Archivio mensile:dicembre 2009

L’Agente 0018 e la sosta contromano

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/12/parcheggi20contromano202009121220lr.jpg
Una sfilza di auto parcheggiate contromano in una via di Molfetta

Da qualche giorno le strade periferiche della città, dalle 18 alle 22, sono pattugliate da un solerte Agente di Polizia Municipale che con grande responsabilità professionale fa rispettare il codice della strada e tutti i regolamenti comunali. Blocchetto alla mano, senza pietà e senza sconti per nessuno, stacca i preavvisi di accertamento per violazioni di legge e fa cassa per l’amministrazione comunale.
Ma, ahimé, l’Agente 0018 non va in giro a stanare e multare recidivi abusivi che da anni occupano marciapiedi e strade in palese violazioni al codice della strada o a fermare bulli di periferia che scorrazzano senza casco esibendosi in pericolose e acrobatiche evoluzioni su moto, oppure falsi invalidi che occupano abusivamente le zone blu o le zone riservate ai veri disabili; macchè, il nostro agente lascia sul parabrezza del malcapitato automobilista che ha parcheggiato in via Di Vagno, una strada di periferia larghissima a doppio senso di marcia, una multa di 38.00 euro per “SOSTA CONTROMANO”. Sembra che il nuovo servizio istituito dalla nostra Municipale non colpisca tutti i cittadini che parcheggiano “contromano” in una strada a doppio senso di marcia ma, evidentemente, su richiesta o per particolari trattamenti riservati a singoli cittadini.

Questo è quanto ne deduce lo sfortunato automobilista quando, dopo aver incassato la presunta violazione al codice della strada, scopre di essere stato l’unica vittima sacrificale. Infatti, guardandosi intorno, prende atto che tutta la città è piena di auto parcheggiate in “sosta contromano” ma l’Agente 0018 ha colpito solo lui.

Il Comandante della Polizia Municipale, prontamente interpellato, stenta a credere che un suo agente abbia emesso una simile multa interpretando, molto liberamente, il comma 2 dell’art. 157 del codice della strada che così recita: “Arresto, fermata e sosta dei veicoli: Salvo diversa segnalazione, ovvero nel caso previsto dal comma 4, in caso di fermata o di sosta il veicolo deve essere collocato il piu’ vicino possibile al margine destro della carreggiata, parallelamente ad esso e secondo il senso di marcia. Qualora non esista marciapiede rialzato, deve essere lasciato uno spazio sufficiente per il transito dei pedoni, comunque non inferiore ad un metro. Durante la sosta, il veicolo deve avere il motore spento”. Viene spontaneo chiedersi come mai l’Agente 0018 non interpreta allo stesso modo il codice della strada per tutti i cittadini, per tutte le autovetture parcheggiate “contromano” e in tutte le strade cittadine a doppio senso di marcia? Eppure lo stesso agente come altri passano quotidianamente da via Baccarini, via Ten. Fiorino oppure via Cap Magrone, o da tante altre strade cittadine da sempre interessate alla sosta contromano.

Oh, Capitano! Oh mio Capitano! E questi dovrebbero essere gli agenti di Polizia Municipale che dovremmo armare per dare più sicurezza alla città? Perché l’Agente 0018 quel pomeriggio in servizio di pattugliamento in via Di Vagno, oltre a multare la “sosta contromano” non ha multato il commerciante ortofrutticolo che in violazione al codice della strada occupa strada e marciapiede in virtù di una discutibile autorizzazione rilasciata in prossimità di una centralina di controllo del gas.
Nessun agente municipale ha mai fatto rimuovere una struttura in ferro presente da mesi nei pressi dello stesso commerciante che occupa il sito stradale.
Carissimi concittadini se non avete come cognome Andriani, Fiore, Magarelli o De Bari non parcheggiate mai “contromano” o nelle zone blu senza grattino perché la multa ve la faranno di sicuro.

All'ufficio di "collocamento" di Molfetta denunciati in 17 per assenteismo

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/12/24690_25.jpg

di Lucrezia d’Ambrosio  (www.lagazzettadelmezzogiorno.it/…)

Risultavano al lavoro. Invece, a seconda dei propri impegni e delle proprie esigenze, si allontanavo per fare commissioni e per fare shopping. In alcuni casi approfittavano delle ore a disposizione, tutte regolarmente retribuite, per fare un salto all’ipermercato. Nel frattempo gli uffici del Centro territoriale per l’impiego, l’ex ufficio di collocamento, si svuotava.

In diciassette sono stati denunciati dalla Guardia di Finanza. Tutti rispondono, a vario titolo, di truffa aggravata ai danni dello Stato e ad una serie di reati connessi alla dichiarazioni false commesse negli atti. Gli assenteisti incalliti sono stati pedinati e filmati per due mesi. Ora sono stati inchiodati davanti alle loro responsabilità. Tra le persone denunciate, oltre ai dipendenti della sede di Molfetta, ci sono quelli che venivano inviati da fuori per smaltire la mole di lavoro che si accumulava o comunque soltanto in alcuni giorni.

Le assenze, del tutto ingiustificate, sulla base di quanto accertato, avvenivano sia durante gli orari di ufficio di chiusura al pubblico, sia in quelli in cui gli sportelli erano aperti. La gestione disinvolta è andata avanti per molto tempo. Ora bisognerà mandare indietro le lancette per fare i conti in tasca ai dipendenti con vizio dello shopping che rischiano la reclusione ed è presumibile che vengano chiamati a restituire le somme di denaro che hanno incassato, in busta paga, senza averne diritto perché assenti dal posto di lavoro.

L’indagine è stata condotta dai finanzieri di Molfetta che, in più circostanze, hanno dovuto lavorare in borghese. Il titolare dell’inchiesta è il sostituto procuratore della repubblica, Carla Spagnuolo. Non è ancora chiaro il ruolo che, all’interno dell’ufficio, ricoprono gli assenteisti. Ma è difficile credere che il loro atteggiamento disinvolto non fosse noto ai responsabili della struttura. Anche perché, a conti fatti, sarebbero rimasti fuori dall’elenco dei denunciati meno di dieci dipendenti.

L’organico della sede locale del Centro territoriale per l’impiego non supera le trenta unità. L’indagine, che ha portato alla individuazione e alla denuncia dei diciassette dipendenti, è partita poco più di due mesi fa in seguito ad una segnalazione che raccontava proprio dell’atteggiamento disinvolto tenuto da persone che, durante le ore di lavoro, erano affaccendate in tutt’altre faccende.

E proprio due mesi fa sono cominciati gli appostamenti dei finanzieri che, secondo indiscrezioni, hanno pure immortalato i dipendenti mentre si allontanavano dall’ufficio dopo aver «timbrato il cartellino»; mentre si fermavano per le commissioni o per fare spesa; mentre entravano nell’ipermercato; mentre, dopo aver ultimato gli impegni, facevano ritorno in ufficio per finire la loro stressante giornata lavorativa.

Tutti i diciassette saranno chiamati a rispondere delle loro azioni davanti ad un giudice in Tribunale perché, è evidente, anche sulla base delle prove raccolte a loro danno dai finanzieri, che le diciassette denunce porteranno ad un processo.

Aggiornamento:  la Repubblica-Puglia del 13.12.2009 pag. 9

Secondo quanto accertato dai finanzieri, i dipendenti avrebbero timbrato il cartellino e poi si sarebbero allontanati dal posto di lavoro per periodi di tempo definiti "economicamente apprezzabili", procurandosi un ingiusto profitto..

Tra gli indagati anche gli operatori della Formazione Professionale dell’Enaip Puglia che attestavano la presenza in ufficio ma in realtà passavano la maggior parte delle ore fuori.


