“Francesco Padre”: sciacallaggio di avvocati e Gazzetta del Mezzogiorno

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Gianni Lannes

di Gianni Lannes (www.italiaterranostra.it/…)

Ci hanno ferito una seconda volta. Seguitano a strumentalizzare la morte orrenda di cinque uomini tra cui mio padre – mi racconta Maria Pansini visibilmente scossa – Mi fanno schifo questi soggetti che continuano a calpestare i sentimenti umani per avere un loro momento di gloria”.

Al peggio, purtroppo sotto queste latitudini non c’è mai fine, come insegna il quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno. Il foglio pugliese della famiglia sicula dei Ciancio Sanfilippo manda ora in onda a puntate una macabra operazione speculativa imperniata sul dolore di persone indifese. A metà degli anni ‘90 qualche firma dello stesso giornale infamava l’equipaggio del motopeschereccio affondato da un sommergibile della Nato il 4 novembre 1994.
L’accusa campata in aria era disarmante: l’equipaggio trasportava esplosivi. Ora, il direttore responsabile Giuseppe De Tomaso e il direttore editoriale Carlo Bollino vanno oltre e sbattono i resti umani di quei lavoratori del mare in fondo all’Adriatico addirittura sul telefonino.
A pagina 5 infatti si legge: “La diretta. Il video del relitto sul fondo del mare. Guarda sul telefonino il drammatico video girato a 243 metri di profondità che mostra il relitto del peschereccio Francesco Padre”. Insomma, cucinano una vergognosa operazione commerciale. Il “pezzo” di Nicolò Carnimeo (17 febbraio 2010, prima parte) spaccia addirittura le immagini Rov (robot con telecamera subacquea) come recenti: in realtà sono state girate nel 1996. Esseri umani assassinati per ragioni di Stati dell’Alleanza atlantica, uccisi una seconda volta dalla testata barese e da alcuni avvocati ingordi a caccia di notorietà a buon mercato.

Nel ‘94 l’avvocato Ragno ci ha messo alla porta perché non avevamo i soldi per permetterci il suo patrocinio – rivela Rosalia Giansante, vedova di Giovanni Pansini – ora dopo l’uscita del libro che racconta cosa è successo veramente vuole difenderci gratis”. Dopo 15 anni di assordante silenzio viene pubblicato un libro d’inchiesta che svela le  dinamiche di quella strage. Risultato?
Si sveglia dal letargo la procura della Repubblica di Trani che la scorsa estate aveva imposto alla figlia del comandante Giovanni Pansini di produrre un certificato storico di famiglia per visionare i faldoni giudiziari. In Puglia, o meglio in Italia, nessuno aveva mai realizzato uno straccio di inchiesta per tentare di capire cos’era accaduto alla barca molfettese.
Adesso i pennivendoli nostrani si azzuffano all’ultimo sangue per vendere più copie. Calpestano i vivi e i morti, in barba non solo alla deontologia professionale ma alla pietas. E’ lo specchio dei tempi: affari e mistificazioni in una girandola vorticosa pur di instascare soldoni sonanti e successo facile. Il temerario Carnimeo ha pure scopiazzato il noto testo qua e là, pardon estrapolato. Bravo: complimenti.
Dottor Carlo Maria Capristo è lei che ha messo sul mercato il video o in ogni caso ha autorizzato la messa in onda e comunque ne sa qualcosa? Porrà termine istantaneamente allo sciacallaggio della Gazzetta? Vorrei saperlo prima di avvertire, eventualmente, il Consiglio superiore della magistratura e aprire un’autentica indagine giornalistica sul suo disincantato operato.
Non basta riaprire, si fa per dire, un procedimento giudiziario, occorre approdare seriamente ad un processo e inchiodare sul banco degli imputati gli assassini in alta uniforme, nonché i governanti complici. Fate tutti attenzione: terremo sempre gli occhi aperti. Per dirla con Einstein: “Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare”.

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One thought on ““Francesco Padre”: sciacallaggio di avvocati e Gazzetta del Mezzogiorno

  1. anonimo ha detto:

    Come si legge negli articoli pubblicati in basso, viene riportato molto chiaramente che il video è stato girato nel 1996? Cosa dice Lannes? I resti dei marittimi non sono stati pubblicati nel video sulla Gazzetta, nè sui telefonini che ormai il quotidiano usa per tutte le sue inchieste.

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