugno (Bari) è stata recentemente inaugurata una grande nuova centrale termoelettrica a gas fossile, e a Brindisi si costruisce un rigassificatore che alimenterà presto una ulteriore centrale nel brindisino, questa volta di gas, oggi in progetto!

Potere della neo agguerrita lobby delle rinnovabili, il "clan delle rinnovabili": una legge, la 31/08, che mostra quanto la politica possa allontanarsi dal territorio e dalla gente, che si sta sollevando contro la mala politica delle rinnovabili industriali, che offende la bella filosofia delle rinnovabili stesse, che le vuole legate all’autoproduzione domestica a basso impatto con piccoli impianti. Divenuta succube, schiava ed amica, ma soprattutto collusa e complice di lobby di potere, la politica regionale ha consentito una corsa speculativa di un clan di imprenditori per l’approvvigionamento degli incentivi pubblici, ovvero di soldi dei cittadini, "una corsa all’oro" come l’ha definita il Tar Bari, con, nei fatti, danni all’erario impressionanti; una vera e propria frode scientifica di proporzioni inaudite, ben superiore a quella di qualsiasi scandalo che mai si sia verificato nel SUD Italia, e che ha portato ad un effetto di colonizzazione e svendita del territorio, con l’arrivo di grandi aziende e l’investimento di gruppi bancari da ogni parte d’Europa, interessati ad investire nel rinnovabile per intascare i lauti incentivi, senza i quali nessuno investirebbe in tecnologie energetiche di scarsa efficienza, quali quelle legate alle fonti rinnovabili; ed il tutto poi senza nessuna vera ricaduta per il territorio, ferito e abbattuto nella sua identità ed nella sua oggi florida economia turistica; offeso dalla logica delle royalty-denaro o altri benefit con cui le aziende concordano con le amministrazioni locali di ripagare il danno causato a beni di valore inestimabili, quali la salute fisica delle persone, la qualità della loro vita e la bellezza del paesaggio oltraggiato; nessuna ricaduta per la gente del posto, eccezion fatta che per pochi corrotti; neppure alcuna seria ricaduta occupazionale a regime, (trattandosi di impianti ad alta automatizzazione), tranne per quei numeri falsi e artefatti lanciati sui media dal clan delle rinnovabili!  Ma ora Basta!

Ufficio Stampa
Italia Nostra-SUD SALENTO

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Allegati

Sentenza Corte Costituzionale n. 119 anno 2010


Passaparola: Il trionfo del crimine

Testo:
Buongiorno a tutti,
lo so che a Pasquetta parlare di intercettazioni e giustizia è un po’ pesantuccio, ma è il caso di farlo perché stanno per perpetrare l’ennesimo colpo dei soliti noti, quindi credo che nel giro di un mese potremmo ritrovarci almeno in uno dei due rami del Parlamento approvata la controriforma delle intercettazioni telefoniche e ambientali, e quindi è il caso di prepararsi, sapere di che cosa si tratta. Perché naturalmente ce la venderanno come una norma che tutela la privacy dei cittadini, che li preserva dalle fughe di notizie, dalle diffamazioni, dalle violazioni del segreto e altre cazzate di questo genere. In realtà questa è una legge che, così com’è stata concepita, è fatta apposta per impedire che si facciano le intercettazioni telefoniche e si scoprano i colpevoli di alcuni reati; soltanto che per non scoprire i colpevoli, o alcuni colpevoli, di alcuni reati il rischio quello di non scoprire più i colpevoli di quasi tutti i reati, almeno quelli più complicati che oggi si scoprono grazie alle intercettazioni.

Da Mastella ad Alfano, passando per Napolitano (espandi | comprimi)

In questi giorni, il ministro Alfano si è detto disponibile a modificare la legge. Si è detto disponibile a modificare la legge ma, naturalmente, è una truffa, una presa per i fondelli, nel senso che questa legge potrà essere modificata in qualche virgola, in qualche aggettivo, purché rispetti gli ordini che ha impartito il Cavalier Silvio Berlusconi e cioè che non si devono più fare intercettazioni nei confronti di persone con le quali parla lui.