Ecco i nomi degli indagati: 

Gennaro Gadaleta, Anna Maria Brattoli, Sabina Palombella, Claudia Marzocca, Maria Breglia, Dorotea Spaccavento, Antonio De Palma, Antonio Dangelico, Rosa Altamura, Addolorata Logoluso, Gregorio Altomare, Francesco Lo Basso, Antonio Allegretta, Roberto Drago, Annamaria Poli, Mario Lioce, e Saverio Scardigno
 

Le anomalie di un processo

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/12/giuseppe_filippo_graviano.jpg
I fratelli Filippo e Giuseppe Graviano

di Giuseppe D’Avanzo (www.repubblica.it/…)

Nell’aula risuonano i tre "no" tondi e secchi di Filippo Graviano. "Conosce Marcello Dell’Utri?", chiede la Corte. "No!", risponde. "Ha mai incontrato Marcello Dell’Utri?". "Assolutamente no!". "Ha mai avuto rapporti anche indiretti con Marcello Dell’Utri?". "No!". I tre "no" rendono molto soddisfatta la difesa del senatore. Fanno dire a Berlusconi che "siamo alle comiche". Susciteranno gli animati strepiti dei turiferari del Cavaliere. Con buone ragioni, se l’affare lo si semplifica fino a non tener conto delle anomalie di questo processo e dell’abitudine tutta siciliana all’omissione, all’ambiguità, al non detto che allude, al detto che nasconde: la migliore parola è quella che non si dice, dicono nell’Isola.

Anche ieri, la parola più determinante non è stata detta. Avrebbe potuto dirla Giuseppe Graviano. È lui che organizza le stragi del 1993, non Filippo. È lui, non Filippo, che – secondo Gaspare Spatuzza – si gloria di "essersi messo il Paese nelle mani" forte delle promesse di Berlusconi ("quello di Canale 5") e di Dell’Utri ("il paesano"). Con una sola parola, il mafioso di Brancaccio avrebbe potuto o distruggere la credibilità di Spatuzza o dannare all’inferno il senatore. Quella parola l’ha rifiutata per il momento almeno fino a quando non gli saranno attenuante le severe condizioni carcerarie che lo affliggono. Ora ci si può sbizzarrire con l’ermeneutica. Giuseppe Graviano a chi sta parlando obliquamente? Chi minaccia? Chi ricatta? I magistrati, che ritiene responsabili del suo regime di detenzione? O il governo che incrudelisce le regole? Ogni risposta può essere buona e in ogni caso, in assenza della testimonianza del mafioso, inservibile per un processo che ormai mostra le sue anomalie, in modo fin troppo palese. La Corte d’appello deve decidere se Marcello Dell’Utri sia stato "punto di riferimento" costante nel tempo, per gli affari e gli interessi di Cosa Nostra.

Ogni processo, spiegano i giuristi, è racconto. I protagonisti (l’accusa, l’imputato, i testimoni, gli avvocati, i giudici) offrono una loro "narrazione" che consente di comporre e dotare di senso eventi frammentari e informazioni sparse o, come scrive Michele Taruffo, di fare un mosaico con un mucchio di pezzi di vetro colorati. Negli anni, l’apertura del dibattimento nel processo d’appello ha incluso tutte le possibili "narrazioni" e punti di vista. Si conosce la narrazione mafiosa, interna a Cosa Nostra, giudicata veritiera dall’accusa. Per stare all’essenziale. Marcello Dell’Utri è stato l’uomo della mafia siciliana a Milano, dove sono state impiegate le ricchezze accumulate dall’organizzazione negli anni da vacche grasse del traffico degli stupefacenti. Si conosce la "verità" processuale che oppone Marcello Dell’Utri. È vero, ho conosciuto Vittorio Mangano, mafioso.
È vero, ho proposto e ottenuto per lui un lavoro nella villa di Berlusconi ad Arcore, ma non ho nulla a che fare con Cosa Nostra e i suoi affari anche se, qualche volta, mi sono trovato seduto a tavola con uomini che non sapevo fossero mafiosi. Si conosce la "storia" ricostruita dai giudici di primo grado che hanno condannato il senatore a nove anni di carcere. È in questo quadro già definito che un procuratore generale, inadeguato al suo compito, decide di riversare il "racconto" di Gaspare Spatuzza. A processo di fatto concluso, è un’anomalia per tre buone ragioni.
La prima è la qualità della testimonianza del mafioso diventato testimone dell’accusa. È un "quadro" di Cosa Nostra, esperto di assassinii e bombe, non un capo. Non si muove sulla linea di confine dove la mafia incontra lo Stato e la politica. Non può riferire quel che direttamente sa o ha saputo o organizzato e controllato, ma soltanto quel che altri (Giuseppe Graviano) gli hanno riferito. Sono parole che non sono sostenute né da altre testimonianze né da verifiche esterne (seconda anomalia). Quindi, come qui è stato già scritto, sono parole non convalidate per ora né da riscontri "intrinseci" né "estrinsechi", come richiede la Cassazione. Gettarle nell’agone di un processo così improvvidamente ha un doppio esito, del tutto anomalo (e siamo a tre). Come è chiaro oggi, i ricordi di Spatuzza raccolti in tempi diversi, da procure diverse, prive di alcun coordinamento, anzi spesso in sospetto l’una per il lavoro dell’altra, sono apparsi vaghi e variabili. La testimonianza di Spatuzza (ma non ci voleva un mago per prevederlo) è stata inutile nel processo contro Dell’Utri. E, così prematuramente disvelata, sarà (non ci vuole un mago per prevederlo) presto inutilizzabile per avviare una seria indagine sui mandanti delle stragi del 1992/1993 "esterni a Cosa Nostra".

Silvio Berlusconi, sempre così critico nei confronti della magistratura, dovrebbe compiacersi della dilettantesca disinvoltura togata che gli ha offerto l’opportunità di essere accusato di comportamenti spaventosi nello stesso momento in cui quelle accuse si rivelavano mediocri, prive di vita, e si sgonfiavano come un soufflé mal cucinato. Gli è stato agitato contro – e in pubblico – uno spauracchio che, alla resa dei conti, si è dimostrato di pezza evitando così di farne, nella segretezza del lavoro istruttorio, uno minaccioso strumento di scavo. Se non fosse troppo provocatorio notarlo, si potrebbe dire che la magistratura con la sua disorganizzazione, con le ossessioni autoreferenziali di troppi uffici del pubblico ministero, con la fragilità di chi teme di essere sconfitto dalla sentenza prossima, ha lavorato come un Ghedini qualsiasi per l’immagine del Cavaliere e le sue fortune consentendogli di cavarsi da un angolo che avrebbe potuto diventare pericoloso, con il tempo e una buona indagine. Anche la posizione di Marcello Dell’Utri ne ricava degli utili. L’arrivo di Spatuzza, per la comunicazione e quindi per la politica, trasforma il processo contro il senatore nel "processo Spatuzza" come se il mafioso di Brancaccio diventato testimone fosse la sola e unica fonte di prova dell’accusa liquidando così l’insieme di fatti, prove, testimonianze che il giudice di primo grado ha definito non soltanto plausibili, ma una veridica dimostrazione probatoria.

Polemiche a parte, la testimonianza di Spatuzza ha avuto finora soltanto l’esito di stiracchiare un dibattimento che non ha più nulla da raccogliere o raccontare, di trasformarlo in un processo infinito diventato spettacolo noioso a interpretazioni fisse: la Corte appare sempre più ostile alle ragioni dell’accusa (le smorfie, i gesti, i sorrisi quasi di censura di un sapientissimo giudice a latere ne sono l’indizio più lucido); il procuratore chiamato a rappresentare l’accusa appare sempre più impreparato, inadeguato, in affanno, quasi rassegnato; la difesa gioca di rimessa nella consapevolezza che i tempi lunghi lavorano a favore dell’imputato. Forse è giunto il tempo – come chiede Dell’Utri – di chiudere, in un modo o in altro, questo processo che può soltanto avvelenare un clima politico, già consapevolmente attossicato dalle iniziative del capo del governo, senza aumentare di un palmo né la qualità delle prove dell’accusa né la coerenza delle ragioni della difesa.

Anche perché – lo si può dire con ragionevole certezza – alla "storia" del processo mancheranno le decisive "narrazioni" di Berlusconi e di Giuseppe Graviano. L’uno e l’altro sempre si avvarranno della facoltà di non rispondere. Berlusconi, che già lo ha fatto in primo grado, anche a costo di affossare l’amico per occultare i suoi primi passi d’imprenditore. L’altro – il mafioso – per continuare il suo ricattatorio "dialogo" con interlocutori senza volto.

Giuseppe Graviano, silenzio che parla. "Quando starò bene risponderò".

Il fratello di Filippo Graviano, la mente stragista di Brancaccio, non ha voluto deporre in aula. Ma con il suo fax ha lanciato un messaggio

di Attilio Bolzoni

Chi parla tace. E chi tace parla. Sono le voci che vengono da Brancaccio. È la trama dei "Graviano & Graviano", il fratello buono e il fratello cattivo, il molle e il duro, la coppia più mafiosa di Palermo che gioca l’ultima spericolata mano intorno al senatore Marcello Dell’Utri. Dicono e non dicono, conoscono e non conoscono, ricordano e non ricordano. A volte alludono, a volte minacciano. Più con il silenzio che con le parole. È la più sofisticata rappresentazione mafiosa andata in scena negli ultimi anni, un gioco di specchi, la dissociazione morbida di Filippo e il castigo del 41 bis che sopporta Giuseppe, il primo che parla del suo "percorso di legalità" e smentisce di avere mai incontrato il senatore, l’altro che fa l’irriducibile ma intanto fa capire che prima o poi se la potrebbe "cantare".

Una mossa e l’altra mossa, l’incastro con "il fraterno amico" Gaspare Spatuzza "che ha fatto le sue scelte", un labirinto siciliano, una tela di ragno. Forse c’è da ripassare qualcosa nel racconto fatto fino ad ora sui fratelli Graviano di via Conte Federico, la strada della morte, un budello di poche decine di metri dove – fra la primavera del 1981 e l’autunno del 1983 – in cento ne morirono "sparati". Forse c’è da vederli ancora più da vicino questi due fratelli che avevano scelto Milano per la loro latitanza, lontani da Palermo, lontanissimi da Brancaccio e dal loro esercito di sicari che li adoravano come degli dei e Giuseppe lo chiamavano Madre Natura. Il buono e il cattivo, Filippo e Giuseppe. La mente finanziaria e la mente stragista. Quello che "è cambiato" e quell’altro che non cambierà mai. Fratelli. Fratelli di sangue e fratelli nella guerra che hanno combattuto sino alla fine al fianco di Totò Riina senza avere mai avuto uno solo dubbio (li avevano perfino quei macellai dei Ganci della Noce e Totò Cancemi di Porta Nuova, i più fedeli ai Corleonesi) o un solo rimorso. Cominciamo dal primo, da quello che "da circa dieci anni ho messo al primo posto nella mia scala di valori il rispetto delle regole e delle istituzioni". Gli piace definirsi un danneggiato collaterale, uno che ha pagato il conto per colpa dell’altro, suo fratello. Ricostruisce in poche parole la sua storia con la giustizia: "Mi hanno arrestato nel gennaio del 1994, avrei dovuto scontare soltanto una pena di quattro mesi ma, tre giorni prima della mia scarcerazione, mi sono arrivati addosso tutti gli ordini di cattura".
Tutte le stragi. Capaci. Via D’Amelio. Quelle di Firenze e di Roma e di Milano. Lui, che i pentiti l’hanno lasciato sempre quasi ai margini. Lui, che aveva solo l’ossessione degli affari. Lui, che voleva fare solo soldi. Filippo data ancora con più precisione i giorni della sua trasformazione umana, "fra il 2002 e il 2003 quando ho inviato una lettera al procuratore Sergio Lari, perché sentivo il dovere civico di mettermi a disposizione". Parla ancora di regole e di legalità, però avverte: "Non ho mai cercato scorciatoie per ottenere chissà cosa dai magistrati". Dice che non si è voluto mai pentire.

Probabilmente Filippo Graviano non si pentirà mai. Non vuole farlo e non ha interesse a farlo. Aspetta. Spera in un futuro migliore. Spera in Gaspare Spatuzza che non l’ha trascinato nelle stragi, spera in altri come Spatuzza che magari arriveranno ancora. Spera nella revisione del processo per l’uccisione di Paolo Borsellino. E, a cascata, in tutti gli altri processi. Vede una luce il danneggiato collaterale, non ha bisogno di accusare nessuno Filippo Graviano. E smentisce tutto ciò che può smentire: "Non conosco Marcello Dell’Utri. Non ho avuto contatti né diretti né indiretti con Marcello Dell’Utri". Dice ancora: "Per le mie scelte decido io: non decide né Spatuzza né mio fratello Giuseppe". Filippo Graviano oggi è un mafioso che si ritrova in una posizione di privilegio. Filippo Graviano è in attesa degli eventi, pronto a sfruttare tutto quello che "giudiziariamente" gli può venire incontro. E’ il fratello cattivo che è alle corde, seppellito da ergastoli dai quali difficilmente si potrà mai liberare. Giuseppe Graviano non parla "perché il mio stato di salute non mi consente di rispondere all’interrogatorio". Però fa sapere: "Quando potrò informerò la Corte".

E’ il messaggio. E’ il silenzio che diffonde la minaccia e la paura. Come quell’altro messaggio che aveva voluto lanciare ai magistrati di Firenze, che lo interrogavano sulle stragi: "Io sono disposto a parlare… io sono disposto a fare confronti… se noi dobbiamo scoprire la verità io posso dare una mano d’aiuto. Io dico che uscirà fuori la verità delle cose. Trovate i veri colpevoli. Si parla sempre di colletti bianchi, colletti grigi, colletti… e sono sempre innocenti questi… ve la faccio dire io da chi sa la verità". Giuseppe Graviano, dal carcere di Opera in videoconferenza, "si avvale della facoltà di non rispondere". Ma si racconta in tre pagine che consegna alla corte, via fax. Chiede che "il suo memoriale" venga letto in aula, il presidente del Tribunale nega l’autorizzazione. Sono tre pagine sul carcere duro, solo sul carcere duro: "… In anni 16 di detenzione ho espiato più di 10 anni di isolamento e la legge dà come tetto massimo anni 3… ancora continuo a rimanere con videosorveglianza anche di notte in camera e nel bagno… non mi consegnano nemmeno il vestiario per venire in questo processo… mio figlio di anni 12 chiede perché non ci possiamo scambiare baci e carezze… c’è un accanimento ingiustificato". Poi ricorda i disturbi alla tiroide, i mal di testa, le malattie delle pelle.

L’annuncio alla fine: "Quando il mio stato di salute me lo permetterà, sarà mio dovere rispondere a tutte le domande che mi verranno poste". E’ il suo proclama contro il 41 bis. E’ la sua deposizione. Quella che non ha voluto fare a voce. Giuseppe Graviano ha detto di più, molto di più di suo fratello Filippo. Sono voci che vengono da Brancaccio, Palermo.

Lettera a Maroni sulla mafia

 

di Gian Carlo Caselli

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/12/1558192-140x1801.jpg?w=140 Gentile ministro Maroni: ho lavorato a Palermo, come procuratore, per quasi sette anni, dal 1993 al ’99. Anni difficili, densi di risultati importanti, che hanno consentito alla democrazia del nostro paese di non precipitare nel baratro senza fondo in cui lo stragismo terroristico-mafioso dei corleonesi voleva precipitarci. Al conseguimento di tali risultati hanno contribuito in tanti, forze dell’ordine, magistrati, società civile, istituzioni e uomini politici. Fra questi un ruolo di primo piano l’ha avuto proprio Lei, come ministro degli Interni: per noi un riferimento sicuro, avendo più volte constatato la Sua disponibilità ad ascoltare prima di decidere.