Quarto: procedimenti contro ignoti, quelli che dicevamo prima. Scopri il cadavere crivellato di colpi e non sai chi l’ha ucciso. Scopri un cadavere a pezzi e non sai chi l’ha ammazzato; oppure scopri la tua casa svaligiata, scopri una banca col caveau incenerito, cose di questo genere. Scopri un delitto e non sai chi è stato: delitto contro ignoti. L’indagine parte contro ignoti e non hai la più pallida idea. Pensate al cadavere della ragazza a Perugia, a casi in cui all’inizio si brancola nel buio.

Fine delle indagini (espandi | comprimi)
Indagini contro ignoti: oggi si fa l’intercettazione di tutte le persone che frequentano, parenti, amici, amanti, fidanzati, ex fidanzati, cose del genere, nella speranza che tra tabulati e intercettazioni si scopra qualche legame nell’ora in cui è stimato il delitto.

Se qualche magistrato fa ugualmente l’intercettazione su Tizio o Caio l’intercettazione è inutilizzabile in base a questa nuova legge, quindi non la potranno usare nel processo contro Tizio e Caio che sono andati liberamente ad ammazzare Sempronio.
Sesto: per intercettare un telefono, un’email o un ambiente, un locare, non basta più la richiesta del Pubblico Ministero e il decreto del GIP che l’autorizza. Il PM dovrà chiedere prima l’assenso scritto del Procuratore Capo, il Procuratore della Repubblica, oppure di un delegato dal Procuratore della Repubblica. Il PM singolo all’interno del suo processo non potrà chiedere intercettazioni al GIP: deve andare dal Capo, ottenere la firma e poi andare dal GIP. Questo cosa vuol dire? Che il governo spera che i Procuratori Capi che sono pochi, hanno una certa età e ormai hanno capito come va il mondo frenino gli entusiasmi di certi Pubblici Ministeri che vogliono indagare troppo, e quindi facciano da tappo. In fondo, controllare pochi Procuratori Capi è più facile che controllare una miriade di 2000 pubblici ministeri, e quindi gerarchizzano addirittura la richiesta di intercettazione che oggi è quasi un atto di routine anche perché richiede immediatezza, tempi rapidi.
Non solo: ma il GIP non decide più l’autorizzazione alle intercettazioni. Oggi lo decide il GIP, cioè un giudice per le indagini preliminari monocratico, cioè solitario, in futuro ci vorrà un tribunale in composizione collegiale. il Tribunale del Capoluogo, intanto; per tutto il Piemonte dovranno venire a Torino, per la Lombardia dovranno andare a Milano anche dalle procure periferiche, perché ci vuole un collegio di tre giudici che dovranno fare quello che oggi fa uno. Questo cosa comporta? Che in ogni procedimento, in ogni inchiesta dove ci sono intercettazione o perquisizioni, ci vorrà un PM, un GIP, un GUP per il rinvio a giudizio e l’udienza preliminare, tre giudici per intercettare e siamo a sei, tre giudici per fare il Tribunale del Riesame, e siamo a nove, e poi ce ne vogliono tre per fare il dibattimento.
Voi vedere che abbiamo impegnati una dozzina di giudici per una sola inchiesta; in procure piccole, in tribunali piccoli non ce n’è a sufficienza per fare tutto, uno dovrà fare due cose all’interno dello stesso procedimento, quindi diventerà incompatibile, quindi andremo alla paralisi totale dei procedimenti, soprattutto perché gran parte del lavoro in Italia lo fanno proprio le procure periferiche che hanno tra l’altro degli enormi scoperti di organico che sfiorano o superano il 10% fino ad arrivare a quasi il 100% come abbiamo visto recentemente a Enna.
Settimo: ci sono modifiche molto restrittive per la durata delle intercettazioni; questa è un’altra norma devastante. Ve l’ho detto: le intercettazioni possono durare quanto durano le indagini preliminari, e del resto è ovvio, se pedini una persona per un anno e mezzo, che è il massimo di un’indagine preliminare, per mafia si può arrivare addirittura a due anni – un anno e mezzo per i reati ordinari diciamo due anni per i reati di mafia e terrorismo – è ovvio che se indaghi su una persona e la pedini magari per un anno e mezzo la devi poter intercettare per un anno e mezzo o due nel caso del mafioso. Invece no: in futuro le intercettazioni devono durare 60 giorni, due mesi e non di più. Il pedinamento lo fai magari per due anni, le intercettazioni solo per due mesi così per il resto pedini senza sapere cosa dice il tizio. Furbissima come norma, no?
Non ci sono possibilità di proroghe oltre i 60 giorni tranne le indagini di mafia, terrorismo e di omicidio, traffici di droga di grande quantità, sequestri di persona ma solo a scopo di estorsione. Questo è interessante: come fai a sapere se un sequestro è a scopo di estorsione? Se c’è la richiesta di riscatto è a scopo di estorsione. Ma per scoprire la richiesta di riscatto devi intercettare il telefono dei familiari, se no arriva la richiesta e tu non lo sai e quindi continui a pensare che il sequestro non sia a scopo di estorsione ma sia a scopo, che ne so, di vendetta, molestie, libidine, sevizie, chi lo sa?
Ma se la richiesta di riscatto arriva al 61° giorno e tu al 60° hai dovuto staccare perché il sequestro non era ancora a scopo di estorsione, quando lo diventa non lo vieni a sapere perché hanno telefonato giustamente al 61° giorno, quando sanno che l’ascolto viene staccato. Così non si saprà mai che è a scopo di estorsione e naturalmente o verrà pagato il riscatto oppure verrà ammazzato l’ostaggio senza poter risalire al telefono di chi sta facendo il sequestro, senza nessuna speranza di acchiappare i sequestratori. 60 giorni e non di più, una follia assoluta. Immaginate quanto tempo ci vuole a volte per preparare una rapina, una corruzione, una truffa, un reato contro la pubblica amministrazione. Pensate soltanto allo scandalo della Protezione Civile, agli scandali di calciopoli: mesi e mesi di delitti continui; 60 giorni e poi basta.
Capite perché fanno questa legge, no?