È ricollegandomi a quel periodo – breve ma intenso: otto mesi nel 1994 – che mi permetto oggi di sottoporLe alcune questioni. Nella lotta alla mafia, si sa, tutto si tiene. Distrarsi su di un versante, se le cose vanno bene su altri, è un lusso non consentito. Lei giustamente sottolinea i successi delle forze dell’ordine nella ricerca e cattura dei latitanti. Al riguardo non si può non registrare una continuità – nel contrasto dell’ala militare di Cosa Nostra – che non si è mai avuta prima. È da dopo le stragi del ‘92 che gli arresti “eccellenti” si susseguono ininterrotti: con Riina, Bagarella, Brusca, Aglieri Graviano e un’infinità di altri nel primo periodo; e poi via via fino ad oggi con Provenzano, Lo Piccolo, Raccuglia, Nicchi… mentre ormai le catture si intensificano anche per camorra e ‘ndrangheta. Altrettanto giustamente Lei ricorda la stabilizzazione del 41-bis, cioè di un regime carcerario di giusto rigore nei confronti dei mafiosi detenuti che dovrebbe impedire loro di spadroneggiare anche stando in galera. E sempre giustamente Lei rivendica alcune misure antimafia contenute nel cosiddetto “pacchetto sicurezza”, forse solo aggiustamenti di un quadro già esistente – e tuttavia aggiustamenti significativi.

Ma poste tali positività, vorrei – signor ministro – parlare anche delle ombre che rischiano di rendere l’azione antimafia disomogenea, non coerente su tutti i versanti interessati. Il primo punto riguarda la possibilità, fortemente voluta dalla maggioranza di governo, di vendere i beni confiscati ai mafiosi. Le cautele previste mi sembrano, obiettivamente, foglie di fico. In realtà dubbi non ve ne possono essere. Quei beni, saranno i mafiosi a ricomprarseli tutti, facendone un sol boccone: perché godono di una liquidità che nessun altro operatore economico si può sognare, perché possono utilizzare un esercito di insospettabili prestanome, e perché se qualcuno osasse mettersi di traverso partecipando all’asta o trattativa i mafiosi saprebbero bene come convincerlo a desistere. Mentre subisce duri colpi in termini di arresti, ecco che la mafia trova una sorta di rianimazione sul versante del suo potere economico. Il vecchio detto “calati iuncu ca passa ‘a china…” sarebbe ancora una volta confermato: le organizzazioni criminali risulterebbero sostanzialmente in recupero, con un forte danno per la credibilità dell’antimafia complessivamente considerata, in netta controtendenza con i successi degli arresti.

Anche col recupero di un solo bene confiscato l’arroganza mafiosa potrebbe cantare vittoria, rivendicando – ancora una volta – la sua supremazia. Per non dire della diminuzione verticale che potrebbero registrare le destinazioni a finalità sociali dei beni confiscati. Con conseguente sterilizzazione dello straordinario valore che tali destinazioni hanno sul piano del coinvolgimento della società civile nella lotta alla mafia. Restituire alla collettività ciò che il crimine organizzato le ha rapinato significa fare dei sudditi della mafia dei cittadini alleati dello Stato. Un valore aggiunto delle confische che forse interessa relativamente al ministro dell’Economia Tremonti, ma che non può non stare fortemente a cuore di chi come Lei – ministro Maroni – della lotta alla mafia è istituzionalmente il principale responsabile. La proposta di un’Agenzia nazionale, infine, va nel senso (positivo) che da anni e anni è auspicato da tanti. Ma ipotizzarla mentre viene “codificata” la possibilità di vendere i beni confiscati, equivale un po’ – io credo – a governare la stalla dopo aver dato il largo ai buoi. Un altro punto caldo riguarda la riforma delle intercettazioni, che – nel progetto già approvato dalla Camera – sarebbero di fatto impedite o quasi per tutti i reati che non siano fin da subito riconducibiliallamafia.
Ma tra questi, lo dimostra l’esperienza, rientra anche tutta una serie di gravi delitti (estorsioni, usura, bancarotta, corruzione, aste o appalti truccati, frodi, falsi…) che sono tipici delle mafia “economica”, per di-svelare la quale però occorrono approfondite indagini che delle intercettazioni non possono fare a meno. In sostanza, con la riforma si finirebbe – di fatto – per offrire una specie di “scudo” che sarebbe assolutamente controproducente nella lotta alla mafia, una mafia che sempre più – come Lei, signor ministro, sa perfettamente – da impresa criminale va evolvendo proprio in impresa economica. Poi c’è la grave questione delle procure di frontiera che ormai sono letteralmente sguarnite. I posti scoperti per la mancanza di pm, in Sicilia come in Calabria (ma non solo), sono ormai decine e decine.

Ora, se polizia e Cc arrestano fior di latitanti ma poi non ci sono i pm per fare le indagini, si rischia la schizofrenia. E sono sicuro che Lei, signor ministro, questo non lo vuole. Si faccia allora promotore di soluzioni che pongano rimedio a una situazione insostenibile, che porterà alla catastrofe prima di tutto proprio sul versante antimafia. Per esempio consentendo di impiegare nelle procure – come in passato – i magistrati di prima nomina, prevedendo nel contempo un corso “specialissimo” di formazione, di congrua durata, mirato sulle specifiche funzioni da assolvere. Ci sarebbero, signor ministro, tante altre cose da dire. Mi limito a una soltanto, non per facile polemica, ma perché – anche in questo caso – tutto si tiene. Mi chiedo: che effetto può avere (sui poliziotti che rischiano la pelle per arrestare pericolosi criminali) sentire che da uomini con incarichi pubblici importanti un tizio come Mangano viene ostinatamente definito “eroe”?

Eroi sono i poliziotti, non i mafiosi che essi assicurano alla giustizia. Controbattere queste “allegre” definizioni – mi creda – non può che far bene all’antimafia e al morale delle forze dell’ordine.

RingraziandoLa per l’attenzione, Le auguro buon lavoro.

(Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 10 dicembre 2009)

Perché l'Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia

Gian Carlo Caselli, è stato giudice istruttore a Torino, dove per oltre decennio, tra i primi anni 70 e la metà degli 80, ha condotto le inchieste su Prima Linea e le Brigate Rosse; dal 1986 al 1990, membro del Consiglio Superiore della Magistratura, nel 1991 è magistrato di Cassazione e successivamente Presidente della Prima Sezione della Corte di Assise di Torino; dal 1993 al 1999, è procuratore capo antimafia a Palermo, negli anni successivi alle uccisioni di Falcone e Borsellino: esperienza raccontata in Leredità scomoda. Sette anni a Palermo, scritto con Antonio Ingroia; nel 1999 dopo essere stato nominato Direttore Generale del DAP – Dipartimento dellamministrazione penitenziaria, lascia Palermo; dal 2001 è rappresentante italiano a Bruxelles nellorganizzazione comunitaria contro la criminalità organizzata, Eurojust; attualmente è Procuratore Capo della Repubblica a Torino; del maggio 2009 è il suo ultimo libro: Le due guerre. Perché lItalia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia.

L'Italia top secret delle armi chimiche

Migliaia di tonnellate di bombe letali prodotte dal fascismo. Finite in mare davanti Ischia e la Puglia. Dove continuano a seminare i loro veleni. Un libro ricostruisce la storia degli ordigni più orribili.

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/12/jpg_2115488.jpg
L'impianto di Civitavecchia che imprigiona le scorie velenose in cilindri di cemento

di Gianluca Di Feo (L'Espresso.it)

Questa è la storia di un segreto di cui tutti si vergognano. Ministri, generali, industriali, professori lo hanno difeso con il silenzio per generazioni, fino a farne perdere la memoria e farlo svanire nel nulla. Il protagonista di questo libro è un fantasma immortale: ancora oggi continua ad uccidere, lo fa da ottant'anni. Ha divorato vittime innocenti in Libia e in Etiopia, poi si è accanito sulla salute degli italiani. È entrato nella nostra aria, nella nostra acqua, nella nostra terra.
Ed è ancora lì: alle porte di Roma, alla periferia di Milano, nel golfo di Napoli, nel mare di Bari, sulla costa di Pesaro, sulle rive del Lago Maggiore, nei fiumi d'Abruzzo. Ovunque. Progettato per essere invisibile, prosegue indisturbato nella missione assassina per cui è stato generato. Semina la morte, soffoca i corpi con malattie incurabili, di cui nessuno vuole indagare l'origine. Questa è la storia dei veleni – creati dalla dittatura fascista e protetti dalla Repubblica democratica – che hanno trasformato gli angoli più belli della Penisola in cimiteri di vampiri che minacciano di uscire dalle loro bare in qualunque momento. È la storia di esperimenti orribili e dimenticati: di batteri e tossine trasformati in bombe provate sulle spiagge del Lazio, della Liguria e della Sardegna, di nubi di bacilli scagliate sui combattenti spagnoli che lottavano per la libertà, di insetti mutati in killer da scienziati nazisti senza scrupoli.

Questa è la storia di industriali che si sono arricchiti distillando sostanze letali, entrando in società con i finanziatori dell'Olocausto, violando qualunque legge. Di decine di fabbriche che, grazie al segreto di Stato, hanno scaricato il loro sangue marcio nei fiumi, nei terreni, nelle riserve idriche. Di impianti mai bonificati, veri e propri scheletri tossici che costellano il nostro Paese. Ministri eletti dal popolo italiano e generali delle nostre forze armate hanno deliberatamente taciuto, coprendo con il silenzio gli arsenali nascosti nei boschi della Tuscia, dell'Umbria, della Maremma, occultando gli stabilimenti proibiti della provincia di Roma e di Milano. Una storia infinita, perché ancora oggi le scorie di questi arsenali non hanno trovato una tomba sicura e continuano ad accumularsi in un bosco di Civitavecchia. Questo è un viaggio nell'abisso più nero del nostro Paese: la storia delle armi chimiche italiane. Attraverso i documenti inediti ritrovati negli archivi britannici, americani e tedeschi si è ricostruito un capitolo vergognoso della nostra Storia. Attenzione: non è storia passata, è il nostro presente. Le armi chimiche sono state progettate per essere immortali. Sono cancerogene e possono anche causare mutazioni genetiche. Ma soprattutto le armi chimiche sopravvivono a lungo nel terreno e nell'acqua, fedeli alla loro missione assassina: le migliaia di bombe che giacciono nel mare di Ischia, di Manfredonia, di Foggia, di Molfetta possono ancora uccidere.
Eppure questo segreto è stato difeso con ogni strumento. Ancora oggi non si riesce a stabilire con esattezza quante armi chimiche siano state prodotte in Italia tra il 1935 e il 1945. Il piano varato da Benito Mussolini all'inizio della guerra prevedeva la costruzione di 46 impianti per distillare 30 mila tonnellate di gas ogni anno; i documenti britannici analizzati in questo libro – decine di file con rapporti segreti, relazioni diplomatiche, verbali di riunioni del governo, minute di interventi di Winston Churchill e altri atti riservati che riguardano un periodo dal 1923 al 1985 – sostengono che si possa trattare di una quantità «tra le 12.500 e le 23.500 tonnellate » ogni anno, ancor di più durante l'occupazione nazista del Nord. Si trattava di iprite, che divora la pelle e uccide togliendo il respiro. Di fosgene, che ammazza provocando emorragie nei polmoni. Di miscele a base di arsenico, che entrano nel sangue fino a spegnere la vita.

A questo arsenale sterminato si sono aggiunte le armi schierate al Nord dai tedeschi e quelle importate al Sud dagli americani e dagli inglesi. L'ultimo saggio pubblicato negli Usa da Rick Atkinson sostiene che solo gli statunitensi dislocarono negli aeroporti del Sud 200 mila bombe chimiche. Fu proprio durante uno di questi trasferimenti nel porto di Bari che nel dicembre 1943 una nave piena di iprite esplose, contaminando acqua e aria: il disastro, il più grave mai avvenuto nel mondo occidentale, venne tenuto nascosto. Winston Churchill in persona ordinò di tacere, e in tal modo i feriti non hanno potuto ricevere cure adeguate. Ma dei cittadini baresi aggrediti dal gas non si è mai saputo nulla. Quanti hanno ereditato leucemie, tumori, devastazioni ai polmoni? L'inferno di Bari è stato un danno collaterale nell'equilibrio del terrore. Come è accaduto con le testate nucleari durante la Guerra fredda, tutti gli eserciti dovevano possedere armi chimiche per impedire che i nemici le usassero, temendo la rappresaglia. E come è accaduto per le atomiche, solo i capi di governo decidevano la sorte di queste armi che non dovevano cadere in mano agli avversari.

Così fu Hitler a dare il via libera alla prima di tante operazioni nefaste: affondare nell'Adriatico oltre 4.300 grandi bombe tossiche. Grazie ai documenti degli archivi tedeschi sappiamo che si trattava di 1.316 tonnellate di testate all'iprite, gran parte delle quali si trovano ancora nei fondali a sud di Pesaro. Dopo il 1945 gli Alleati si liberarono del loro arsenale di gas e di quello catturato agli sconfitti. I files dell'US Army – documenti in parte ancora segreti – rivelano che molte decine di migliaia di ordigni chimici vennero inabissati in una «discarica chimica» nel Golfo di Napoli, davanti all'isola di Ischia. Lo stesso è accaduto in Puglia, partendo daManfredonia, dove altre decine di migliaia di testate con veleni made in Usa furono annegate. I rapporti la descrivono come una manovra piena di incidenti: molti ordigni andarono letteralmente alla deriva. Questo colossale cimitero sottomarino libera lentamente i suoi spettri: le bombe si corrodono e rilasciano iprite e arsenico. L'unico studio condotto nel 1999 dagli esperti dell'Icram ha trovato tracce delle due sostanze negli organi dei pesci di quella zona e nei fanghi del fondale. Il responsabile dei ricercatori, Ezio Amato, ha denunciato una situazione agghiacciante: «I pesci del basso Adriatico sono particolarmente soggetti all'insorgenza di tumori, subiscono danni all'apparato riproduttivo, sono esposti a mutazioni che portano a generare esemplari mostruosi».

Ma i mostri tossici non dormono soltanto in fondo al mare. In molti sono stati ignari di abitare in quartieri che sorgono intorno, o addirittura sopra, a vecchi stabilimenti di armi chimiche, in molti sono stati all'oscuro della reale produzione di queste fabbriche. Miscele cancerogene, che hanno minato l'ecosistema, inquinando aria, terra, acqua. L'Acna di Rho ha convogliato i suoi scarichi nella falda idrica che scorre verso il centro di Milano, quella di Cesano Maderno ha contaminato la Brianza e sempre in Lombardia a Melegnano dai suoli della Saronio continuano a sbucare nuvole nocive. I dossier dell'intelligence britannica parlano di 60-65 mila tonnellate di armi chimiche prodotte a Rho, 50-60 mila tonnellate a Cesano Maderno, altre decine di migliaia a Melegnano. Il tutto secondo le priorità di guerra, scaricando fanghi e scarti nei fiumi e nei campi. I militari italiani per tutto il dopoguerra hanno protetto due stabilimenti di gas top secret: uno a Cerro al Lambro, davanti al casello milanese dove nasce l'Autostrada del Sole, l'altro aCesano di Roma, nel territorio della capitale. Sono stati smantellati soltanto nel 1979, senza notizie di un risanamento sistematico. Non si sa nemmeno se ci sia stata una bonifica dei laboratori sperimentali di via del Castro Laurenziano, nel cuore di Roma, accanto alle aule della Sapienza e ai condomini, dove si testavano i nuovi gas.

Quando, dopo la caduta del muro di Berlino, i generali hanno deciso di abbattere le loro riserve chimiche, le sorprese non sono mancate. Tutti i governi italiani avevano negato la presenza di gas bellici sul territorio nazionale; Giulio Andreotti nel 1985 lo aveva addirittura ribadito davanti al Parlamento. E invece esistevano almeno tre bunker, ripuliti poi nel massimo segreto. Il più importante era sul lago di Vico. Un'installazione colma di misteri e pericoli: durante i lavori nel 1996 una nube di fosgene è scappata via e ha raggiunto la strada, aggredendo un ciclista. Quell'uomo è l'ultima vittima europea delle armi chimiche. Solo nel 1997 si è scoperto che l'Esercito aveva messo da parte almeno 150 tonnellate di iprite del modello più micidiale, mescolata con arsenico. In più c'erano oltre mille tonnellate di adamsite, un gas potentissimo ma non letale usato contro le dimostrazioni di piazza. E 40 mila proiettili chimici. Per neutralizzarli è stato creato un impianto modello a Civitavecchia che imprigiona le scorie velenose in cilindri di cemento.