Cancellare le prove, non lasciare tracce (espandi | comprimi)
Otto: non si possono usare le intercettazioni in procedimenti diversi da quelli per i quali l’intercettazione è stata disposta, mentre oggi si. Oggi se sono indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza, cioè di reati gravi, se scopri un altro reato diverso da quello per cui sono disposte le intercettazioni, è ovvio che puoi usarlo anche nell’altro procedimento.

Credo che questa si una delle parti più incostituzionali delle legge perché nella Costituzione vige l’obbligo dell’azione penale: è obbligatoria l’azione penale quando il magistrato ha notizie di reato. Se hai una notizia di reato non puoi non procedere, qui invece ti dice che non devi procedere se hai una notizia di reato acquisita con un’intercettazione disposta per un altro reato. Stiamo scherzando? Magari succedesse sempre che mentre intercetti uno per furto scopri che fa anche il pedofilo. Meno male, uno dovrebbe felicitarsene, altro che buttare via tutto per salvare il pedofilo.
Decimo: qui c’è un punto diciamo meno… chi ha “Ad personam” se lo può andare a leggere… una complicatissima normativa per dire come devono essere conservate le intercettazioni, in un archivio delle procure, come devono essere accessibili agli avvocati. E’ molto più importante un’altra scemata: è sempre vietata – punto undici – la trascrizioni di parti di conversazioni riguardanti fatti, circostanze e persone estranee alle indagini. Come si fa a sapere se certe conversazioni riguardano fatti, circostanze e persone estranee alle indagini? Lo saprai alla fine, ovviamente, ma nel momento in cui fai le trascrizioni non lo sai poi dove ti porteranno. Stiamo parlando di una sciocchezza, oltretutto se tu hai un indagato che ne sta combinando di tutti i colori, come fai a separare le vicende sue rispetto a quelle di persone estranee nelle quali c’è lui? Certo, se ci sono persone estranee che fanno cose che non c’entrano niente con il codice penale, già oggi non vengono citate negli atti ufficiali, quindi non si capisce cosa voglia dire questa norma se non appunto star dietro a una vecchio ritornello per cui si dice che gli estranei finiscono sempre nel tritacarne delle intercettazioni.
Di solito gli estranei, se sono estranei intanto non se li fila nessuno, e poi soprattutto se si comportano bene non hanno nulla da temere.