La fabbrica di pace lavora senza sosta dal 1993 e continuerà a farlo almeno fino al 2015. Lì i cilindri di cemento all'arsenico, custodi testamentari del delirio chimico, continuano ad aumentare: sono già molte migliaia, in attesa che venga individuato un deposito definitivo dove seppellirli. E forse un giorno qualcuno si porrà il problema delle discariche sottomarine. Gli ordigni seminati dagli americani sono spesso a pochi metri di profondità: un incredibile self service per qualunque terrorista, che potrebbe mettere le mani sulle armi più potenti per scatenare l'apocalisse. Abbiamo invaso l'Iraq per cercare le armi di distruzione di massa, invece sarebbe bastato tuffarsi nelle acque di Molfetta o di Ischia per trovarne a migliaia. Arrugginite fuori, micidiali dentro.

Terremoto a L'Aquila. Solidarietà al giornalista Angelo Venti

Comunicato di Libera e Libera Informazione a sostegno del direttore di Site.it duramente attaccato dalla prefettura.

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/12/terremoto-6-aprile-2009-in-abruzzo-laquila_copy_1.jpg
Terremoto a L’Aquila

di Redazione (Liberainformazione)

L’articolo che Angelo Venti ha scritto denunciando l’opacità, la scarsa trasparenza e il centralismo del sistema di gestione degli appalti pubblici e dei subappalti per il terremoto in Abruzzo da parte della Protezione Civile è stato duramente attaccato dalla Prefettura dell’Aquila, in un comunicato dai toni intimidatori che è stato in modo sconcertante inviato a tutti i giornali, siti ed emittenti locali, ma non allo stesso Venti, né al suo Site.it.

Libera Informazione esprime la massima solidarietà ad Angelo Venti, la cui professionalità e correttezza è al di fuori di ogni dubbio, insieme con l’accuratezza e la precisione con le quali sta seguendo da mesi il dramma della popolazione colpita e i problemi della ricostruzione, rappresentando un prezioso punto di riferimento informativo per decine di colleghi, per gli amministratori e per la stessa magistratura.

In qualità di giornalista, ma anche di rappresentante del presidio di Libera a L’Aquila, Angelo Venti ha denunciato fin dai primi giorni i rischi di infiltrazioni mafiose negli appalti e nei subappalti, analizzando sulla base di precise testimonianze quanto stava avvenendo e i fenomeni di accentramento di poteri e di discrezionalità che hanno stravolto in molti casi competenze, funzioni e normative (http://www.facebook.com/index.php?lh=1c8ac6b5dc53ced8844ce3659d4192e9&). Anche l’ultimo articolo, che riassume ricorrendo a fonti certe e documentate i limiti e le anomalie che contraddistinguono l’intero sistema messo in atto dalla Protezione Civile, si basa esclusivamente su precedenti impegni assunti pubblicamente e dichiarazioni della stessa Prefettura e su un’oggettiva analisi dei ritardi e dell’assenza operativa degli istituti di controllo preposti. Lo stesso Angelo Venti ha peraltro già risposto alle argomentazioni e alle critiche del comunicato della Prefettura con concreti dati e argomenti che smentiscono un attacco evidentemente pregiudiziale e disinformato. Riaffermando piena fiducia nell’impegno e nella correttezza professionale di Angelo Venti, Libera è al suo fianco nel respingere qualsiasi intimidazione o tentativo di isolarlo nel proseguimento del suo impegno civile. 

Truffa ad un «sir» inglese; indagini concluse per quattro

MOLFETTA : IL GRUPPO AVREBBE «SPILLATO» ALL’UOMO UN MILIONE E MEZZO DI EURO

di Antonello Norcia ( GdM 29.11.2009)

Un intrigo internazionale con protagonisti un ricchissimo inglese e quattro presunti faccendieri truffatori: due molfettesi, un terlizzese ed un algerino residente in Francia. Sul piatto un mucchio di sterline per l’equivalente di circa un milione e mezzo di euro. Somma proveniente d’oltremanica da sir John Williams, legale rappresentante della «Sidney Phillips», importante società britannica con svariati interessi, tra cui il mercato immobiliare.

Una vicenda sospetta ed intricata su cui ora il sostituto procuratore della Repubblica di Trani Luigi Scimè ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini a 4 persone in «odore», dunque, della richiesta di rinvio a giudizio: Michele Nanna, 45 anni di Molfetta, Claudio Nanna, 27, di Terlizzi, Costanza De Robertis, 44, di Bisceglie ma residente a Molfetta, Alain Sebaoun, 60, di Algeri, residente a Nizza. Sono accusati di concorso in truffa perché avrebbero indotto John Williams a disporre in loro favore, ed in particolare della Srl Magliafil a loro facente capo, un bonifico bancario in sterline, equivalente a circa un milione e mezzo di euro, prospettandogli, falsamente, prima l’ac – quisto di una partita di petrolio e poi, cambiando obiettivo, un grande opificio di Olbia.

Un’immobile che però non era nella loro disponibilità perché facente parte dei beni di un fallimento. Insomma, secondo l’accusa, i quattro avrebbero posto in atto artifizi per prospettare falsi affari a fronte di quattrini veri, con un lauto profitto. L’inchiesta partì dalla segnalazione che la Banca Popolare di Bari fece al Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza quando vide accreditata dall’estero l’ingente somma sul conto corrente di uno degli indagati: l’importo fu sequestrato.
Nel frattempo il ricco inglese presentò una denunzia sull’accaduto. Di lì una serie d’indagini, che peraltro previdero l’interrogatorio del magnate britannico, mai reso però. Inizialmente l’inchiesta fu rubricata con l’accusa di riciclaggio internazionale ma poi la contestazione si ridimensionò, sfociando in quella di truffa. Nelle more dell’indagine, tuttavia, sir John Williams rimise la querela a fronte dell’avvenuta restituzione della somma precedentemente corrisposta. Fatto che pur sgonfiando il procedimento penale non lo poteva estinguere perché il reato contestato è procedibile d’ufficio.
Dal suo canto, però, il pubblico ministero ritenne comunque di chiedere l’archiviazione del fascicolo d’inchiesta. Ma il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Trani ha rigettato la richiesta del pm, restituendo gli atti per l’imputazione coatta.
Di qui l’avviso di conclusione delle indagini destinato alla notifica ai 4 indagati. Nonostante la restituzione della somma, la remissione della querela e l’iniziale richiesta d’archiviazione delle indagini, alcuni profili dell’operazione sarebbero ancora da chiarire.

A Roma il No B-Day "Siamo più di un milione"

Il corteo in piazza San Giovanni

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/12/re205yv1x_20091205.jpg

di Giovanni Innamorati (www.ansa.it/…)

ROMA – I partiti di opposizione scavalcati dalla piazza, dove si vedono tantissimi giovani che invece sono sempre piu’ rari nelle sedi dei movimenti politici. Questo l’aspetto piu’ vistoso del ‘No B Day’, la prima manifestazione mai convocata in Italia via web, senza l’appoggio di apparati organizzativi di partiti o sindacati. Una manifestazione con un unico messaggio espresso insieme con rabbia e allegria: ”Berlusconi vada a casa”. Proprio il manifesto lanciato su Facebook a ottobre per convocare la manifestazione mostra tutto l’approccio impolitico dell’iniziativa: ”non ci interessano le conseguenze delle dimissioni di Berlusconi; l’importante e’ che si dimetta subito”.

Ed ecco che i partiti di opposizione oggi si sono dovuti accodare. Gli organizzatori hanno parlato di oltre un milione di presenti. la Questura di 90 mila. Quel che e’ certo e’ che hanno riempito piazza San Giovanni. I manifestanti hanno applaudito tutti quelli che hanno sfilato nel corteo con loro, da Di Pietro a Rosy Bindi, da Paolo Ferrero a Oliviero Diliberto, da Nichi Vendola ad Angelo Bonelli dei Verdi. Le polemiche per la mancata presenza ufficiale del Pd, sollevate da Idv e dagli altri partiti di sinistra, si e’ vista quindi solo nel retropalco piu’ che nella piazza, che aveva solo voglia di gridare assieme ”Berlusconi dimettiti” come e’ stato ritmato piu’ volte. Pier Luigi Bersani, alla fine, ha inviato la ‘pasionaria’ Rosy Bindi, festeggiatissima dai manifestanti: ”abbiamo perso tre settimane a litigare con Di Pietro – sospira Pippo Civati – e a dividerci tra noi sul nulla”. Di Pietro, sempre attorniato dalle telecamere, ha attaccato il governo a testa bassa (”e’ mafioso, fascista e piduista”) ma non e’ riuscito a monopolizzare l’iniziativa. Paolo Ferrero analizza cosi’ la paura del Pd per questa piazza: ”hanno una concezione vecchia, in cui i partiti hanno il monopolio della politica. Ma ormai non e’ piu’ cosi’, e il primo compito dei partiti e’ ascoltare la societa”’.

Cosi’ in molti hanno evitato di fare dichiarazioni, sottolineando piuttosto di voler ascoltare la piazza: da Dario Franceschini a Fausto Bertinotti. La prima sfida per il centrosinistra consiste ora nel proporre a questa piazza un’offerta politica adeguata. La seconda sfida e’ costituita dalla massiccia presenza di giovani in quella che Ferrero ha definito ”una manifestazione generazionale, convocata con mezzi generazionali”. Sono passati solo otto anni dal 2001 e i Girotondi sono gia’ archeologia.

S.BORSELLINO,BERLUSCONI E SCHIFANI SONO VILIPENDIO
"Il vero vilipendio è che persone come Schifani e Berlusconi occupino le istituzioni. Schifani non vuole chiarire i rapporti avuti con la mafia nel suo studio professionale". Lo ha detto Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, in un intervento alla manifestazione del No B Day, interrotto più volte dall’ovazione della folla.

MONICELLI, MANIFESTAZIONE BELLA E GIOVANE
"Questa è una manifestazione bella perché è giovane, non c’é cupezza, non c’é aria di sconfitta", ha detto Mario Monicelli, giaccone bianco, sciarpa viola e coppola, intervenendo sul palco. "Tenete duro, viva voi, viva la vostra forza, viva la classe operaia, viva il lavoro" ha aggiunto. Secondo il regista, "dobbiamo costruire una Repubblica in cui ci sia giustizia, uguaglianza, e diritto al lavoro, che sono cose diverse dalla libertà".

LA DIRETTA SULLA TV DANESE – Il No B day trasmesso in diretta dalla Tv danese, oltre che da Rainews 24, Sky Tg24, Red Tv e You Dem. "Possiamo essere soddisfatti – ha detto Gianfranco Mascia, uno degli organizzatori – del fatto che ci sarà la diretta di una rete televisiva pubblica nazionale: quella Danese. Infatti abbiamo saputo che il canale televisivo pubblico della Danimarca ha deciso di mandare in onda non solo P.zza San Giovanni, ma seguirà tutto il corteo. Una bella dimostrazione di democrazia nei confronti di chi – alla RAI – ha preferito non concedere la diretta TV".

L'ombra che arriva su Capaci e via D'Amelio

https://liberatoriopolitico.files.wordpress.com/2009/12/ansa_17373914_26340.jpg

di Giuseppe d’Avanzo (la Repubblica.it )

CI sono due frasi che – tragiche e spaventose, se vere – vanno estratte dal reticolo di parole dette a Torino da Gaspare Spatuzza. Condannato all’ergastolo per sette stragi e quaranta omicidi, ora testimone dell’accusa, il mafioso di Brancaccio definisce con una formula inedita Cosa Nostra. La dice "un’organizzazione terroristica mafiosa". La novità è nell’aggettivo terroristica, naturalmente.

Mai un mafioso lo aveva detto e ammesso. Dirlo, ammetterlo conferma che, dentro Cosa Nostra, esiste (o è esistito) un forte potere centrale di decisione, la presenza di una forza militare molto efficiente e determinata, ma soprattutto la volontà di abbandonare, al tramonto della Prima Repubblica, la tradizionale posizione di deferenza parassitaria verso l’establishment per condizionare le politiche, gli uomini e i governi della Seconda. La risoluzione – anche al prezzo di offrire l’indiscutibile prova della propria esistenza – postula la volontà di Cosa Nostra di costringere a un "patto" lo Stato, le classi dirigenti, il sistema politico nella scia un’escalation terroristica. Nel solco di questa strategia c’è la seconda, drammatica dichiarazione, ancora senza riscontro, che Gaspare Spatuzza ha offerto all’aula di Torino.

È un j’accuse che non si era mai letto nei verbali di interrogatorio acquisiti al processo: "Berlusconi e Dell’Utri sono i responsabili delle stragi del 1992/1993". Il 1992 è l’anno degli eccidi di Capaci e di via D’Amelio. Quindi, non solo dell’assalto ai beni artistici della penisola (Uffizi, Torre dei Pulci, l’Accademia dei Georgofili a Firenze; la Galleria di Arte moderna a Milano; San Giovanni in Laterano e S. Giorgio al Velabro a Roma), ma il capo del governo e il suo più stretto collaboratore, nell’avventura imprenditoriale e politica, sarebbero addirittura gli ispiratori anche dell’assassinio con il tritolo di Giovanni Falcone (23 maggio 1992) e Paolo Borsellino (19 luglio 1992).

Con poche frasi che nessuno in aula ha avuto voglia di approfondire per il momento (accettabile forse per la difesa, incomprensibile per l’accusa), Gaspare Spatuzza riscrive così le mappe che hanno orientato finora le mosse dei magistrati; la geografia dell’ambiguità endemica della politica italiana nei confronti della mafia; gli archetipi e le prassi di Cosa Nostra. La prima prova pubblica del mafioso di Brancaccio come testimone dell’accusa – diventata happening mediatico, teatro un po’ noioso, spettacolo mediocre – incuba tutte le originalità di una stagione che può avere effetti micidiali per la scena politica e istituzionale, lungo le linee di confine dove la politica incontra la mafia, negli ingranaggi della macchina giudiziaria. L’alambicco genera molte cose nuove. Possono essere memorizzate in qualche quadro.

Morte di un processo, Spatuzza prepara l’esplosivo per fare secco Paolo Borsellino. Ruba l’auto, la "prepara" per via D’Amelio. Non è, nel 2008, tra i condannati. Ora si autodenuncia. Offre le prove della sua responsabilità diretta (dice: controllate i freni dell’auto, sono nuovi perché – prima della strage – li ho voluti rifare). I controlli confermano e smascherano i "collaboratori di giustizia" di quel processo risolto con condanne definitive. Si chiamano Salvatore Candura e Vincenzo Scarantino. Si erano autoaccusati. Candura ora ammette le fandonie. Tutti i processi, nati dall’assassinio di Paolo Borsellino vanno celebrati di nuovo, liberando gli innocenti.

Quelle sentenze, la loro "verità storica" è ormai scritta sull’acqua. Spatuzza incamera un’alta credibilità (come liquidarlo da questo momento?). Infligge al lavoro istruttorio della procura di Caltanissetta uno sbrego perché le confessioni decisive sono impure. Apre una questione: chi ha deciso e orientato il gioco pericoloso degli investigatori, così selettivamente sordi ai dati da convalidare le parole di Candura e Scarantino, mediocri narratori, forse addirittura a scrivergliele? Quale interesse hanno coltivato in quegli anni difficili (1992/1994) le burocrazie della sicurezza? Strategia unica Giovanni Falcone muore perché doveva morire, perché doveva essere punito. Paolo Borsellino, per ragioni ancora oggi misteriose. Questo ci è stato sempre raccontato. La morte di Falcone, l’assassinio di Borsellino – al contrario – non sono due iniziative distinte, separate da un doppio movente.