Zitti tutti (espandi | comprimi)
Dodici: c’è un combinato disposto di norme accroccate fra di loro che praticamente aboliscono la cronaca giudiziaria e il diritto di informazione attivo da parte dei giornalisti e passivo da parte dei cittadini. Oggi gli atti di indagine, sapete, sono coperti da segreto fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza.

Con la nuova legge, non solo sono coperti gli atti di indagini, ma anche le attività di indagine. Oggi il magistrato, quando gli è necessario, può consentire con un decreto la desecretazione, la pubblicazione degli atti: ho un tizio che mi denuncia un gruppo di truffatori che va in giro a fregare i soldi alle vecchiette, introducendosi in casa loro, spacciandosi per missionari, che ne so.
Immediatamente bisogna desecretare quell’atto e ordinarne la pubblicazione mettendo le foto di queste persone affinché chiunque le abbia viste vada a denunciarle e chiunque le veda le tenga fuori dalla porta. Questo, per esempio è un caso, e questo in futuro non potrà più essere fatto. Oggi è vietata la pubblicazione anche parziale o per riassunto degli atti coperti dal segreto o anche solo del loro contenuto, cioè non si possono pubblicare gli atti coperti da segreto e questo è ovvio, se sono segreti. In futuro, non si potrà più scrivere nulla nemmeno degli atti non segreti che oggi invece, come vi ho detto, salvo che non si possano pubblicare integrali però si possono raccontare, in futuro nemmeno quello. Perché non si potrà più pubblicare nemmeno il contenuto, ma soltanto un riassuntino. Che differenza c’è tra contenuto e riassunto non si capisce ma se l’hanno scritto vuol dire che è restrittiva rispetto a prima. Per le intercettazioni, poi, non si possono pubblicare mai nemmeno raccontarle, nemmeno riassumerle e nemmeno fare riferimenti al contenuto. Cioè, come se non esistessero, non si può fare riferimento. Le conosciamo perché sono pubbliche ma non ne possiamo parlare proprio. Questo è quello che dice la legge: è vietata la pubblicazione, anche parziale, per riassunto o nel contenuto della documentazione degli atti relativi a conversazioni anche telefoniche o a flussi di comunicazioni informatiche o telematiche ovvero ai dati riguardanti il traffico telefonico e telematico anche se non più coperti da segreto, anche se riportati in un’ordinanza cautelare, cioè in un atto pubblico, fino alla conclusione delle indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza preliminare. Quindi campa cavallo: per anni le abbiamo ma non le possiamo pubblicare, anche se sono di interesse pubblico come quelle di Berlusconi che cerca di far chiudere Annozero: un attentato alla libertà di informazione, l’informazione non la può raccontare in tempo reale.
Per evitare che il giornalista le possa leggere, si stabilisce che le intercettazioni devono essere messe in un fascicolo allegato, segretato e inaccessibile fino all’apertura del processo, e poi naturalmente si aumentano a dismisura le pene per i giornalisti e gli editori che pubblicano notizie vere. Vere e pubbliche; non segrete e vere. Multa per chi pubblica notizie vere e non segrete. Reclusione fino a un anno per la rivelazione di notizie segrete, oggi, in futuro fino a cinque anni di galera per la pubblicazione di notizie segrete. Per chi riceve notizie segrete da un pubblico ufficiale che ne è depositario, la pena è da uno a tre anni, solo perché l’hai ricevuta, poi se la pubblichi va fino a cinque. Poi c’è l’aumento di pena anche per chi pubblica gli atti non segreti, come vi ho detto: oggi è punito con una multa, se fa la pubblicazione integrale; in futuro rischierà fino a sei mesi di reclusione e – oggi è arresto fino a trenta giorni o ammenda fino a 258 euro, quindi o ti danno l’ammenda o l’arresto e di solito ti danno l’ammenda e comunque se ti danno l’arresto non vai in galera perché sono trenta giorni di pena massima quindi è ridicolo – in futuro c’è massimo di pena fino a sei mesi e in aggiunta obbligatoria ammenda fino a 750 euro. Quindi, se ti danno per cinque o sei volte, per aver pubblicato cinque o sei notizie pubbliche, tu vai in galera perché superi i tre anni di pena e in più devi anche pagare ogni volta 750 euro. Pensate a un precario di una redazione di un giornale che guadagna 5, 10, 15 euro ad articolo come farà a fare degli articoli rischiando di pagarne 750 di euro per ogni articolo che fa. Cioè lavora tutto l’anno per Angelino Alfano.