Spatuzza rovescia convinzioni antiche di 17 anni con un ricordo. Dice: mi occupai io dell’esplosivo di via D’Amelio. Lo ritirammo a Porticello prima del "botto" a Capaci. Dunque la distruzione dei due magistrati è l’obiettivo di un piano che, fin dall’inizio, prevedeva anche la morte di Borsellino. L’omogeneità del progetto mafioso liquida – meglio, attenua – l’oscura controversia intorno alla "trattativa" avviata dagli ufficiali del Ros con Vito Ciancimino. Scioglie l’ipotesi che Borsellino sia morto perché, consapevole della trattativa dello Stato con i Corleonesi, vi si era opposto. Disegna un’altra scena.

Capaci, via D’Amelio, nel 1992, le bombe in continente, nel 1993, sono tappe di una lucida e mirata progressione terroristica che avrebbe dovuto distruggere nemici giurati e sapienti, aprire la strada a un sistema politico più poroso agli interessi di una Cosa Nostra, umiliata e sconfitta con la sentenza della Cassazione (1992) che rendeva definitive le condanne del primo grande processo alla mafia istruito dal pool di Caponnetto e Falcone. Trattative Se sfuma il valore del negoziato tra lo Stato e Cosa Nostra nel 1992, Spatuzza afferma che la trattativa con il sistema politico non si è mai spezzata. Mai, perché è stata sempre viva e costante dalla fine degli anni ottanta fino ad oggi. All’inizio (1987/1989) furono i socialisti, crasti che molto promisero e nulla mantennero. E’ la ragione che conduce a Roma, nel 1991, la créme dell’Anonima Assassini di Cosa Nostra.

Nella Capitale sono Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori. Hanno "armi leggere". Devono uccidere Claudio Martelli (ministro di Giustizia), Giovanni Falcone (direttore degli Affari Penali), Maurizio Costanzo. Accade qualcosa in quel momento, dice Gaspare Spatuzza. Il tentativo rientra. Falcone sarà ucciso a Palermo con metodi terroristici, subito dopo Borsellino. Perché? Il testimone ritiene che, in quel momento, accade qualcosa. Muta il progetto. Appaiono nuovi soggetti. Non sono ancora un partito politico, ma presto lo diventeranno. E’ ingenuo pensare che Forza Italia nasca come "partito della mafia" come se l’esistenza di uno o più punti di contatto tra la macchina politica e la macchina mafiosa stabilisca un pieno rapporto di identità, come è altrettanto ingenuo credere che la nascita di un nuovo partito incubi in un vuoto pneumatico, nell’Italia delle sempreterne connessioni tra politica, affarismo e crimine. Dove sono i punti di giuntura di quel "sottomondo" che si immagina attivissimo nella crisi catastrofica del "sovramondo" della Prima Repubblica?

Spatuzza fa con chiarezza i nomi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Sono loro i punti di giuntura e i mediatori e i garanti della nuova stagione. Sono loro "i responsabili", dice. Dunque, sono Berlusconi e Dell’Utri gli interlocutori di un Giuseppe Graviano che, in un giorno del gennaio 1994, annuncia gongolante ai tavoli del Doney di via Veneto a Roma che "tutto è andato a posto" e che "ci siamo messi il Paese nelle mani".

Enfasi a parte, ancora a Berlusconi e Dell’Utri pensano gli "uomini d’onore", si fa per dire, quando Filippo Graviano nel carcere di Tolmezzo dice: "Se non arriva quel che ci hanno promesso, è tempo che noi parliamo con i magistrati". E’ il 2004. Il negoziato è ancora in corso, con tutta evidenza. Cosa Nostra attende le mosse accondiscendenti del potere e, senza illusioni o lungimiranza, prepara i suoi nuovi passi. Con una formula mai così esplicitamente sperimentata: parlare con i magistrati e accusare chi "li ha venduti". Quindi, nella resa dei conti si utilizzerà lo Stato contro lo Stato, la magistratura contro il potere esecutivo che ha "tradito gli impegni" all’inizio di un nuovo ciclo di compromissioni politiche. E’ questa la trappola che abbiamo sotto gli occhi e lo scenario scandaloso a cui dobbiamo prepararci? E’ questa la missione di Gaspare Spatuzza? Le parole di un Capo Sono quelle che ancora mancano. Dice la verità, Spatuzza? Mente? O, come spesso accade ai testimoni, il mafioso di Brancaccio percepisce gli eventi di quegli anni a modo suo, se li è impressi nella memoria e la memoria li ha trasformati?

Anche per Spatuzza, come per Buscetta, Contorno, Mannoia, Cancemi, Giuffré, si pone una questione antica per le storie e i processi contro Cosa Nostra e i suoi protettori e amici esterni: il punto di vista dei mafiosi disertori non è mai stato quello della leadership che ha trattato direttamente con i grandi politici – mai una parola da Riina, Provenzano – ma quello dei "quadri, cui i capi hanno spiegato come stavano le cose, nella misura in cui ciò fosse possibile e opportuno". Il rischio è dare per buone le parole di una leadership mafiosa che, per governare uomini e territori, deve autocelebrarsi e autoaccreditarsi con capi, soldati, gregari facili a deformare le informazioni che ricevono, a semplificarle strumentalmente, incapaci di distinguere la complessità dei meccanismi che regolano il funzionamento del potere ufficiale.

Questa condizione oggi può essere spezzata dalle parole di Giuseppe e Filippo Graviano, attesi in aula l’11 dicembre. Sarà la loro testimonianza a mostrare, smentire od occultare il ricatto che la Cosa Nostra siciliana sembra spingere contro il governo e lo Stato. Finora i fratelli di Brancaccio hanno come accompagnato l’iniziativa di Gaspare Spatuzza. Gli hanno mostrato affetto e rispetto. Non si sono rifiutati al confronto con il disertore, al dialogo con i pubblici ministeri. Giocano una loro partita, che è ancora alla prima mano. Si sono detti "dissociati". Lo ha fatto Filippo. Giuseppe ha promesso "una mano d’aiuto per ricostruire la verità" delle stragi. Quindi, accettando di conoscerla dinanzi a un magistrato, ammettendo di esserne uno degli attori anche se non il protagonista. Burattini e burattinai La nuova strategia di Cosa Nostra vede la magistratura in un ruolo quasi ancillare. Deve raccogliere le parole dei testimoni; interpretare – per districarle – le "mezze parole" che anche leader come i fratelli Graviano lasciano cadere nei verbali; accettare il deposito di "pizzini" che Massimo Ciancimino consegna ai pubblici ministeri, decidendo in autonomia la convenienza e l’utilità.

La magistratura non appare oggi padrona del gioco. Con una guida delle indagini frammentate in quattro procure (Firenze, Caltanissetta, Palermo, Milano) più la procura nazionale antimafia, è testimone di una trama che non controlla, al più interpreta in attesa di vedere quali saranno le cose nuove che accadranno. Non la favorisce il silenzio di Silvio Berlusconi. La mafia lo chiama esplicitamente in causa. Ha già taciuto, avvalendosi della facoltà di non rispondere, nel primo grado e, ora che lo indicano addirittura come il responsabile delle stragi, tace ancora. Non sa che cosa ha in mente Cosa Nostra, che cosa vogliono Spatuzza e i Graviano. Incastrato da qualche incontro pericoloso e infognato in un mestiere dai risvolti opachi, fiuta insidie anche nelle domande apparentemente innocue. Nega tutto e non si accorge che, in poche mosse, potrebbe finire confinato in una posizione insostenibile, da dove minacciano di sradicarlo finanche gli avvocati di Marcello Dell’Utri che, dicono, di "non escludere di convocarlo come testimone" in un processo che non ha ancora liberato tutta la sua esplosività.