Se hai pubblicato o raccontato o parafrasato o riassunto o fatto riferimento a intercettazioni l’arresto va addirittura fino a tre anni, con in aggiunta obbligatoria e l’ammenda fino a 1032 euro. E in più, abbiamo le pene per gli editori che rischieranno intanto l’incriminazione della società, in base alla legge 231, quindi non soltanto la persona del giornalista e del direttore responsabile, ma anche la società editrice risponde penalmente di ogni illecito di questo genere, dopodiché l’editore deve comunicare immediatamente che il suo giornalista è stato indagato per uno di questi reati all’ordine dei giornalisti, affinché questo possa sospendere dal servizio il giornalista per aver scritto una notizia pubblica e vera, non per aver scritto il falso, l’ordine dovrà sospendere il giornalista perché ha fatto il suo dovere. Pensate a che cosa arriva questa legge. La sospensione può arrivare fino a tre mesi, in questi casi, quindi ogni volta che scrivi una cosa vera, oltre a beccarti una pena detentiva, beccarti una multa vieni sospeso per tre mesi e non puoi lavorare per tre mesi.
Non per aver raccontato balle, com’è successo a Feltri che è stato sospeso per sei mesi: qui per aver raccontato la verità, capiterà. E’ il mondo alla rovescia.
Il giornalista commette reato addirittura se fa il nome o mette la foto del magistrato che segue l’indagine o fa un processo: questa era un’idea di Gelli nel Piano di Rinascita della P2, non nominare i magistrati in modo che siano tutti uguali, in modo che quelli collusi, ladri, che insabbiano siano trattati allo stesso modo di quelli che invece rischiano la pelle pur di fare delle buone indagini. Così i collusi e gli inciucioni si possono nascondere nel grigiore generale: mai fare nomi perché altrimenti quelli bravi vengono rispettati e stimati dalla gente, quindi hanno il sostegno dell’opinione pubblica e questo va evitato perché il giudice deve sempre avere paura di essere bastonato e non deve mai avere del sostegno popolare.
Ah: chi pubblica il nome del magistrato… “sono vietati la pubblicazione e la diffusione dei nomi e delle immagini dei magistrati relativamente ai procedimenti e processi penali a loro affidati”. Metteremo i nomi con gli omissis. Poi ci sono altre norme minori, che troverete nel libro “Ad personam” comprese alcune norme salvapreti, cioè i preti avranno un trattamento particolare in materia di intercettazioni, il che è molto attuale con quello che si sta scoprendo in questo periodo, e soprattutto c’è l’ultima ciliegina sulla torta che praticamente ogni anno ogni procura avrà un budget massimo a disposizione per le intercettazioni. Se quell’anno lì ci sono troppi reati in quel posto e quindi il budget finisce perché si son dovuti intercettare molti criminali, le procure resteranno senza fondi per le intercettazioni negli ultimi mesi dell’anno e quindi potranno chiedere ai delinquenti di aspettare a delinquere fino all’inizio dell’anno successivo quando ricominceranno ad avere un budget.

Sono tutte norme, naturalmente, che come potete bene immaginare vanno a difesa della sicurezza dei cittadini per la gioia degli elettori del centrodestra e della Lega che li hanno ancora recentemente votati in massa. Avranno quello che si meritano. Passate parola, buona settimana.